"Restituire vita alla vita"

Al Catania Book Festival 2026 la scrittrice calatina Maria Attanasio ha presentato il suo ultimo romanzo "La Rosa Inversa", edito da Sellerio e candidato al Premio Strega 2026

Elisabetta Maria Teresa Santonocito (foto di di Antonio Arcoria e Alessia Tabita per Catania Book Festival)

Un opuscolo ritrovato, la difficoltà di scindere verità e finzione, il confronto con il secolo dei Lumi e la storia dei Gesuiti, la ricerca necessaria della profondità: questi sono soltanto alcuni dei topoi che animano il nuovo romanzo di Maria Attanasio, La rosa inversa, candidato al Premio Strega 2026 e presentato al palazzo Platamone nei giorni scorsi, durante la prima giornata del Catania Book Festival – fiera internazionale del libro e della cultura. 

Se la scrittura vera e propria del romanzo si colloca in un periodo post pandemico, la sua genesi si ricollega al precedente ritrovamento – che sembra richiamare l’escamotage manzoniano de I promessi sposi – di un opuscolo anonimo, in cui la storia narrata è ben diversa da quella di Renzo e Lucia. 

Al rientro da un viaggio, un gentiluomo cerca invano di ricongiungersi all’amante, con cui ha una relazione da otto anni, ma scopre ben presto che un predicatore, un quaresimarista, l’ha convinta a redimersi e rifugiarsi in convento per liberarsi dal peccato. 

Simone Dei Pieri, patron di Catania Book Festival, accoglie la scrittrice Maria Attanasio

Simone Dei Pieri, patron di Catania Book Festival, accoglie la scrittrice Maria Attanasio

Il nobile, adirato, compie la sua vendetta il Venerdì Santo, il 2 aprile del 1790, nella chiesa di San Fernando di Caltagirone, uccidendo il predicatore con un colpo di archibugio. «Che storia pazzesca», pensa la scrittrice Maria Attanasio e, leggendo il piccolo libretto ritrovato, s’immagina già che tipo debba essere il protagonista, quest’uomo «di spiriti nuovi che va a uccidere il predicatore… anche per combattere la falsa religiosità»; poi, l’autrice calatina scopre che è tutto inventato. 

E, allora, non è possibile che quest’uomo diventi il protagonista di un suo racconto, perché a lei interessano le persone, prima dei personaggi, la sua missione è scovare piccoli gesti perduti, dimenticati sotto una coltre di polvere, cancellati o erosi dal tempo. A Maria Attanasio interessano i corpi, fatti di carne prima che di carta e inchiostro, una voce che diventa parola, un destino che diventa di tutti, una piccola storia nella grande Storia dei vincitori da riportare alla luce. 

«Nella scrittura, mi è sempre interessato cogliere e dare voce e vita a un’esistenza vissuta e cancellata» spiega la scrittrice «le donne di cui racconto, ad esempio, sono donne realmente esistite, di cui a volte resta solo una piccola traccia, un piccolo gesto, ma quel gesto è stato di una persona reale in un tempo reale, con una mente, un corpo, dei desideri, un sentire reale: questo mi interessa e mi tocca moltissimo, mi commuove». 

E subito pensiamo a Frangisca, protagonista dell’opera esordiale di Maria Attanasio, Correva l’anno 1698 quando avvenne il fatto memorabile, una giovane contadina, rimasta vedova troppo presto, che decide di tagliarsi i capelli e vestirsi da uomo per poter coltivare la terra ed evitare un destino di povertà e miseria, o, peggio, di prostituzione. Frangisca è «fimmina intra e masculu fora» e così si giustifica davanti all’Inquisizione che la accusa di stregoneria.

In foto Maria Attanasio

In foto da sinistra il moderatore dell'incontro, il prof. Dario Stazzone, e la scrittrice Maria Attanasio

Dall’amara scoperta che l’opuscolo settecentesco è un falso, il nuovo progetto rimane in cantiere, in sospeso, in attesa. «Ogni tanto ci tornavo, ma, poi, lo lasciavo perdere» racconta l’autrice «e c’era qualcosa che mi inquietava, finché quest’inquietudine si è fatta consapevolezza. È arrivato il tempo di quella scrittura». 

Maria Attanasio si rende conto che quella storia è «estremamente esemplare di quello che accade oggi, non sappiamo cos’è la verità e cos’è la menzogna, perché tutto è manipolato dal potere. Questo libretto è una manipolazione mediatica, una fake news del Settecento». E questi sono anche gli assi portanti del romanzo La rosa inversa: il discorso sul potere diventa centrale e si lega in maniera imprescindibile alla manipolazione che esso compie, anche e soprattutto quando si parla di informazione. 

Il passato è una lente, anzi, come sottolinea l’autrice riprendendo Vincenzo Monti, «uno storico metaforico, nel senso che la storia diventa metafora della contemporaneità».

Dopo aver affrontato il ‘600 nel romanzo Correva l’anno 1698 quando avvenne il fatto memorabile, l‘800 con La ragazza di Marsiglia, il ‘900 con Il falsario di Caltagirone e la contemporaneità con Il condominio di Via della Notte, la scrittrice calatina approda adesso al Settecento. E lo fa con acribia, ricercando tra le testimonianze d’archivio, recuperando i «segni del passato», una traccia di quell’alterità che è rimasta ai margini della Storia. 

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

«Dobbiamo tentare di scavare nella cancellazione della grande Storia. Chi scrive non può accettare i destini generali come sono stati raccontati da questa». Se la storia viene riscritta dai vincitori e dai potenti, la scrittura invece consente di rimanere vigili, crea dissenso e smentisce, contribuisce a smontare un sistema di potere, ricostruisce e ricuce. 

«Il racconto è l’unico modo per restituire vita alla vita» e un approccio critico alla realtà è necessario per difendersi dagli «inquisitori invisibili» del presente, che cercano di condizionare abitudini, consumi e pensieri, rivolgendosi all’individuo in maniera diretta, attraverso i principali mezzi di comunicazione. La manipolazione culturale del potere passa anche attraverso il linguaggio e diventa talmente usuale da passare inosservata. 

Maria Attanasio lo nota in alcune espressioni, in primis quando si indica una persona manipolatrice come un «Cagliostro»: a scrivere la storia del personaggio storico Cagliostro è il suo inquisitore, Barbieri, e per la scrittrice significa «leggere la storia di una strega da chi l’ha condannata», non può essere accettata senza essere problematizzata. 

L’autrice calatina ci invita, quindi, a superare la superficie e la realtà apparente, per scoprire quel ‘porto sepolto’ in cui si nasconde la verità. Il titolo del romanzo, La rosa inversa, allude proprio a questo cambio di paradigma ed è, al tempo stesso, metafora di una bellezza che affonda nelle sue radici, che si può trovare soltanto scavando e rintracciando le radici vere, la verità del profondo, che esiste oltre le apparenze: dobbiamo «capovolgere la rosa per vedere cosa l’ha generata e cosa essa può, a sua volta, generare».

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