L’intervento di Christopher Morphew alla conferenza Cher sui temi della diversità, equità e inclusione, dell’autonomia accademica, delle diverse missioni degli atenei e dell’intelligenza artificiale
Quanto può essere libera un’università quando la società, la politica e i governi le chiedono sempre più di rispondere alle proprie priorità? E come può continuare a garantire inclusione e libertà di espressione mentre cambiano valori, tecnologie e modalità di apprendimento?
Sono alcune delle domande al centro della Conferenza annuale Cher 2026, dedicata al tema Ridefinire l’istruzione superiore in un’era di geopolitica in evoluzione.
Un appuntamento che ha messo a confronto studiosi e ricercatori – più di 300 partecipanti con papers, Panels and posters provenienti da Cina, Gran Bretagna, Germania, Cile, Stati Uniti, Canada, Sudafrica, Giappone, Messico, Turchia, Russia, Israele, Hong Kong, Taiwan e anche da Trinidad and Tobago – sui cambiamenti che stanno interessando l’università, dalla didattica alla ricerca, dalla terza missione alla governance e all’internazionalizzazione.
Il confronto arriva in un momento nel quale l’università si trova nel mezzo di una trasformazione profonda. La globalizzazione che per decenni ha favorito mobilità, cooperazione internazionale e competizione tra atenei sta mostrando nuove fragilità.
Le tensioni geopolitiche, la crescente attenzione degli Stati alla sicurezza e alla sostenibilità economica, il ritorno di logiche nazionali e la competizione tra grandi potenze stanno modificando anche il modo in cui ricerca e istruzione superiore vengono pensate e governate.
A questo si aggiungono questioni che toccano direttamente la vita degli atenei: il dibattito sulla diversità, equità e inclusione, le nuove forme di attivismo studentesco, la libertà accademica, il rapporto tra università e istituzioni politiche e, soprattutto, l'impatto dell'intelligenza artificiale sulla didattica e sulla produzione della conoscenza.
È dentro questo scenario che si inserisce la riflessione di Christopher Morphew, che invita a non considerare questi temi come necessariamente contrapposti. Inclusione e libertà di espressione, sostiene, possono convivere. La diversità delle missioni universitarie non deve essere sacrificata alla ricerca di un unico modello di successo. E l'intelligenza artificiale, pur imponendo nuove responsabilità, non deve essere considerata soltanto una minaccia: se utilizzata consapevolmente, può rendere l'apprendimento più personalizzato e le informazioni più accessibili.
Ad organizzare la conferenza il prof. Sebastiano Mazzù, ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari e direttore del Dipartimento di Economia e Impresa per il quadriennio 2026-2030, e le docenti Venera Tomaselli e Agata Matarazzo, quali delegate del Rettore, intervenuti alla Conferenza CHER 2026. Chair della conferenza è Giulio Marini.
Un momento della conferenza Cher
Christopher Morphew: Università, cambiare senza perdere l’autonomia
Christopher Morphew è presidente della Johns Hopkins School of Education dall'agosto 2017. La sua attività di ricerca si concentra sulle questioni relative alla diversità istituzionale nell'istruzione superiore, comprese le politiche statali in materia di università e le modalità con cui college e atenei comunicano con i diversi gruppi di riferimento.
Nelle sue risposte, Morphew affronta alcuni dei nodi più delicati del dibattito contemporaneo sull'università: dal rapporto tra DEI e libertà accademica alla necessità di preservare missioni istituzionali differenti; dal contributo degli atenei alle politiche pubbliche alla rivoluzione dell'intelligenza artificiale. Un filo conduttore attraversa l'intervista: l'università deve saper cambiare senza rinunciare alla propria autonomia e alla propria funzione educativa.
In un momento in cui alle università viene chiesto sempre più spesso di occuparsi di DEI, di valori sociali in trasformazione e di attivismo studentesco, come possono proteggere contemporaneamente inclusione, libertà di espressione e autonomia accademica?
Diversità, equità e inclusione (DEI) e principi legati alla libertà di espressione e all'autonomia accademica non dovrebbero essere messi in competizione tra loro. Al centro delle iniziative DEI dovrebbe esserci la costruzione di una comunità democratica e inclusiva.
Le attività DEI troppo rigidamente strutturate o pensate per servire soltanto una parte della comunità universitaria rischiano invece maggiormente di escludere anziché educare. Il lavoro dei docenti e degli altri membri del personale in questi ambiti dovrebbe stimolare la riflessione sulle differenze, offrire occasioni per conoscere attività culturali e celebrazioni religiose e approfondire la storia delle nostre istituzioni.
Quando offriamo a studenti e personale opportunità con queste finalità, esse sono coerenti con la missione educativa dell'università. Ci aiutano a comprendere da dove provengono le nostre differenze, come le nostre storie siano collegate e ciò che abbiamo in comune.
Anche quando l'autonomia accademica o la libertà di espressione suscitano reazioni negative da parte di studenti o docenti, questo dovrebbe rappresentare un'opportunità educativa. Non necessariamente per arrivare a condividere i valori espressi, ma per comprendere da dove nascono le nostre differenze e perché il disaccordo rappresenti una componente fondamentale dell'esperienza democratica.
Se chiediamo sempre più agli atenei di dimostrare il loro impatto economico e sociale, rischiamo di imporre un unico modello di “università di successo”? Come possiamo, invece, preservare e valorizzare la diversità delle missioni istituzionali?
Esistono molti modi per misurare l'impatto economico e sociale ed è ragionevole che università con missioni differenti valutino il proprio impatto attraverso criteri diversi.
Le università tecniche e applicate, per esempio, possono essere chiamate a dimostrare quanto i loro laureati trovino occupazione nelle imprese locali o regionali, soprattutto in settori legati alle specificità produttive o climatiche del territorio.
Le università di ricerca, invece, possono misurare il trasferimento tecnologico, la nascita di nuove imprese nella regione oppure il ruolo di leadership svolto da docenti e personale all'interno di organizzazioni civiche o professionali che contribuiscono all'economia locale o nazionale.
Entrambi i tipi di università possono inoltre valutare il servizio che i propri laureati rendono alla comunità.
Indicatori di performance di questo tipo possono sostenere, anziché confondere, le importanti differenze tra le istituzioni. Ed è proprio questa diversità che i sistemi universitari nazionali dovrebbero proteggere.

In foto Christopher Morphew
In un contesto nel quale i governi chiedono sempre più alle università di rispondere alle priorità nazionali, come è possibile preservare la diversità istituzionale senza trasformare gli atenei in semplici esecutori delle politiche pubbliche?
Le università e il loro personale accademico possono e devono fornire contributi importanti alle politiche pubbliche. È giusto che ci si aspetti questo dagli atenei.
Ma ciò non dovrebbe andare a discapito dell'importanza della ricerca teorica e di base. In ogni caso, le università dovrebbero avere aree di particolare forza e competenza, come la medicina, la sanità pubblica, le scienze sociali o l'economia e il management.
È proprio attraverso queste competenze distintive che gli atenei possono contribuire alle politiche pubbliche, mantenendo al tempo stesso una missione istituzionale specifica.
L'intelligenza artificiale sta trasformando non solo il modo in cui insegniamo e apprendiamo, ma anche il ruolo stesso dell'università. La vera sfida del futuro sarà capire se l'IA renderà l'educazione più personalizzata e inclusiva oppure se finirà per standardizzare la conoscenza, ridefinendo il ruolo di docenti, studenti e della stessa libertà accademica?
Credo che possa produrre entrambi gli effetti. Sono però meno pessimista rispetto all'intelligenza artificiale e al modo in cui riusciremo a integrarla nei nostri programmi e nelle nostre pratiche educative.
La storia dell'educazione e dell'università è piena di esempi di nuove tecnologie che, al momento della loro introduzione, sembravano minacciose: basti pensare alle calcolatrici o ai personal computer.
Se integriamo l'IA in modo consapevole nel modo in cui insegniamo e apprendiamo, dovrebbe offrire opportunità più personalizzate e, allo stesso tempo, rendere le informazioni più accessibili e democratiche, coinvolgendo una platea più ampia di studenti.
L'intelligenza artificiale può apparire minacciosa ai docenti e al personale che non sanno ancora come integrarla nei compiti assegnati agli studenti e nelle pratiche didattiche. Ma le università dovrebbero fornire loro accesso a nuovi metodi di insegnamento e apprendimento, partendo dal presupposto che gli studenti utilizzeranno l'IA per approfondire ciò che sanno su un determinato argomento.
Parallelamente, dobbiamo educare gli studenti a capire quando e dove utilizzare l'IA, affinché possano diventare apprendenti più efficaci e efficienti.
Il rischio che vedo è che la conoscenza dell'utilità dell'IA da parte degli studenti possa superare quella dei docenti e del personale universitario, se gli atenei non saranno proattivi nella formazione pedagogica e nell'affrontare gli aspetti etici del suo utilizzo. Ma è un problema che può essere affrontato.