A Unict la presentazione del libro di Mara Benadusi vincitore del Premio “Costantino Nigra” 2026. Un volume sui 10 anni di ricerca in Sri Lanka per leggere il disastro oltre l’emergenza e interrogare le conseguenze dell’umanitarismo
Quando uno tsunami travolge il territorio e la vita delle persone, non sono solo le onde a lasciare il segno: l’onda lunga degli aiuti umanitari può riscrivere dinamiche sociali e poteri locali per anni a venire. In Maremoto. L’onda anomala degli aiuti umanitari, Mara Benadusi porta il lettore dietro le quinte delle decisioni che determinano chi riceve aiuto e chi resta ai margini.
Tra villaggi “vetrina”, strategie di sopravvivenza e relazioni di potere profondamente radicate, il libro smaschera la complessità di interventi che sembrano salvifici, ma lasciano tracce ambigue. Benadusi non racconta solo lo tsunami che ha colpito nel 2004 lo Sri Lanka, racconta le conseguenze che si propagano molto oltre l’onda, dove solidarietà, politica e sopravvivenza si intrecciano in modi inattesi.
Il volume - recente vincitore del Premio di Antropologia culturale “Costantino Nigra” 2026, tra i più importanti riconoscimenti italiani nel campo demoetnoantropologico - è stato presentato nei giorni scorsi, nell’aula “XXI Marzo” di Palazzo Pedagaggi, sede del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania.

Sri Lanka, tsunami del 2004 (foto: Agi)
Dal banchetto delle decisioni alla sopravvivenza quotidiana: storie dallo Sri Lanka post-tsunami
«All’inizio ho concentrato le mie attenzioni soprattutto sulla catena di intermediazione degli aiuti umanitari e non sulla vita quotidiana nei villaggi. Ero più interessata a seguire i luoghi in cui venivano prese le decisioni sulla distribuzione degli aiuti. Mi sono messa a osservare i banchetti degli intermediari: quei luoghi dove si decideva chi fosse o meno un beneficiario, chi avesse diritto alla ricostruzione della casa e chi no». Con queste parole Mara Benadusi ha cominciato il suo racconto incentrato sui primi momenti post tsunami.
«Quando sono tornata in Sri Lanka alcuni anni dopo – prosegue il racconto -, le organizzazioni umanitarie non erano più presenti sul territorio. Tuttavia il ricordo degli aiuti era ancora molto forte, l’eredità dell’intervento umanitario continua a influenzare le dinamiche sociali locali, a distanza di anni dallo tsunami. Anche la semplice presenza di un ricercatore o di un funzionario poteva riattivare nelle comunità locali la speranza che nuovi aiuti potessero arrivare».
Un pre e un post tsunami su cui Mara Benadusi, docente di Discipline demoetnoantropologiche, ha incentrato le sue ricerche evidenziando come «in Sri Lanka c'è una percezione del potere molto particolare: anche nel villaggio più remoto, il potere è sentito come qualcosa di prossimo, attivabile, quasi come se l'intero Paese fosse un unico grande villaggio dove tutti hanno un rapporto diretto con il presidente».
Durante un secondo periodo di osservazione, la Benadusi ha studiato anche quello che definisce un “villaggio vetrina”, presentato come «esempio di successo delle politiche di ricostruzione». «In realtà - ha spiegato -, molte dinamiche erano più complesse: alcune famiglie fingevano di abitare nelle case costruite con gli aiuti solo per mantenere il diritto a eventuali controlli o nuovi finanziamenti. Si tratta, ha concluso l’autrice, di strategie di adattamento e sopravvivenza sviluppate all’interno di un contesto ancora segnato dalle conseguenze dello tsunami e dalla lunga guerra civile».
In questo senso, il volume propone una riflessione più ampia sugli effetti di lungo periodo degli interventi umanitari, mettendo in luce le tensioni tra solidarietà internazionale, interessi politici e strategie di sopravvivenza delle popolazioni coinvolte.
«Queste pratiche - ha spiegato l’autrice - non devono essere lette solo come forme di opportunismo, ma come strategie di adattamento e sopravvivenza sviluppate in un contesto ancora segnato dalle conseguenze dello tsunami e da anni di conflitto civile. In questo senso, il libro mostra come l’intervento umanitario abbia lasciato tracce profonde nelle relazioni sociali e nelle modalità con cui le comunità locali negoziano risorse e riconoscimento».

La docente Mara Benadusi
Aiuti internazionali e strategie locali: riflessioni su dieci anni di ricerca etnografica
L’incontro si è aperto con i saluti istituzionali di Francesca Longo, direttrice del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, ed è stato introdotto e coordinato da Irene Falconieri (Università di Catania). Hanno poi preso parte, Michael Herzfeld (Harvard University) e Berardino Palumbo (Università di Messina), che hanno discusso con l’autrice i principali temi del libro, frutto di oltre dieci anni di ricerca etnografica sul campo in Sri Lanka dopo lo tsunami del 2004.
Nel suo intervento Francesca Longo, docente di Scienza Politica e Sistema Politico dell'Unione Europea e direttrice di dipartimento, ha richiamato la cornice scientifica in cui si inserisce il lavoro di Benadusi, definendolo il risultato di una collaborazione scientifica avviata negli anni tra relazioni internazionali e antropologia proprio sul tema dei disastri.
«Ormai viviamo in un momento di policrisi, crisi che arrivano da più settori, e il punto di convergenza drammatico è che sono sempre le popolazioni civili a pagare il prezzo maggiore», ha sottolineato la prof.ssa Longo. «Affrontare la ricostruzione e la resilienza è quindi un tema fondamentale per tutti noi», ha aggiunto.

Un momento dell'intervento della prof.ssa Francesca Longo
A partire dall’incipit del volume, Irene Falconieri, docente di Antropologia Culturale dell’Università di Catania, ha evidenziato l’impianto teorico del libro, che invita a superare una visione dei disastri come eventi isolati e improvvisi. «Il libro parte da una sfida teorica: prendere sul serio l’idea che una catastrofe non sia un elemento isolato nel tempo - ha spiegato -. I disastri hanno una storia: c’è un prima e c’è un dopo».
In questa prospettiva, l’autrice propone un approccio etnografico capace di restituire la complessità dei processi sociali e politici che si attivano intorno agli eventi catastrofici, «muovendosi tra il vissuto intimo quotidiano e i grandi summit internazionali», dunque mettendo in relazione dimensioni locali e dinamiche globali, mostrando piani «sovrapposti e connessi». Falconieri ha insistito anche sul rigore della postura scientifica, anche quando si parla di serendipità: la “scoperta” non sostituisce «la postura scientifica seria, necessaria per avere un vero impatto pubblico».

In foto i docenti Irene Falconieri e Michael Herzfeld
A seguire è intervenuto Michael Herzfeld, antropologo e docente di Antropologia alla Harvard University, che ha sottolineato la qualità scientifica e la leggibilità del volume: «Benadusi ha fatto scelte difficili, inserendo gli aspetti teorici più tecnici nelle note per non appesantire la narrazione».
Il “genio” del volume, per lui, sta nel «far vivere le connessioni che spesso si preferisce ignorare, quelle tra il singolo luogo etnografico e i legami internazionali o statali, evitando di ridurre la ricerca a un solo punto di osservazione». «Non è solo l’analisi di un luogo: è un’etnografia che si muove su più livelli», ha aggiunto.
Centrale anche il valore della prospettiva di lungo periodo adottata da Benadusi, quindi la dimensione diacronica: una «lunga durata» che, come ha precisato, « non è la longue durée degli storici classici, ma una lunga durata intrinseca alla ricerca stessa», e permette di comprendere le relazioni tra i diversi gruppi etnici dello Sri Lanka — Tamil, Singalesi e Musulmani — e le trasformazioni politiche e sociali prodotte dall’intervento umanitario».
Herzfeld ha poi sottolineato come il libro riesca «a collegare i dettagli dell’osservazione etnografica ai processi politici più ampi». «Attraverso l’analisi del contesto srilankese - ha spiegato - emergono anche elementi di lunga durata nelle forme di potere».
In particolare, l’antropologo ha richiamato il riferimento al concetto di Dhammaraja, il “re virtuoso”, un modello tradizionale di autorità diffuso nelle culture buddhiste dell’Asia meridionale e sud-orientale. «Anche in un sistema politico formalmente repubblicano - ha osservato -, queste idee continuano a influenzare il modo in cui il potere viene interpretato e legittimato a livello locale».
Secondo Herzfeld, proprio «su queste strutture politiche e culturali preesistenti si è innestato l’intervento umanitario internazionale dopo lo tsunami del 2004». Gli aiuti, pur essendo spesso indispensabili, possono essere anche utilizzati dagli attori locali per rafforzare posizioni di potere già consolidate. «Dobbiamo chiederci – ha aggiunto - quando è il momento di fermarsi e ripensare il significato dell’aiuto».
Concludendo, ha assunto un impegno: lavorare perché un libro «così importante, scritto in italiano, possa essere tradotto e circolare oltre i confini linguistici, così da portare nel dibattito internazionale il suo sguardo sui rapporti di potere».

Sri Lanka, tsunami del 2004 (foto: Evan Schneider)
A soffermarsi sul volume anche Berardino Palumbo, ordinario di Antropologia Sociale all'Università di Messina, che ha definito Maremoto una delle prime monografie italiane così strutturate sul tema, notando che «un apparato di cartine più sviluppato» avrebbe potuto aiutare chi non conosce l’area a orientarsi in una storia complessa, frutto di «dieci anni di ricerca sul campo» e di un lavoro in multiscalarità.
Tra i punti più rilevanti ha evidenziato il rapporto tra istituzioni transnazionali e contesti locali. L’intervento umanitario, ha osservato, non è un processo uniforme: le sue conseguenze variano a seconda dei contesti e delle modalità con cui gli attori locali si relazionano alle organizzazioni internazionali.
Il libro mostra, inoltre, come i sistemi di classificazione adottati dalle istituzioni possano avere effetti concreti sulla vita delle persone. Le categorie istituzionali non restano astratte: «Essere classificati in un modo o in un altro poteva determinare se una famiglia avrebbe ricevuto o meno una casa», ha ricordato Palumbo.
Nel suo intervento, Palumbo ha poi richiamato l’attenzione sul ruolo degli attori sociali e sul livello di consapevolezza con cui partecipano ai processi politici. Riprendendo una sua espressione, ha parlato «dello Stato Mamut, cioè del grado di consapevolezza necessario affinché un’azione collettiva possa avere effetti concreti in un determinato contesto».
In questa prospettiva, ha spiegato il docente, «il libro mostra come la costruzione di identità collettive e comunitarie non sia mai un processo astratto, ma si sviluppi attraverso pratiche concrete e relazioni di potere». «Un esempio importante è quello del dono, dove si confrontano due logiche profondamente diverse: da un lato quella dell’aiuto umanitario internazionale, dall’altro quella del dono all’interno delle tradizioni religiose locali, in particolare nel contesto buddhista – ha aggiunto -. Due sistemi di valori e di significati che non sempre riescono a incontrarsi».

In foto il prof. Berardino Palumbo
«Nel libro - ha osservato -, emerge come il ciclo degli aiuti internazionali, e anche la loro progressiva cessazione, abbia avuto effetti nel lungo periodo sugli equilibri locali, contribuendo a riattivare tensioni che si pensavano ormai superate. «Guardate che proprio cliccando su quei tasti della cooperazione», ha detto rivolgendosi all’autrice, «abbiamo riacceso una guerra che si era formalmente pacificata intorno alla promessa degli aiuti».
Il prof. Palumbo, in chiusura, ha posto una domanda all’autrice su un elemento che nel libro rimane più sullo sfondo: la dimensione simbolica e religiosa attraverso cui le comunità interpretano il successo o il fallimento delle proprie vicende. «In un contesto come quello srilankese - ha osservato - dove la prosperità può tradursi concretamente nella costruzione di una casa o nell’avvio di nuove attività economiche, sarebbe stato interessante capire se accanto alle spiegazioni razionali emergano anche interpretazioni legate alla stregoneria o ad altri sistemi di credenze locali».
Nella rispondere al quesito, la docente Mara Benadusi ha spiegato di aver «dovuto fare delle scelte dolorose per non 'infierire' troppo sul lettore». «Alcuni temi – ha aggiunto -, come quello della stregoneria, sono stati lasciati fuori dal volume per non appesantire ulteriormente un lavoro già molto corposo, anche se su questo aspetto l’autrice ha continuato a lavorare in altri studi».