Intervista alla prof.ssa Paola Malanotte-Rizzoli, oceanografa di fama mondiale, ospite della Summer School Climate Resilient Solutions for Sicily promossa da Unict e MIT
Nel 2007, il suo contributo scientifico è entrato a far parte del lavoro che è valso il Premio Nobel per la Pace ad Al Gore e all'IPCC - Intergovernmental Panel on Climate Change, insigniti del riconoscimento «per gli sforzi compiuti nel costruire e diffondere una maggiore conoscenza sul cambiamento climatico di origine antropica e nel porre le basi delle misure necessarie a contrastarlo».
Oceanografa di fama mondiale, originaria di Vicenza e docente al Dipartimento del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, Paola Malanotte-Rizzoli è stata "Lead Author" del capitolo del Quarto Rapporto di Valutazione (AR4) dell'IPCC dedicato alla correlazione tra l'innalzamento del livello del mare e i cambiamenti climatici.
Un ruolo di primaria responsabilità editoriale e scientifica in una delle sezioni più delicate e strategiche dell'intero rapporto: quella che, sulla base di decenni di osservazioni oceanografiche, modelli numerici e proiezioni climatiche, ha definito con il massimo rigore il nesso causale tra riscaldamento globale e aumento del livello degli oceani.
Una competenza costruita in anni di ricerca, a partire dagli studi sulla laguna di Venezia e sul Mare Adriatico, che la professoressa ha saputo tradurre in conoscenza scientifica certificata a livello internazionale, mettendo al servizio delle politiche globali sul clima le sue competenze distintive nella modellazione oceanografica, nello studio del livello del mare e dei mari marginali.
«Ne vado sempre tanto fiera», ammette la studiosa, che nonostante 45 anni già trascorsi negli Stati Uniti ha scelto di mantenere con orgoglio la cittadinanza italiana. Prima donna a occuparsi di oceanografia al MIT, Malanotte-Rizzoli ha conseguito il dottorato in Meccanica Quantistica all'Università di Padova, per poi proseguire il suo percorso di ricerca all'Istituto per lo Studio della Dinamica delle Grandi Masse del CNR e alla Scripps Institution of Oceanography.
L'abbiamo incontrata mercoledì scorso a Villa Citelli, dove ha tenuto la lecture dal titolo A short history of physical oceanography and its evolution into a modern essential science davanti agli allievi e alle allieve della seconda edizione della Summer School Climate Resilient Solutions for Sicily. La Scuola, fondata dalla stessa Malanotte-Rizzoli insieme al professor Enrico Foti, ordinario di Idraulica e rettore dell'Università di Catania, si è svolta tra Ortigia e Catania dal 15 al 26 giugno.
Nel 2013 il Governo italiano le ha conferito uno speciale riconoscimento per il contributo offerto ai lavori dell'IPCC, ma è solo uno dei numerosi prestigiosi premi che hanno costellato la sua carriera. Tra i più significativi figurano la Fellowship della American Geophysical Union (2006), la Fellowship della American Meteorological Society (2002), il Premio Masi del Governo italiano per l'eccellenza nelle scienze ambientali (1998), l'Editor's Award della American Meteorological Society come miglior revisore del Journal of Physical Oceanography (1992) e l'elezione all'Accademia Nazionale dei Lincei.
L'attività scientifica della professoressa si è sviluppata lungo filoni di ricerca tra loro complementari e di straordinaria rilevanza. In oltre quarant'anni di carriera ha fornito contributi fondamentali allo studio della circolazione atmosferica e oceanica e dei processi fisici che regolano il sistema climatico, contribuendo allo sviluppo di modelli climatici globali e regionali. Un'attenzione particolare è stata dedicata alla dinamica e al clima dei mari marginali, con particolare riferimento al Mediterraneo. I suoi studi hanno inoltre avuto un ruolo determinante nella comprensione e nella previsione delle acque alte eccezionali che interessano Venezia e la sua laguna, contribuendo alla progettazione e alla realizzazione del sistema di barriere mobili "Mose" per la protezione della città.
A coronamento di una carriera di eccezionale rilievo nel panorama della scienza del clima, insieme al marito Peter Stone ha istituito al MIT una cattedra professorale nominativa, la Peter H. Stone and Paola Malanotte Stone Professorship, con l'obiettivo di attrarre i migliori scienziati del mondo nei settori dell'oceanografia fisica, delle scienze del clima e delle scienze atmosferiche e planetarie.
«Avendo alle spalle una lunga carriera – risponde, con grande disponibilità -, ho avuto il privilegio di conoscere personalmente alcuni dei più grandi scienziati che hanno segnato la storia dell’oceanografia fisica e di assistere in prima persona alla straordinaria evoluzione di questa disciplina. Da scienza prevalentemente empirica si è trasformata in una disciplina quantitativa e rigorosa. Un tempo, per usare una metafora, si andava in mare e si “metteva il dito nell’acqua” per misurarne la temperatura; oggi disponiamo di modelli matematici sofisticati, tecnologie avanzate e strumenti di osservazione sempre più precisi. Un percorso analogo era stato compiuto prima dalla meteorologia e, ancora prima, dalla geofisica».

Un momento dell'intervista
Perché questa trasformazione è arrivata più tardi in oceanografia?
Le ragioni sono essenzialmente due. La prima riguarda l’interesse diretto delle persone: tutti abbiamo bisogno delle previsioni del tempo perché influenzano la nostra vita quotidiana. Se devo organizzare una giornata all’aperto, controllo il meteo; difficilmente, invece, mi preoccupo delle correnti marine. Per questo motivo la meteorologia ha ricevuto, storicamente, maggiori investimenti e attenzione.
La seconda ragione è ancora più importante: la difficoltà di raccogliere dati. L’oceano è un ambiente immenso, ostile e profondissimo. Noi lo chiamiamo ancora “mostro”. Misurare ciò che accade a 4 mila metri di profondità è una sfida enorme: basti pensare che ogni 10 metri d’acqua corrispondono a circa un’atmosfera di pressione. Negli abissi gli strumenti devono sopportare oltre 400 atmosfere. Ho visto personalmente grandi strutture d’acciaio risalire deformate dalla straordinaria forza dell’oceano profondo.
Oggi però disponiamo di tecnologie straordinarie, come i galleggianti autonomi che seguono le correnti e raccolgono dati su temperatura e salinità lungo la colonna d’acqua. Tuttavia, la maggior parte di questi strumenti raggiunge ancora solo i 2 mila metri di profondità, mentre gli oceani arrivano comunemente a 4 mila metri e le fosse più profonde superano i 10 mila. Una parte significativa dell’oceano resta dunque ancora poco esplorata.
In ogni disciplina scientifica i dati rappresentano la materia prima della conoscenza. Possiamo sviluppare modelli numerici sempre più sofisticati — e io stessa ho iniziato a fare modellistica quando si programmava utilizzando pile di schede perforate — ma senza osservazioni affidabili non è possibile verificare le teorie né comprendere realmente i fenomeni.
È proprio questa la sfida che ha accompagnato l’oceanografia fisica per gran parte della sua storia, a partire dalla seconda metà del Novecento: la difficoltà di osservare e misurare un ambiente vasto, profondo e complesso. Quando ho iniziato la mia carriera, era una disciplina ancora giovane. Per questo ho avuto la fortuna di conoscere personalmente molti dei pionieri che ne hanno scritto la storia.
In foto da sinistra Paola Malanotte-Rizzoli, Enrico Foti e Rosaria Ester Musumeci
Lei ha spesso definito il Mediterraneo un “laboratorio naturale” per comprendere processi oceanici e climatici globali. Quali segnali osserviamo oggi in questo mare che possono aiutarci a prevedere l’evoluzione del clima su scala planetaria nei prossimi decenni?
C’è un aspetto fondamentale che vale la pena sottolineare. Nei rapporti dell'IPCC, il Mediterraneo viene definito un vero e proprio hotspot del cambiamento climatico, cioè una delle aree del pianeta in cui gli effetti del riscaldamento globale si manifestano con particolare intensità e risultano più facilmente osservabili e misurabili. È senza dubbio un osservatorio privilegiato.
I dati mostrano infatti segnali inequivocabili: la temperatura media del Mediterraneo sta aumentando a una velocità circa due terzi superiore rispetto alla media globale. Per le sue caratteristiche geografiche – un bacino relativamente piccolo, situato tra le medie e basse latitudini e ampiamente monitorato – il “Mare nostrum” rappresenta una sorta di laboratorio naturale a cielo aperto. Qui è possibile raccogliere dati con maggiore facilità, studiare i processi in corso e utilizzare le conoscenze acquisite per comprendere fenomeni che interessano l'intero pianeta.
Questo ruolo di laboratorio non riguarda soltanto il riscaldamento delle acque, ma anche la circolazione oceanica. Un esempio particolarmente significativo è quello della cosiddetta global conveyor belt, il grande sistema di correnti che distribuisce calore e nutrienti negli oceani e che contribuisce in modo decisivo alla regolazione del clima terrestre. La Corrente del Golfo ne rappresenta uno degli elementi più noti. Un eventuale rallentamento o blocco di questo sistema avrebbe conseguenze profonde sugli equilibri climatici globali.
Ebbene, il Mediterraneo possiede una circolazione termoalina, ossia il sistema di correnti alimentato dalle differenze di temperatura e salinità delle acque che, pur su scala ridotta, presenta meccanismi molto simili a quelli della circolazione oceanica globale. Le masse d'acqua entrano attraverso lo Stretto di Gibilterra, percorrono il bacino, si trasformano nelle loro caratteristiche fisiche e chimiche e contribuiscono infine agli scambi con l'oceano Atlantico. Studiare questi processi nel Mediterraneo consente quindi di comprendere meglio il funzionamento dei grandi sistemi oceanici del pianeta.
La crescente consapevolezza dei Paesi che si affacciano su questo mare e la possibilità di sviluppare qui metodologie avanzate di monitoraggio e analisi offrono un'opportunità straordinaria: quella di affinare strumenti e conoscenze che possono poi essere applicati allo studio e alla comprensione dei cambiamenti climatici a livello globale.
In foto da sinistra Paola Malanotte-Rizzoli e Rosaria Ester Musumeci
In un’intervista rilasciata a IlBostoniano, lei ha affermato: «L'aumento di temperatura degli ultimi cento anni è opera nostra. Molte persone non sono d'accordo, o fingono di non esserlo, solo perché ci sono enormi interessi in gioco». A quasi vent'anni dalla pubblicazione dei rapporti IPCC che hanno meritato il Nobel per la Pace, come valuta il divario tra la solidità del consenso scientifico e la lentezza delle risposte politiche? E qual è, secondo lei, il ruolo che l'oceanografia fisica può e deve svolgere nel dibattito pubblico sul clima?
Il consenso della comunità scientifica sui cambiamenti climatici e sulle principali questioni ambientali è oggi ampio e consolidato. Grazie alla rapidità con cui la ricerca si confronta e condivide risultati a livello internazionale, il dialogo tra gli scienziati è diventato sempre più efficace. Più complesso è invece il rapporto con la politica, che risente di dinamiche economiche, sociali e culturali diverse da Paese a Paese.
Negli ultimi decenni, tuttavia, il confronto tra mondo scientifico e decisori pubblici è migliorato sensibilmente. La politica ha acquisito una maggiore familiarità con il linguaggio della scienza e, in molti contesti, si sono rafforzati i canali di comunicazione tra ricercatori e istituzioni. Resta però un equilibrio fragile, come dimostra il recente caso degli Stati Uniti, dove in pochi anni si è assistito a un significativo arretramento del dialogo tra scienza e governo.
L'oceanografia, come tutte le scienze della Terra, può offrire un contributo fondamentale al dibattito pubblico perché fornisce dati, analisi e strumenti indispensabili per comprendere fenomeni complessi e orientare le scelte future. In Italia esistono eccellenti oceanografi, anche se la disciplina non ha una diffusione capillare nelle università come altre aree scientifiche.
L'esperienza del MOSE di Venezia dimostra quanto sia importante ascoltare la ricerca scientifica. Pur tra ritardi, resistenze e difficoltà, quest'opera ha contribuito a proteggere la città dalle acque alte più estreme, confermando la validità di molte valutazioni avanzate dagli studiosi nel corso degli anni.
Nel complesso guardo al futuro con moderato ottimismo. Rispetto a quando ho iniziato la mia carriera, il dialogo tra scienza, politica e società è certamente cresciuto. Tuttavia, i progressi non sono mai definitivi: possono essere messi in discussione rapidamente. Per questo è essenziale continuare a investire nella cultura scientifica e nel confronto aperto tra ricerca e istituzioni.
Un momento dell'intervento della prof.ssa Paola Malanotte-Rizzoli
La sua lunga attività di ricerca ha avuto ricadute concrete, dal contributo agli studi sull’acqua alta di Venezia fino alla progettazione del sistema MOSE. In un’epoca in cui gli eventi estremi diventano sempre più frequenti, come può la comunità scientifica migliorare questo dialogo con decisori politici e cittadini affinché le conoscenze oceanografiche si traducano più rapidamente in strategie di adattamento efficaci?
La stessa vicenda del MOSE rappresenta bene le difficoltà che per molti anni hanno caratterizzato il rapporto tra scienza e politica, anche in Italia. Da un lato, il mondo scientifico non sempre è stato capace di comunicare in modo efficace con i decisori pubblici; dall’altro, quando entrano in gioco opere di enorme impatto economico, emergono inevitabilmente interessi e contrapposizioni che rendono il confronto molto complesso.
Ho collaborato come consulente del Consorzio Venezia Nuova dal 1995 al 2014 e ho vissuto in prima persona il dibattito sul MOSE. Già alla fine degli anni Novanta, sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili, ritenevamo che fosse la soluzione più efficace per proteggere Venezia dall’acqua alta. Questa posizione suscitò forti polemiche, anche perché intorno al progetto si confrontavano visioni, interessi e priorità molto diverse.
Oggi, al di là delle controversie che hanno accompagnato la sua realizzazione, il dato concreto è che il MOSE ha dimostrato la propria efficacia: Venezia è stata protetta in numerose occasioni e il sistema funziona. La vera sfida, semmai, riguarda il futuro. L’innalzamento del livello del mare sta accelerando più rapidamente di quanto previsto decenni fa e sarà necessario pensare a un aggiornamento dell’infrastruttura per affrontare scenari climatici sempre più critici.
Negli ultimi anni, fortunatamente, qualcosa è cambiato. Sempre più istituzioni scientifiche formano ricercatori capaci di dialogare con la politica e con la società. Ma il percorso deve essere reciproco: la politica deve saper ascoltare la scienza e comprenderne il valore strategico. Paesi come l’Olanda hanno investito da tempo nell’adeguamento delle proprie opere di difesa costiera; la sfida per l’Italia è sviluppare la stessa capacità di pianificazione e visione a lungo termine.