Al Palazzo Pedagaggi il secondo appuntamento del ciclo di seminari “Fascismi mediterranei” promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali
La memoria pubblica del fascismo e del nazismo e il modo in cui queste vengono raccontate attraverso i media e la politica sono stati i punti cardine del secondo incontro del ciclo di seminari “Fascismi mediterranei”. tenutosi nei giorni scorsi nella Sala riunioni di Palazzo Pedagaggi.
Ospite dell’incontro, al Palazzo Pedagaggi, sede del Dipartimento di Scienze politiche e sociali, il prof. Filippo Focardi, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Padova, che è intervenuto per presentare il volume Quale storia per il pubblico? Fascismo e nazismo tra storia e mass-media, un lavoro che riflette su come i miti consolatori abbiano influenzato la memoria collettiva della Seconda guerra mondiale in Italia e Germania.
A coordinare l’incontro il professore Lorenzo Coccoli che, introducendo il seminario, ha sottolineato come il ciclo nasca dalla necessità di interrogarsi sul presente: «È un’iniziativa che abbiamo voluto organizzare osservando la realtà internazionale che ci circonda oggi e questa sorta di stress test che stanno subendo le democrazie».
Lorenzo Coccoli, inoltre, ha chiarito che il riferimento al nazismo all’interno del ciclo non nasce da una sovrapposizione con i fascismi mediterranei, ma dalla volontà di riflettere su fenomeni che hanno segnato profondamente il Novecento: «I fascismi dell’area mediterranea hanno rappresentato una parte cruciale e drammatica del secolo scorso».

Un momento dell'incontro
Memoria storica e riconciliazione tra Italia e Germania nel dopoguerra
Nel corso del seminario, lo storico Filippo Focardi ha ripercorso la genesi del volume e analizzato il ruolo delle memorie pubbliche in Italia e Germania nel secondo dopoguerra, soffermandosi sui miti nazionali, sulle responsabilità rimosse e sulla necessità di una lettura critica del passato come fondamento di una autentica coscienza democratica europea.
In particolar modo ha sottolineato che il progetto è stato finanziato dal Fondo Italo-Tedesco per il Futuro, istituito dal Bundestag, con l’obiettivo di promuovere politiche della memoria e riconciliazione tra i due Paesi.
«La nascita del fondo è legata anche allo scontro diplomatico tra Italia e Germania esploso nel 2008», ha spiegato il professore.
«In quegli anni, alcuni tribunali italiani avevano iniziato a condannare la Germania al risarcimento delle vittime delle stragi naziste e degli ex militari italiani deportati – ha aggiunto -. Berlino, invece, rivendicava il principio dell’immunità degli Stati. Una vicenda che arrivò fino alla Corte internazionale di giustizia nel 2012 e che portò successivamente alla creazione di una commissione paritetica di storici italiani e tedeschi».
«Storicamente le ricostruzioni dei due Paesi erano abbastanza vicine – ha osservato Focardi –, mentre a essere molto diverse erano soprattutto le memorie pubbliche».
Uno dei temi centrali affrontati durante il seminario ha riguardato proprio la costruzione della memoria nazionale italiana nel dopoguerra. Secondo Focardi questa si sarebbe sviluppata attorno a due pilastri: l’esaltazione della Resistenza e il mito del “bravo italiano” contrapposto al “cattivo tedesco”.
«Questa narrazione è stata alimentata già dal 1943 dal governo Badoglio, dai militari e dalla diplomazia italiana per ottenere una pace meno punitiva», ha spiegato. «Successivamente, anche i partiti antifascisti finirono per assolvere l’immagine del soldato italiano, attribuendo le responsabilità principalmente alle figure di vertice del regime fascista», ha aggiunto.

Un momento dell'incontro
Un ruolo importante, secondo lo storico, lo avrebbe avuto anche il silenzio sui crimini commessi dall’esercito italiano nei territori occupati. «In Italia non c’è mai stata una Norimberga italiana», ha sottolineato Focardi, ricordando come ostacoli giuridici e dinamiche legate alla Guerra Fredda abbiano impedito un reale processo pubblico sulle responsabilità italiane.
Tra gli episodi ricordati nel corso dell’incontro vi è anche quello di Giovanni Ravalli, ufficiale italiano processato e condannato ad Atene nel 1946 per crimini di guerra e successivamente scarcerato grazie alle pressioni del governo De Gasperi.
Il prof. Focardi ha poi citato alcuni tentativi più recenti di fare luce sui crimini italiani in Grecia, come l’inchiesta sui fatti di Domenikon e la denuncia presentata dal cittadino greco Stathis Psomiadis, conclusasi anni dopo con l’archiviazione del caso.
Nel corso della conferenza il docente si è soffermato anche sulla memoria pubblica tedesca del dopoguerra. «Negli anni Cinquanta la Germania costruisce una narrazione autoassolutoria: il nazismo viene visto come il prodotto della follia di Hitler e delle Schutzstaffel, mentre i soldati della Wehrmacht vengono rappresentati come vittime del regime», ha spiegato.
«L’Italia, invece, veniva percepita non tanto come “cattiva”, quanto piuttosto come un alleato debole e inaffidabile che aveva tradito l’Asse dopo l’8 settembre», ha aggiunto.
In conclusione Focardi ha ribadito l’importanza di sviluppare uno sguardo critico sulle memorie nazionali e sulle narrazioni costruite nel dopoguerra: «Solo affrontando anche gli aspetti più scomodi del proprio passato, è possibile costruire una reale coscienza democratica europea».