Niscemi, una frana annunciata

La docente Giovanna Pappalardo, responsabile del team di Geologia Applicata di Unict, analizza le cause del dissesto: sabbie permeabili, argille impermeabili e un fenomeno retrogressivo che minaccia il centro abitato

Alfio Russo

Una collina caratterizzata da strati di sabbia sovrastanti livelli di argilla. Una conformazione geologica che rende l’area particolarmente vulnerabile ai fenomeni di instabilità, soprattutto in presenza di forti piogge. È il “terreno” su cui è stata costruita Niscemi, un borgo di 25mila anime incastonato tra la piana di Gela e il territorio di Caltagirone.

Già in passato la criticità – già nota agli esperti – era emersa con una frana il 12 ottobre del 1997 che aveva costretto all’evacuazione 400 persone.

E domenica scorsa, alimentata dal ciclone Harry che si è abbattuto con violenza sulla Sicilia, un nuovo sfaldamento del territorio ha colpito il paese di Niscemi: un fronte franoso esteso per circa quattro chilometri che ha costretto oltre 1.500 persone ad abbandonare le proprie abitazioni delimitate dalla “zona rossa” di 150 metri demarcata dalla Protezione civile. Un fronte che continua avanzare.

Per molti sfollati – accolti da parenti e amici nelle proprie abitazioni a testimonianza di quella solidarietà umana che contraddistingue il Meridione nei momenti di crisi - il rientro a casa non sarà possibile. 

Uno scatto della frana pubblicato da Sky Tg24

Uno scatto della frana pubblicato da Sky Tg24

Sul “campo” è presente anche il team di Geologia applicata del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania, guidato dalla prof.ssa Giovanna Pappalardo e costituito anche dai ricercatori Simone Mineo e Davide Caliò.

Un team impegnato da anni nello studio dei fenomeni di frana che interessano anche aree urbanizzate. “Oggi la situazione si ripete con caratteristiche ancora più significative: il fronte della frana si estende per circa quattro chilometri e colpisce direttamente le case che si affacciano sul pendio”, ha spiegato Giovanna Pappalardo, ordinaria di Geologia applicata all’Università di Catania.

“L’abitato sorge su una successione di sabbie sovrastanti livelli di argille e marne grigiastre, una stratigrafia che determina un marcato contrasto nelle proprietà geotecniche e, soprattutto, nella permeabilità”, spiega Giovanna Pappalardo, referente dell’Associazione italiana di geologia applicata e ambientale.

“Le sabbie, generalmente permeabili, permettono l’infiltrazione delle acque meteoriche nel sottosuolo, mentre le argille sottostanti ne ostacolano il drenaggio profondo, favorendo l’accumulo di acqua e creando condizioni di instabilità”, continua la docente. 

Secondo l’analisi del gruppo di ricerca etneo, il fenomeno mostra anche “un’evoluzione di tipo retrogressivo”, ossia una progressiva propagazione del movimento franoso verso il centro abitato.

“Abbiamo verificato, infatti, che il fenomeno avanza verso valle, ma soprattutto si sviluppa anche dietro, cioè va verso il paese e questo fenomeno retrogressivo, si chiama proprio così, è quello che più preoccupa in questo momento perché altre case potrebbero essere coinvolte e altre strutture – spiega la docente dell’ateneo catanese –. Questa situazione comporta anche che la parte sovrastante dove c'è il paese, alla presenza di acqua, questa viene un po' assorbita e rilasciata nella parte bassa rappresentando così una delle problematiche di instabilità lungo tutta la circonferenza del paese”.

Alla luce di questo scenario, il contributo scientifico del team di Geologia Applicata dell’ateneo – richiamato anche da testate internazionali come il quotidiano The Washington Times e nazionali come Rai e Sky - risulta centrale per comprendere la dinamica del dissesto e supportare le decisioni delle autorità competenti. 

“Appare indispensabile un costante e accurato monitoraggio dell'area interessata”, conclude la prof.ssa Pappalardo, sottolineando la necessità di interventi basati su un’analisi geologica approfondita per ridurre il rischio e tutelare la sicurezza della popolazione.

La prof.ssa Giovanna Pappalardo intervistata dalla giornalista della redazione del Tg1 Rai

La prof.ssa Giovanna Pappalardo intervistata dalla giornalista della redazione del Tg1 Rai

Niscemi, la memoria lunga della terra: cronaca storica di una frana ricorrente

Nella storia di Niscemi il rumore della terra che si muove ritorna come un presagio ciclico, capace di confondere la paura del sisma con una realtà altrettanto distruttiva. Il 12 ottobre 1997, poco prima delle 14, la popolazione scese in strada convinta che fosse in corso un terremoto. 

Lo stesso istinto collettivo si è ripetuto ventinove anni dopo, il 25 gennaio, quando, intorno alle 13, un boato ha nuovamente attraversato l’abitato. In entrambe le occasioni, non fu un sisma a scuotere la città, ma una frana che si manifestò negli stessi settori urbani: Sante Croci, Pirillo e Canalicchio, aree che la storia locale associa da secoli ai movimenti del versante.

Nel 1997 l’evento assunse immediatamente una rilevanza nazionale. L’allora sottosegretario alla Protezione civile, il vulcanologo Franco Barberi, definì quanto accaduto come il risultato di una “ordinaria malamministrazione” e di un “completo degrado” in una zona già sottoposta a vincolo geologico. 

La magistratura di Caltagirone aprì un fascicolo per disastro colposo, mentre l’emergenza sociale si tradusse nello sfollamento di circa 400 persone, alle quali venne riconosciuto un contributo mensile di 600mila lire per l’affitto, erogato per tredici mesi.

Gli effetti della frana segnarono profondamente il tessuto urbano e simbolico della città. Nel 2000 furono demolite 48 abitazioni e anche la chiesa settecentesca di Sante Croci, edificio identitario del quartiere.

La decisione non fu indolore: quando le ruspe giunsero davanti al luogo di culto, una dozzina di cittadini si dispose fisicamente a difesa dell'edificio di culto. Solo dopo ricorsi giudiziari, proteste e un lungo confronto, la chiesa settecentesca di Sante Croci venne abbattuta, sancendo la perdita di uno dei segni storici più antichi dell’area colpita.

Lo stato di emergenza dichiarato per quella frana non ebbe carattere temporaneo. Il Consiglio dei ministri ne prorogò più volte la validità, almeno fino al 2007, a testimonianza di una criticità mai del tutto risolta. Anche allora, come negli eventi più recenti, il dissesto fu preceduto da condizioni meteorologiche avverse, con piogge persistenti che agirono da fattore scatenante.

Il team di Geologia applicata di Unict

Il team di Geologia applicata di Unict

Le cronache indicano però che la memoria della frana a Niscemi affonda radici ben più profonde. Nel 1790, sempre nei quartieri di Sante Croci e Canalicchio, la terra si aprì e l’acqua cessò di scorrere nei bevai. 

A tramandare l’episodio furono le annotazioni di una comunità di frati, che descrissero un paesaggio improvvisamente mutato, segnato da fenditure e dall’assenza di una risorsa essenziale come l’acqua. È probabile che anche allora il maltempo avesse preceduto il fenomeno, riproponendo uno schema che si sarebbe ripetuto nei secoli.

Nel tempo recente, la conoscenza istituzionale del rischio si è tradotta in cartografie e strumenti normativi. Nelle mappe della Protezione civile regionale, aggiornate quattro anni fa, l’area di Niscemi è classificata a rischio molto elevato di dissesto geomorfologico ed è indicata come “sito di attenzione” per il rischio idrogeologico. 

Nel 2022 alcune zone della cittadina hanno visto un innalzamento del livello di rischio rispetto a quanto previsto nel precedente Piano di assetto idrogeologico (PAI), lo strumento tecnico e normativo con cui le autorità di bacino regolano l’uso del territorio.

L’aggiornamento fu conseguenza delle segnalazioni avanzate dal Comune in relazione a fenomeni franosi osservati già nel 2019, verificatisi in diverse aree, comprese le strade provinciali 10 e 12

Proprio queste arterie, oggi impraticabili, erano state oggetto di sopralluoghi tecnici finalizzati alla verifica di crolli, smottamenti e movimenti del terreno. I decreti emanati in quel periodo attestano come la fragilità del territorio fosse nota e documentata.

La frana di Niscemi non appare, dunque, come un evento isolato, ma come l’ennesimo capitolo di una lunga relazione tra la città e una terra instabile, la cui memoria riaffiora ciclicamente, richiamando responsabilità, scelte urbanistiche e la necessità di confrontarsi con i limiti imposti dalla natura.

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