Dal Medioevo al Settecento, nuove ricerche e archivi riscrivono il ruolo politico, culturale e sociale dell’aristocrazia siciliana
La nobiltà siciliana non è un reperto del passato, né un blocco immobile cristallizzato nei secoli. Tra Medioevo e Settecento è stato uno dei motori della vita politica e culturale della Sicilia, una terra chiamata a misurarsi con equilibri di potere complessi e spesso mutevoli. Le nuove ricerche, rese possibili dall’apertura di archivi privati a lungo inesplorati, stanno restituendo un quadro più dinamico e meno ideologico, capace di mettere in discussione vecchi stereotipi e definizioni consolidate.
In questo scenario, l’aristocrazia siciliana appare come un ceto abituato a negoziare costantemente il proprio ruolo: tra fedeltà alla corona e spinte autonomistiche, tra appartenenza a grandi monarchie europee e radicamento nei territori, tra il peso della tradizione e la necessità di adattarsi al cambiamento.
Di questi temi si è discusso nel convegno dal titolo Di nobiltà, potere e fedeltà ospitato nel refettorio delle Biblioteche Riunite “Civica e A. Ursino Recupero” e promosso dalla prof.ssa Lina Scalisi insieme ai professori Giacomo Pace Gravina e Fabrizio D’Avenia, al dott. Narciso Salvo di Pietraganzili e al CHISPO – Center for the History of Power, con il contributo di importanti arciconfraternite siciliane.
Ad aprire il dibattito è stata la prof.ssa Lina Scalisi, che ha collocato il convegno all’interno di un progetto condiviso tra gli atenei di Catania, Palermo e Messina, volto a studiare le élite transnazionali, le forme di esercizio del potere e la costruzione delle reti di governo.
«Dai risultati delle ricerche – ha spiegato – emerge un’immagine della nobiltà profondamente diversa rispetto a quella proposta dalla vecchia storiografia, che spesso l’aveva indicata come responsabile delle debolezze economiche e sociali dell’Isola. Si trattava, invece, di un ceto attento al governo dei territori da cui traeva reddito, ma anche sensibile alle dinamiche della popolazione, alle strategie economiche, sociali e religiose necessarie a garantire stabilità e consenso».
Secondo la docente dell’ateneo catanese «nella nobiltà siciliana era presente una vera e propria cultura del governo ispirata al modello del pater familias, intrecciata però a collegamenti solidissimi con le grandi reti europee».
«La Sicilia, pur collocata al centro del Mediterraneo, era parte integrante della monarchia asburgica, un sistema politico esteso dall’Europa alla Spagna fino ai domini americani – ha sottolineato –. Studiare questi rapporti consente di comprendere meglio i processi di scambio e di negoziazione tra centro e periferia, rendendo queste memorie storiche estremamente attuali anche per leggere le forme di autonomia e di frammentazione istituzionale del presente».

In foto da sinistra Carlo Marullo di Condojanni, Narciso Salvo di Pietraganzili, Stefania Rimini, Lina Scalisi e Rita Angela Carbonaro
«La nobiltà, inoltre, non è stata solo centro di potere, ma anche di produzione culturale – ha evidenziato la prof.ssa Lina Scalisi in chiusura di intervento -. Gli aristocratici, laici ed ecclesiastici, sono stati mecenati, promotori di arti e lettere, capaci di elaborare modelli culturali nelle loro corti e di diffonderli nei territori. Una dinamica che spiega la magnificenza non solo dei palazzi nobiliari, ma anche di chiese, conventi e monasteri, segni tangibili di una cultura che si irradiava a cascata attraverso opere d’arte, letteratura e investimenti sul territorio».
Su questi temi si è innestato l’intervento del prof. Giacomo Pace Gravina, che ha ricordato come «la Sicilia fosse un regno autonomo e come la nobiltà rappresentasse uno dei cardini della società di antico regime». «Non esistevano figure politiche nel senso moderno del termine, ma un ceto indistinto che concentrava in sé responsabilità di governo, amministrative, militari ed economiche – ha aggiunto -. Gli studi più recenti hanno permesso di approfondire la struttura di questo gruppo sociale e di indagarne la dimensione internazionale, soprattutto all’interno della monarchia spagnola, estesa fino al Nuovo Mondo».
«Il rapporto tra nobiltà e territorio - ha spiegato Pace Gravina -, emerge con forza dal mondo dei feudi, dei castelli e delle città monumentali. La Sicilia è costellata di testimonianze architettoniche che raccontano questa presenza: basti pensare a Catania, alla ricostruzione post-terremoto e alla grande stagione artistica che ha visto protagonisti maestri come Vaccarini».
«L’aristocrazia – ha detto in chiusura di intervento - ha un ruolo decisivo nella committenza e negli investimenti, anche grazie ai processi di inurbamento di famiglie provenienti dai centri minori della provincia, contribuendo in modo sostanziale alla città che oggi conosciamo».
Il prof. Fabrizio D’Avenia ha poi spostato l’attenzione sui “meccanismi di accesso al potere”, sottolineando «l’importanza di studiare il passato per comprendere il presente».
«Nel caso della nobiltà, questi meccanismi regolavano l’accesso alle cariche cittadine, ai titoli nobiliari e onorifici, nonché agli ordini cavallereschi religiosi, come quello di Malta, che in Sicilia ebbe un ruolo di primo piano – ha aggiunto -. Le famiglie mettevano in atto strategie articolate, diversificando le carriere dei propri membri: non tutti potevano accedere a matrimoni vantaggiosi e per questo si investiva su percorsi civili, militari o religiosi»
Il docente ha anche evidenziato come «la nobiltà non fosse affatto un corpo sociale omogeneo: esistevano nobili ricchi e nobili poveri, famiglie destinate a estinguersi e altre in ascesa, nuovi ingressi e perdite di status. Il rimescolamento interno era continuo e la permeabilità sociale, pur regolata, era più elevata di quanto comunemente si pensi».
«Guardare alla nobiltà come a una casta immobile – ha concluso – rischia di essere una proiezione delle nostre categorie contemporanee: la mobilità sociale nell’antico regime, seppur diversa da quella odierna, era reale e significativa».

In foto da sinistra Narciso Salvo di Pietraganzili, Lina Scalisi, Giacomo Pace Gravina e Fabrizio D'Avenia
A completare il quadro è stato l’intervento del dott. Narciso Salvo di Pietraganzili, che ha ricordato come il «ruolo della nobiltà siciliana sia stato al centro di un ciclo di convegni organizzati dalla Commissione Araldico-Genealogica Siciliana in collaborazione con le università dell’Isola».
«Dal punto di vista politico, culturale e scientifico, l’élite siciliana ha svolto una funzione fondamentale nello sviluppo della società – ha detto -. Basti pensare alle prime esperienze sanitarie e scientifiche promosse a Palermo all’inizio dell’Ottocento, o alla grande stagione di mecenatismo che ha visto protagonisti figure come il principe di Biscari a Catania».
«Si trattava di uomini profondamente inseriti nei circuiti culturali europei, capaci di assimilare modelli e saperi e di ritrasmetterli in forme concrete di sviluppo urbanistico, artistico e istituzionale – ha sottolineato -. Un processo che trova una delle sue espressioni più compiute nell’Illuminismo borbonico e nelle grandi opere di assistenza e welfare promosse sotto Carlo III, come le case di ricovero e gli alberghi dei poveri».
I lavori sono stati preceduti dai saluti istituzionali della prorettrice Lina Scalisi, della prof.ssa Stefania Rimini, direttrice del Disum, della direttrice delle Biblioteche Rita Angela Carbonaro, del presidente Salvo di Pietraganzili e del vicepresidente del Corpo della Nobiltà italiana Carlo Marullo di Condojanni.
La prof.ssa Stefania Rimini ha sottolineato come il convegno «rappresenti una significativa apertura del dipartimento al territorio e un esempio virtuoso di collaborazione con gli atenei di Palermo e Messina». «Grazie all’impegno della prof.ssa Scalisi e al ruolo del nuovo centro "Chispo! – ha evidenziato – si è costruita una rete che testimonia la natura transdisciplinare degli studi, capaci di intrecciare nobiltà, potere, fedeltà, arte e storia, restituendo tutta la complessità e il fascino dell’aristocrazia siciliana dal Medioevo al Settecento».
I lavori sono proseguiti con tre sessioni, rispettivamente sui temi di Un’antica vocazione militare, Visioni pubbliche e private, Testimonianze artistiche e documentali, con i contributi di numerosi studiosi e esperti quali Ferdinando Maurici (Regione Siciliana), Fabrizio D’Avenia, Pierfancesco Palazzotto e Nicola Attinasi (Università di Palermo), Salvatore Bottari (Università di Messina), Ruggero Pace Gravina (Università di Milano), Guglielmo Scammacca della Bruca (vicepresidente della Commissione Araldico-Genealogica Siciliana).
E, inoltre, di Silvia D’Agata (Università di Salerno), Lavina Gazzè e Barbara Mancuso (Università di Catania), Maurizio Vesco (Archivio di Stato di Palermo), Giacomo Santoro (Scuola Normale Superiore), Salvatore Bordonali di Pirato (delegato della Commissione Araldico-Genealogica Siciliana), Claudio Gino Li Chiavi (Università di Trento).