L’esperienza di Giorgio Sarpietro, studente magistrale di Comunicazione della Cultura e dello Spettacolo nella Giuria Venezia Classici della 83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia
«Abbiamo scelto di premiare il restauro de La lunga notte del '43 di Florestano Vancini per la straordinaria capacità di dialogare con il nostro tempo. L’opera ci interpella attraverso lo sguardo del protagonista, spettatore inerte dalla sua finestra di fronte alla tragedia di una Ferrara martoriata dalle milizie di Salò. Il film mette in scena la dinamica dell’oblio in cui le vittime, scegliendo la cecità, rimuovono la violenza fino ad accettare la convivenza con i carnefici».
Così Daniele Vicari, regista e presidente della Giuria di Venezia Classici, ha proclamato il film vincitore della sezione dedicata al restauro cinematografico, durante la cerimonia conclusiva della 83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia.
Queste parole, elaborate nel corso dell’ultima riunione della Giuria, sono il punto da cui partire per ripercorrere i dieci giorni trascorsi al Lido nella convinzione che l’opera cinematografica restaurata non sia un reperto da conservare all’interno di una teca o di un archivio, bensì un dispositivo vivo, capace di interrogare il presente con rinnovata forza critica.

Un momento della cerimonia di premiazione
Il lavoro della giuria e il valore dello scarto generazionale
La Giuria di Venezia Classici racchiude una formula peculiare nel panorama dei festival internazionali: ventiquattro studenti provenienti dai corsi di laurea in cinema delle università italiane sono chiamati a valutare i migliori restauri realizzati nell’ultimo anno da cineteche e laboratori di tutto il mondo.
Il lavoro concreto si è articolato attraverso proiezioni quotidiane e successive riunioni svolte alla presenza del presidente di Giuria e del giornalista e critico Federico Gironi che si occupa della selezione dei diciannove film restaurati, presentati in anteprima mondiale. Nel corso degli incontri l’analisi dei singoli capolavori del passato ha richiesto la ricerca costante di parametri valutativi sempre più puntuali, capaci di bilanciare la qualità tecnica del restauro e la tenuta espressiva dell’opera originale.
Come ha sottolineato il Direttore Artistico della Mostra Alberto Barbera, nel corso del primo incontro con gli studenti giurati, lo scarto generazionale, più che la valutazione tecnica del restauro, rappresenta il vero fulcro del progetto: ossia sottoporre opere concepite decenni fa all’analisi di giovani spettatori e studiosi per esporle a nuove categorie d’analisi, sensibilità storiche e riferimenti culturali inevitabilmente estranei all’epoca della loro prima uscita.

La Giuria Venezia Classici 2026 di fronte alla Sala Corinto
Il restauro oltre la tecnica e la ricerca filologica
In quest’ottica, il restauro supera la mera dimensione tecnica e filologica. Il recupero fisico della pellicola, la correzione del colore o la ricostruzione delle frequenze sonore costituiscono passaggi imprescindibili, sebbene l’esito culturale dell’operazione risieda in un processo di vera e propria rimediazione e riattivazione del dispositivo cinematografico. Il restauro restituisce, pertanto, il film a nuove comunità di fruitori, consentendogli di generare inedite interpretazioni in un tempo diverso da quello in cui è stato realizzato.
Questo processo ha assunto un significato critico ancora più denso nel caso dei titoli proposti, provenienti da cineteche indipendenti o da cinematografie geograficamente e culturalmente lontane dai circuiti occidentali, come nel caso di Udju azul di Yonta (Gli occhi azzurri di Yonta) di Flora Gomes restaurato dalla Cinemateca Portuguesa o, ancora, del restauro di Los de la mesa 10 di Simón Feldman a cura dell’Asociación Amigos Museo del Cine de Buenos Aires. Pellicole queste storicamente penalizzate da barriere distributive politiche ed economiche, per le quali la vetrina di Venezia Classici e il confronto in giuria rappresentano una rara occasione di emersione.
I dibattiti emersi durante le riunioni, resi vivi e stimolanti dai diversi percorsi accademici dei singoli giurati e dalle differenti prospettive analitiche e metodologiche d’approccio, hanno mostrato quanto ogni opera cinematografica costituisca una doppia testimonianza storica: da un lato la rappresentazione del periodo che racconta, dall’altro l’espressione della cultura che l’ha prodotta e narrata sullo schermo. Oggi, la fruizione di quel medesimo film restaurato aggiunge un terzo, decisivo livello d'indagine, ossia la misura in cui la nostra epoca sceglie di riappropriarsi di quella memoria, ridiscutendone le tematiche già note insieme a tutti i nuovi spunti e ai nodi ancora irrisolti.

La giuria Venezia Classici 2026 con Daniele Vicari, presidente di Giuria
La vita del Festival tra ritualità e confronto collettivo
L’esperienza al Lido di Venezia si sviluppa parallelamente dentro e fuori dalle sale tra una proiezione e l’altra, in fila, nei bar, nei giardini o lungo i viali del Festival dove il dibattito sui film prosegue in modo informale tra studenti, accreditati, registi, critici e appassionati. In questo contesto la distanza tra gli addetti ai lavori e il pubblico si riduce, tutti sono accomunati dalla frequenza degli stessi spazi e dalla passione per il cinema.
Anche gli aspetti più pragmatici e organizzativi della Mostra scandiscono la routine delle giornate: la prenotazione delle proiezioni da seguire, i tempi d’attesa all’ingresso, la differente e peculiare composizione del pubblico nelle varie sale e il video istituzionale che introduce ogni proiezione. Tutto conduce al momento in cui le luci in sala si spengono, inizia il film e trasforma la visione individuale in esperienza collettiva che culmina nell’applauso finale e nei primi commenti scambiati a caldo con i fruitori seduti nelle poltroncine accanto.
Osservare il patrimonio filmico da questa posizione privilegiata porta a concludere che l’opera d’arte cinematografica non possiede un’esistenza statica, ma si riattiva a ogni nuova visione. Quando termina la proiezione, il cinema non cessa di esistere perché restano le immagini, le suggestioni, i giudizi, le scoperte e le domande che ciascuno porta con sé.

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