Al Dipartimento di Giurisprudenza è intervenuta Marzia Finocchiaro: “Il suo giornalismo etico rappresenta un impegno civile fondato su verità, consapevolezza e coraggio; strumenti indispensabili per contrastare la mafia e formare cittadini liberi e responsabili”
Il giornalismo non è solo un mestiere, ma una scelta morale e un impegno verso gli altri. Attorno a questa idea si è sviluppato l'incontro intitolato Giuseppe Fava e il concetto etico di giornalismo, l’inchiostro che denuncia e l’arte di informare, che si è svolto nei locali di Villa Cerami, terzo appuntamento del ciclo di incontri organizzato nell'ambito delle attività didattiche del corso di Storia della criminalità al Dipartimento di Giurisprudenza.
Ad aprire il dibattito è stato il professore Ernesto De Cristofaro, che ha incentrato il tema della giornata attorno al ruolo, all'azione di denuncia e di militanza civile condotta da un grande cronista e intellettuale come Giuseppe Fava. Il docente ha ricordato l'importanza del fare memoria oggi, lasciando poi la parola a Marzia Finocchiaro della Fondazione Fava.
L'ospite ha spiegato, in apertura, che «la giornata è nata con l’intento di trasmettere a chi sta ancora studiando e crescendo, l’esperienza di una donna che è stata studentessa universitaria negli anni Novanta».
Nel corso del dibattito è stata “ricostruita” la Catania degli anni Novanta, dove in quel periodo nascevano esperienze importanti di società civile e , impegno sul territorio e politica, come «Città insieme» e il Movimento per la Democrazia “La Rete”. In seguito la referente della Fondazione ha proposto un parallelismo molto forte tra Giuseppe Fava e Pier Paolo Pasolini, accomunati dallo stesso modo drammatico e potente di raccontare i fatti, ma anche dallo stesso tragico destino: entrambi, infatti, sono stati assassinati.

In foto Marzia Finocchiaro e Ernesto De Cristofaro
«Oltre alle parole – ha spiegato Marzia Finocchiaro -, Fava usava anche la pittura per esprimersi, i suoi quadri parlavano della vita di Catania unendo la denuncia della violenza a un forte senso di speranza, offrendo così un'altra via per dare voce alla verità».
«Pippo Fava era figlio di due insegnanti e si era laureato in Giurisprudenza, per lui l'istruzione e la cultura erano la base fondamentale per combattere la mafia a livello sociale, il suo vero obiettivo era creare una coscienza critica nelle persone, spingendole a destarsi e a liberarsi dalla prepotenza e dalla violenza, due disvaloriall’origine della mafia – ha aggiunto -. Nei suoi racconti la Sicilia non era solo un luogo sulla carta geografica, ma una vera e propria dimensione dell'anima, in questo percorso la parola chiave è "consapevolezza”, una consapevolezza sociale che deve entrare nel cuore della società per contrastare la criminalità organizzata con ogni mezzo».
«Tutte queste riflessioni erano il frutto delle sue inchieste sulla corruzione, ad un certo punto per Fava divenne vitale aprire un giornale tutto suo per poter scrivere senza filtri e smascherare i giochi di potere; quando gli fu affidata la direzione del quotidiano Giornale del Sud di Catania i proprietari non si aspettavano un lavoro di indagine così profondo e scomodo, e quello fu l'inizio di una serie di pesanti attacchi e persecuzioni contro di lui», ha precisato la referente della Fondazione Fava.

Un momento dell'incontro
«Gli anni ‘80 in Sicilia furono segnati da un clima di grandissima violenza – ha raccontato: nel 1982 l'uccisione di Pio La Torre; nello stesso anno venne assassinato il boss Alfio Ferlito, un evento che confermò il potere assoluto di Nitto Santapaola in città; il 3 settembre del 1982 fu assassinato il generale e prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Il 13 settembre 1982 sarebbe finalmente stata approvata la legge Rognoni-LaTorre che introduceva il reato di associazione mafiosa e la confisca dei beni mafiosi; in questo contesto, Fava fondò la cooperativa Radar e creò il mensile I Siciliani, e insieme ad una squadra di giovanissimi cronisti, portò avanti inchieste coraggiose che per la prima volta svelarono i legami tra la mafia, la politica e i grandi imprenditori di Catania».
«In seguito Giuseppe Fava fu ucciso con cinque colpi di pistola alla testa, dopo indagini lunghissime e tentativi di despitaggio, la Cassazione ha condannato i mandanti e Nitto Santapaola come mandante soltanto nel 2003, grazie al lavoro dei magistrati e alle confessioni dei pentiti», ha aggiunto.
La relatrice in seguito si è rivolta direttamente agli studenti con l’invito di a «leggere e non di essere “disertori dello spirito”» chiarendo subito che non si tratta di eroismo o imprudenza, ma di essere cittadini consapevoli e responsabili».
L’incontro si conclude con una citazione del epistemologo Edgar Morin che interrogato su cosa lo stupisse di più, rispose: "Ciò che mi stupisce di più è che non ci si stupisca di vivere". «Vivere con meraviglia, impegno e pienezza», è stato l’invito di Marzia Finocchiaro ai giovani studenti in chiusura dell’incontro.