Uno studio pubblicato su Applied Sciences dimostra che nei territori vulcanici a deformazione permanente la chiave della resilienza risiede nella deformabilità delle strutture e nella governance integrata
Piuttosto che opporre un’inutile resistenza rigida alle forze della terra, le strutture di contenimento sulle pendici dell’Etna devono assecondare i lenti e continui movimenti del suolo.
È la conclusione a cui è giunto un recente studio – dal titolo Rebuilding the Etna Landscape After the 2018 Earthquake: Standards, Geological Surveys, and Retaining Wall Restoration - pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Applied Sciences (MDPI), che traccia il bilancio e definisce il modello metodologico della ricostruzione dei muri di sostegno danneggiati dal terremoto del 26 dicembre 2018.
I risultati della ricerca evidenziano come la risposta strutturale ottimale nell’area etnea non dipenda unicamente dall'accelerazione sismica di picco durante le scosse, bensì dalla capacità delle opere di tollerare le deformazioni permanenti del terreno causate da fagliazione superficiale e creep tettonico.
Le tradizionali strutture in cemento armato hanno mostrato una marcata vulnerabilità anche di fronte a minimi spostamenti differenziali del suolo, mentre l’adozione di soluzioni flessibili, giunti di dilatazione scorrevoli, gabbioni drenanti e il ripristino tecnico dei muri a secco hanno garantito stabilità geotecnica e continuità funzionale.
L'indagine dimostra, inoltre, l'efficacia del modello di governance multilivello attuato nella fase post-sisma: l'integrazione preventiva tra indagini geofisiche ad alta risoluzione, vincoli paesaggistici e semplificazione procedurale ha ridotto i tempi di istruttoria amministrativa del 50-60% e contenuto gli sprechi di risorse pubbliche del 20-25%, fornendo un protocollo operativo replicabile a livello internazionale in aree sismiche e vulcaniche complesse.
A firmare lo studio un team multidisciplinare di esperti: Marco Neri (Osservatorio Etneo dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia - INGV e Struttura Commissariale Ricostruzione Area Etnea); Giuseppe Lorenzo Maria Blanco (Area della Progettazione dello Sviluppo Edilizio e della Manutenzione - APSEMa dell'Università degli Studi di Catania e Struttura Commissariale); Maria Letizia Carbone (Struttura Commissariale Ricostruzione Area Etnea); Giuseppe Licciardello (Struttura Commissariale Ricostruzione Area Etnea, Presidenza del Consiglio dei Ministri).

Contesto geologico e sismotettonico del versante sud-orientale dell'Etna
Un laboratorio a cielo aperto sulle pendici del vulcano
Il sisma del 26 dicembre 2018 (Mw 4.9), originato dall'attivazione della faglia di Fiandaca, ha colpito duramente nove comuni etnei, provocando diffuse fratture superficiali e danneggiando in modo capillare l’infrastruttura viaria e i muri di contenimento dei versanti.
Nell'area etnea i muri di contenimento opere svolgono una duplice funzione: oltre a stabilizzare strade ed edifici, sostengono i terrazzamenti agricoli tradizionali realizzati in muratura di pietra lavica a secco, arte riconosciuta dall'UNESCO come Patrimonio Immateriale dell'Umanità.
Lo studio analizza come la Struttura Commissariale per la Ricostruzione abbia affrontato questa particolare complessità emanando apposite ordinanze (dalla numero 23/2021 alle 82/2023 e 91/2024). I provvedimenti emanati hanno regolamentato gli interventi coprendo fino al 100% delle spese ammissibili per i muri privati prospicienti su vie pubbliche o a tutela della pubblica incolumità, introducendo al contempo l'obbligo di sopralluogo sul 100% delle strutture per accertare il nesso di causalità del danno.

Tipici paesaggi terrazzati dell'Etna, plasmati da secoli di agricoltura tradizionale e caratterizzati da muri a secco riconosciuti dall'Unesco come patrimonio culturale immateriale (foto G. Fresta)
Dalla rigidità al "Design Deformazione-Compatibile"
Dall'analisi dei cinematismi di dissesto è emerso che i muri rigidi in cemento armato tendono a fessurarsi e ribaltarsi irrimediabilmente quando attraversati da Faglie Attive e Capaci (FAC) o soggetti a continuo scorrimento tettonico (con velocità di spostamento misurate via satellitare InSAR tra 10 e 30 mm/anno).
Per superare queste criticità, gli autori dello studio promuovono l'adozione del paradigma del fault-tolerant design: l'impiego di strutture segmentate con giunti di movimento capaci di scorrimenti superiori a 50-100 mm, rilevati stradali in materiale granulare ad alta deformabilità e gabbionate in pietra lavica. In questo quadro, anche i tradizionali muri a secco – se ricostruiti con adeguate tecniche di posa, incastro e drenaggio idraulico – dimostrano un'eccellente capacità intrinseca di dissipare l'energia sismica e assecondare i movimenti del terreno senza rotture fragili, coniugando sicurezza geotecnica e conservazione del paesaggio.

Faglie attive e capaci del territorio degli Aci. La stella indica l'epicentro del terremoto del 26 dicembre 2018, che ha causato danni significativi, in particolare nei comuni di Acireale e Zafferana Etnea
Un'intesa istituzionale per la tutela e la semplificazione
Un pilastro fondamentale del modello etneo risiede nel Protocollo d'Intesa siglato tra la Struttura Commissariale, l'Ingv, l'Università di Catania, il Genio Civile, la Soprintendenza per i Beni Culturali, il Parco dell'Etna e il Dipartimento Regionale dello Sviluppo Rurale. La definizione preventiva di linee guida unificate per le indagini geologiche e geofisiche (tomografie a rifrazione, analisi MASW ed HVSR) e per la compatibilità paesaggistica ha evitato contenziosi interpretativi tra amministrazioni, accelerando le autorizzazioni e garantendo la qualità tecnica degli interventi.
La ricerca dimostra che la ricostruzione post-sismica in contesti vulcanici e geologicamente complessi deve evolvere da un mero modello di riparazione del danno a un processo strutturato di adattamento tecnico e istituzionale. L'esperienza etnea si pone oggi come un punto di riferimento internazionale per la gestione del rischio e la tutela dei paesaggi storici in zone ad elevata dinamica tettonica.

Muro di contenimento a secco, alto meno di 2 metri, ricostruito con tecniche costruttive tradizionali basate sulla posa e sull'incastro stabile di pietre laviche squadrate. L'intervento ripristina la capacità portante del muro lungo una strada rurale secondaria, garantendo al contempo la piena continuità con il tradizionale paesaggio terrazzato etneo