Raffaele Tamalio dell’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova è intervenuto al Monastero dei Benedettini sulla cultura nobiliare, tra armi, virtù e gloria, nell’ambito dei seminari del CHISPO
Il tema dell’onore e del potere nel lungo Cinquecento è stato al centro del nuovo appuntamento del progetto di ricerca CHISPO - Center for the History of Power.
L’incontro - dal titolo «Nobiltà, virtù, onore, armi e gloria nel lungo Cinquecento» - si è aperto, nell’aula A6 del Monastero dei Benedettini, sede del Dipartimento di Scienze umanistiche, con i saluti della prorettrice Lina Scalisi, che ha sottolineato «l’importanza di riportare al centro del dibattito storiografico il tema delle culture del potere e delle loro forme di autorappresentazione tra età moderna e Mediterraneo».
Protagonista dell’appuntamento è stato Raffaele Tamalio, illustre studioso dell’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova, che ha guidato il pubblico in un’ampia riflessione sul paradigma della comunicazione e del comportamento nobiliare in un’epoca di profonda transizione per l’Italia e per la Sicilia.

Un momento dell'intervento della prorettrice Lina Scalisi, al suo fianco Raffaele Tamalio
Il codice dell’onore tra armi e lettere
Al centro dell’intervento di Raffaele Tamalio il sistema dei valori del Lungo Cinquecento, analizzato attraverso la “questione delle armi” e la letteratura d’istituzione. In particolar modo, nel corso del seminario, lo studioso ha richiamato in particolare la figura di Baldassarre Castiglione, autore del celebre Il libro del Cortegiano, testo che codificò l’ideale del perfetto uomo di corte come ad esempio Juan de Vega Enríquez de Acuña, un'importante figura politica e militare spagnola del XVI secolo.
Secondo quanto evidenziato da Tamalio, «l’onore non è un semplice attributo sociale, ma il fondamento stesso dell’identità nobiliare: è una grammatica del comportamento che regola ogni gesto, ogni parola, ogni scelta pubblica». In altre occasioni dedicate al medesimo tema, Tamalio ha insistito sul fatto che l’onore rappresentasse «un capitale simbolico da amministrare con la stessa attenzione con cui si governa un feudo o si guida un esercito», perché da esso dipendevano reputazione, alleanze e legittimazione politica.
Il codice nobiliare imponeva, dunque, una condotta impeccabile: dalla pratica delle armi alla cortesia di corte, dall’arte della conversazione alla capacità di governo. In questa prospettiva, la virtù si distacca progressivamente dalla sola prodezza militare per abbracciare una dimensione più ampia, politica e intellettuale.
«Nel Lungo Cinquecento – ha osservato Tamalio – la nobiltà comprende che la forza senza cultura non basta più: occorre saper rappresentare il potere, narrarlo, legittimarlo».
I Gonzaga, la Sicilia e il Mediterraneo
Un passaggio significativo del seminario è stato dedicato alla dinastia dei Gonzaga e al ruolo del Viceré in Sicilia, figure che incarnavano il prestigio europeo e la gestione del potere centrale in un Mediterraneo attraversato dalle tensioni con l’Impero Ottomano.
La Sicilia del periodo viceregio – la cosiddetta Sicilia di Toledo – emerge come osservatorio privilegiato per comprendere le dinamiche tra nobiltà locale e corona. Tamalio ha sottolineato come la presenza viceregia non fosse soltanto un fatto amministrativo, ma un dispositivo simbolico. «Il Viceré – ha affermato – è il volto visibile della monarchia, ma anche il mediatore di un equilibrio delicato tra istanze locali e autorità imperiale».
Da evidenziare che, da questo punto di vista, il Mediterraneo del Cinquecento non è soltanto teatro di scontri militari, ma spazio di circolazione di modelli culturali, cerimoniali e codici d’onore. La corte diventa così un laboratorio politico in cui si definiscono gerarchie, rituali e strategie di rappresentazione.

I ritratti di Juan de Vega e Juan de Vega e Ferrante I Gonzaga
Letteratura e “scienza dell’onore”
Il seminario ha, inoltre, approfondito il legame tra letteratura e comportamento, mostrando come testi normativi e trattati abbiano contribuito a codificare il “vivere con onore” come una vera e propria scienza umana. Non si trattava solo di prescrizioni morali, ma di strumenti operativi per orientare la vita pubblica e privata dell’aristocrazia.
La gloria, intesa come memoria e riconoscimento delle proprie azioni, rappresentava l’obiettivo ultimo di una nobiltà impegnata a legittimare il proprio ruolo in un mondo in rapido mutamento. «La gloria – ha ricordato Tamalio – è ciò che sottrae l’azione all’effimero: è la proiezione dell’onore nel tempo».
L’incontro si è così configurato non solo come una lezione di storia politica, ma come una riflessione attuale sulle forme della rappresentazione del potere e sui codici simbolici che ne regolano l’esercizio. In un’epoca segnata da trasformazioni profonde, il Lungo Cinquecento raccontato da Tamalio continua a interrogare il presente, mostrando quanto la costruzione dell’identità pubblica sia, ieri come oggi, una questione di virtù, linguaggio e memoria.