Paolo Ruffini conquista Catania con “Din Don Down”: una standing ovation per tornare umani

Tra comicità, fede e riflessioni sull’accettazione dell’altro, lo spettacolo con la compagnia Mayor Von Frinzius trascina il pubblico in un viaggio alla riscoperta della semplicità e della vita reale

Francesca Guglielmino

Uno spettacolo da standing ovation per Paolo Ruffini. A dire il vero più una standing ovation per l’artista. Din Don Down non è il classico “spettacolo teatrale”: è un’esperienza, è un percorso che si fa insieme all’artista.

Lo show comincia come se fosse una messa in chiesa, con l’artista vestito da parroco e i membri del clero rappresentati dagli attori della compagnia Mayor Von Frinzius.

Ancor prima di tutto ciò, una rivelazione dal futuro, un messaggio ironicamente registrato prima della data di Catania, con un riferimento all’Etna che ha dato ulteriormente spettacolo.

La sua presentazione al pubblico è stata chiara e incisiva, accompagnata da una promessa: una volta concluso lo spettacolo, le persone presenti all’evento non sarebbero più state le stesse rispetto a quando erano arrivate. E aveva assolutamente ragione.

Paolo Ruffini vestito da parroco in apertura dello spettacolo (foto: Comune di Catania)

Paolo Ruffini vestito da parroco in apertura dello spettacolo (foto: Comune di Catania)

Una premessa, poi, molto importante: non ci sarebbe stato alcun politicamente corretto. Chiunque si fosse offeso, purtroppo, se ne sarebbe dovuto fare una ragione. Poco dopo, le risate avrebbero cancellato ogni sintomo di rabbia o di offesa. 

La conferma di quanto detto è arrivata poi nel momento in cui ha messo a confronto una ragazza vegetariana e un uomo onnivoro, amante della carne. Il tema era legato alla cucina vegana, ma il tema andava ben oltre: al centro c’era l’accettazione dell’altro. Tutto lo spettacolo ha ruotato attorno a questo concetto, che diamo per scontato, ma che in realtà, come lo stesso Paolo Ruffini ha sottolineato, non lo è.

Ed è proprio dalla difficoltà di accettare chi abbiamo davanti che il discorso si sposta sull’odio. In un periodo in cui l’accademico ha paura di parlare e l’ignorante, invece, si sente perfettamente a proprio agio, così come sottolineato dallo stesso Ruffini, l’odio diventa predominante perché, anche attraverso i social, ci si sente sempre in diritto di dire la propria. La satira politica e le battute ironiche di Federico Parlanti e Federico Monaci hanno reso il tutto più leggero.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Il tutto non finisce qui, ovviamente, perché vedere tra i presenti allo spettacolo anche gruppi legati al mondo della chiesa - scout, parroci e monaci - fa capire come Paolo Ruffini, con il suo modo di parlare e la sua filosofia di pensiero, sia in grado di arrivare a fasce di pubblico molto diverse tra loro. L’attore, infatti, ha parlato al cuore di chiunque fosse presente allo show della rassegna Catania Summer Fest.

Il legame con Dio e la fede sono stati il baricentro di tutto lo spettacolo: dall’etimologia della parola Dio al modo in cui ci rivolgiamo a lui con frasi come «Grazie a Dio» e «Mio Dio», per sottolineare il fatto che lo sentiamo, in un certo qual modo, nostro. Questo viene confermato dal fatto che, togliendo la lettera "D" dalla parola Dio, ciò che ne rimane è «Io».

Poi, la menzione dei bambini incontrati durante questo percorso di cambiamento, che, con ingenuità, ma anche totale verità, attraverso le loro risposte hanno dato un’ulteriore spinta emotiva a Paolo Ruffini. Un’emozione che si è riflessa anche nello spettacolo Din Don Down, con Claudia Campolongo e la regia di Lamberto Giannini.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo (foto: Comune di Catania)

Un altro momento emozionante è arrivato con le citazioni delle frasi del “popolo dei piccoli”, come quella del nonno volato in cielo, che un bambino sentiva ancora legato al cuore: quando avverti il sorriso della persona amata, anche se non c’è più, sai che in realtà non è morta, ma vive ancora dentro di te. Un’altra frase cult, poi, è rappresentata dalla felicità nel vedere il problema da un’ottica diversa, per poi sentirsi anche dire: «Quando diventi piccolo te lo spiego».

Ed è proprio attraverso la semplicità di queste risposte che Din Don Down riporta l’attenzione su ciò che, crescendo, rischiamo di perdere. Un mix di emozioni che non si può racchiudere a parole. Paolo Ruffini ha traghettato il pubblico in un viaggio denso, ricco di riflessioni, che non ha fatto riferimento soltanto all’aspetto teologico e al rapporto con Dio, ma alla necessità di tornare a essere umani, di affidarci meno ai dispositivi elettronici e di fare in modo che questi non ci allontanino dalla realtà dei fatti. Un ritorno, quindi, alla vita reale, cercando di imparare dai più piccoli a vivere da piccoli anche quando si diventa adulti.

Il successo di Din Don Down, tra comicità e leggerezza, era racchiuso proprio in questo: sentirsi vivi in un mondo che ci vuole dormienti.

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