Quando l’archeologia pone al centro ciò che oggi è marginale: la Sicilia dei vasai

Nel sito di Acquafredda-Imbischi, nel territorio di Castiglione di Sicilia, le nuove campagne di scavo ricostruiscono il quartiere artigianale della ceramica. A raccontare l’attività di ricerca è la docente Eleonora Pappalardo

Eleonora Pappalardo
Scavo 2023
Scavo 2025
Scavo 2026
Scavo 2026
Anfora 2024
Orlo loutherion
Disegno materiali

Ci sono luoghi che oggi si configurano come aree marginali e che, invece, occupano un ruolo centrale nella storia di un territorio. Contrada Acquafredda-Imbischi, nel comune di Castiglione di Sicilia, al confine con Randazzo, è uno di questi. Qui, affacciato sulla valle dell’Alcantara, il paesaggio contemporaneo conserva le tracce di una storia antica che le campagne di scavo dell’Università di Catania e della Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Catania stanno lentamente restituendo alla conoscenza.

La ricerca non nasce oggi. Le prime indagini della Soprintendenza risalgono agli anni Novanta, quando era stato portato alla luce un articolato complesso di ambienti rettangolari riconducibile a un insediamento di età ellenistica. La ripresa sistematica delle ricerche, a partire dal 2022, ha però cambiato radicalmente la prospettiva, e quello che sembrava il settore periferico di un abitato si è rivelato progressivamente il fulcro dell’attività manifatturiera di una città, un vero e proprio quartiere artigianale destinato alla lavorazione della ceramica. 

La scoperta della fornace, documentata durante la campagna del 2023, ha rappresentato un passaggio decisivo in tal senso, spostando l’asse di interesse in modo dirimente: in quell’occasione le indagini avevano infatti portato alla luce un complesso sistema di produzione comprendente, oltre alla fornace di circa due metri di diametro, conservata in condizioni eccezionali, un grande ambiente rettangolare ad essa funzionale, destinato alle diverse fasi della lavorazione. 

Gli scarti di cottura, le masserelle d’argilla, gli elementi riconducibili alla modellazione, le macine, gli stampi, i distanziatori e gli altri strumenti del lavoro artigianale, indicatori di produzione, compongono un quadro estremamente significativo e inaspettatamente completo. 

Ma c’è un elemento che rende Acquafredda-Imbischi particolarmente importante: tra gli scarti di lavorazione compaiono anche frammenti riconducibili a ceramica a figure rosse, skyphoi a campana, nella forma di iper-cotti, sulle cui superfici restano nettamente distinguibili i motivi decorativi assai cari a una produzione tanto diffusa quanto discussa nella Sicilia della seconda metà del IV sec. a.C. 

Non siamo, dunque, semplicemente davanti alla testimonianza di un’attività artigianale locale: siamo di fronte alla possibilità di ricostruire, attraverso gli strumenti e gli scarti di lavorazione, una parte concreta della storia economica, sociale e culturale della nostra isola in età ellenistica.

Area di scavo

  Area di scavo

È proprio da questa consapevolezza che è partita la campagna di scavo del 2026. Quest’anno abbiamo scelto di estendere l’area di indagine non per inseguire una singola scoperta, ma per comprendere meglio la struttura complessiva del quartiere artigianale

È un passaggio metodologicamente fondamentale: in archeologia, infatti, una struttura acquista il suo pieno significato soltanto quando viene letta nel rapporto con gli spazi che la circondano, con i percorsi, con le altre attività e con la stratificazione che la storia ha depositato nel tempo.

L’allargamento dello scavo ci permette dunque di spostare lo sguardo dalla singola fornace al sistema produttivo nel suo complesso. La domanda non è più soltanto “dove si cuocevano i vasi?”, ma; “come era organizzato il lavoro?”, “Dove veniva preparata l’argilla?”, “Dove venivano modellati i recipienti?”, “Quali erano gli spazi destinati all’essiccazione, alla cottura e allo stoccaggio?”, “Come si muovevano gli artigiani all’interno dell’officina?”, e, soprattutto, “quale rapporto esisteva tra questo luogo di produzione e l’abitato che lo circondava?”.

Sono domande che trasformano una fornace in una storia di persone, di abilità, di competenze, ma anche di adattamento all’ambiente e di trasformazione dello stesso.

La campagna del 2026 ha cominciato a fornire risposte concrete proprio in questa direzione. L’ampliamento dell’area di scavo ha consentito di individuare altri tre ambienti, tutti funzionalmente connessi al nucleo artigianale. Si tratta di un dato di particolare importanza, perché rafforza l’interpretazione dell’area non come semplice presenza isolata di un impianto di cottura, ma come un vero e proprio complesso produttivo articolato, nel quale dovevano svolgersi attività diverse e complementari.

Uno dei nuovi ambienti, ad Est, ha restituito un elemento di particolare interesse: un allestimento semicircolare, che possiamo verosimilmente interpretare come un basamento funzionale alle attività di produzione dei vasi. La sua presenza aggiunge un nuovo tassello alla ricostruzione della sequenza operativa dell’officina e ci invita a immaginare gli spazi non come contenitori vuoti, ma come luoghi organizzati intorno ai gesti e alle esigenze del lavoro artigianale.

Scavo 2025

 Attività di scavo del 2025

La campagna 2026 ha riservato anche un'altra importante sorpresa: in uno degli ambienti messi in luce, è stata individuata la traccia di una seconda fornace che, anche se molto meno ben conservata rispetto a quella rinvenuta nel 2023 e di minori dimensioni, costituisce un dato di straordinaria importanza e ci aiuta a comporre un quadro ancora più completo del sito. 

Della struttura rimangono la traccia dell’impianto, corrispondente allo strato di concotto alla base della camera di combustione, e il pilastrino centrale, in basalto e di forma esagonale, dirimente per la ricostruzione della struttura. Anche questo dato è estremamente significativo: la presenza di un secondo impianto di cottura, di dimensioni minori, amplia la nostra possibilità di comprendere l'organizzazione della produzione nel sito e suggerisce che l’attività artigianale potesse essere articolata secondo differenti esigenze, lavorazioni o fasi produttive.

Dietro ogni frammento di ceramica si celano tracce del comportamento umano: chi impastava l’argilla, chi la modellava, chi ne controllava l’essiccazione, chi preparava la fornace, chi conosceva la regolazione della temperatura del fuoco e chi, infine, decorava o utilizzava i manufatti. 

La forza di Acquafredda-Imbischi sta proprio nella possibilità di riportare alla luce non soltanto gli oggetti, ma il processo che li ha prodotti, e di ricostruire una narrazione completa, che ci racconta delle abilità e del saper fare della popolazione della valle dell’Alcantara di 2.400 anni fa.

E quest’anno, grazie all’allargamento dell’area, tale processo appare un po’ meno frammentario. I tre nuovi ambienti, l’allestimento semicircolare e la seconda fornace ci restituiscono infatti un’immagine progressivamente più complessa dell’officina: un luogo nel quale la produzione non era concentrata in un unico punto, ma si articolava in spazi e strutture differenti.

La campagna del 2026 si inserisce quindi in una ricerca più ampia e ambiziosa che sta progressivamente restituendo identità a un insediamento rimasto a lungo anonimo. Se le precedenti indagini, quelle degli anni ’90, avevano già mostrato la presenza di un impianto insediativo organizzato, articolato in numerosi ambienti, oggi, grazie alla prosecuzione dello scavo, possiamo cominciare a leggere quel paesaggio non come una semplice presenza antropica nell’entroterra, ma come una comunità inserita in una rete di relazioni, di scambi e di produzioni.

La posizione stessa del sito aiuta a comprenderne l’importanza. L’Alcantara, nell’antichità, non era soltanto un elemento naturale, era una via di comunicazione. Acquafredda-Imbischi si trova in un territorio strategico, collegato alla valle e alle direttrici che mettevano in relazione la costa ionica con l’interno della Sicilia. La vicinanza con l’area di Naxos e con gli altri insediamenti della valle dell’Alcantara consente di immaginare un paesaggio molto più dinamico di quanto suggerisca oggi la campagna adibita a vigneti. 

Ed è forse questo il risultato più importante delle nostre indagini: cambiare il modo in cui guardiamo questo territorio.

Scavo 2025

Attività di scavo del 2025

Acquafredda-Imbischi non è un margine; non è una periferia della storia. È un luogo nel quale siincontranoproduzione, commercio, mobilità, cultura materiale e organizzazione urbana. Un luogo in cui la ricerca archeologica può contribuire a riscrivere una pagina della storia della Sicilia greca.

Ma c’è un altro aspetto che considero fondamentale e che rende questa esperienza particolarmente significativa: il network che si è venuto a creare attorno al progetto. La ricerca archeologica in questo caso non si configura come un’attività isolata: Acquafredda-Imbischi dimostra concretamente quanto possa essere efficace la collaborazione tra istituzioni e territorio.

Il progetto, come detto, nasce dalla sinergia tra Università di Catania e Soprintendenza per i Beni culturali e ambientali di Catania, alla quale si sono uniti il Comune di Castiglione di Sicilia e l’azienda vitivinicola Firriato. 

L'Università e la Soprintendenza rappresentano i due pilastri scientifici e istituzionali della ricerca; il Comune costituisce il fondamentale interlocutore territoriale e grazie alla sensibilità del sindaco Concetto Stagnitti, fornisce supporto logistico indispensabile ai ricercatori dell'ateneo catanese per l’allestimento dei laboratori di documentazione della ceramica; Salvatore Di Gaetano, presidente dell’Azienda Firriato, proprietaria dei terreni sui quali insiste l’area dello scavo, ha scelto di partecipare attivamente a un progetto nel quale ricerca, patrimonio, cultura e valorizzazione del territorio possono dialogare, intervenendo concretamente nel supporto alla ricerca sul campo.

Questa collaborazione ha un valore che va oltre il singolo scavo. Significa riconoscere che il patrimonio archeologico è una risorsa collettiva e che la sua conoscenza può diventare occasione di crescita culturale, educativa e anche economica per la comunità. Il protocollo di intesa tra Università di Catania e Firriato nasce proprio con l’obiettivo di coniugare ricerca e promozione turistica del territorio, a partire dall’esperienza di Acquafredda-Imbischi. 

È un modello nel quale credo molto: pubblico e privato non in contrapposizione, ma in una relazione virtuosa, nella quale ciascuno mette a disposizione competenze, strumenti e responsabilità diverse. L'archeologia produce conoscenza; la tutela garantisce la conservazione; il Comune costruisce il rapporto con la comunità; l’impresa può contribuire alla valorizzazione e alla capacità del territorio di raccontarsi.

Ma lo scavo di Acquafredda-Imbischi è stato anche l’occasione per avviare una collaborazione interdipartimentale e interdisciplinare all’interno dell’Università di Catania, facendo dialogare competenze e metodologie diverse attorno allo stesso contesto archeologico. 

Scavo 2026 da sud

Area sud di scavo (anno 2026)

Sono state condotte: analisi di tipo proteomico sulla ceramica da mensa finalizzate alla ricostruzione delle abitudini alimentari; indagini satellitari con remote sensing view per il rilevamento delle strutture non emerse; sperimentazioni di tipo magnetometrico sull’argilla concotta della fornace; scansioni 3D dell’officina; analisi petrografico-mineralogiche su 90 frammenti da strato. 

I risultati preliminari di queste indagini sono stati presentati in occasione del workshop internazionale organizzato a conclusione del progetto Prin 2022 Why did people settle in that place? An integrated and comparative approach to the study of environmental history and settlement choices in the island highlands: the case study of Prinias (Crete) and Alcantara Valley (Sicily), svoltosi a gennaio al Dipartimento di Scienze della Formazione e sono ora in corso di pubblicazione.

È proprio nell’incontro fra queste competenze che la ricerca acquista una dimensione nuova. L’archeologo legge la stratigrafia e il contesto; il chimico interroga la materia; il geologo e il petrografo ricostruiscono la natura e la provenienza delle componenti; l’ingegnere applica tecnologie e metodologie di indagine capaci di restituire informazioni altrimenti invisibili. Il risultato non è semplicemente la somma delle singole analisi, ma la costruzione di una conoscenza condivisa, nella quale ogni disciplina contribuisce a illuminare un frammento diverso della stessa storia.

È una modalità di ricerca imprescindibile per il futuro dell’archeologia. I siti antichi sono sistemi complessi e richiedono sempre più spesso strumenti capaci di attraversare i confini tradizionali delle discipline. Acquafredda-Imbischi sta diventando, in questo senso, non soltanto un luogo nel quale scavare e documentare, ma anche un laboratorio interdisciplinare, in cui la ricerca archeologica dialoga con le scienze naturali, l’ingegneria e le tecnologie applicate ai beni culturali.

Per questo lo scavo del 2026 non va considerato semplicemente come una nuova campagna di ricerca. È un passo ulteriore verso la ricostruzione di un paesaggio antico e, insieme, verso una diversa idea di patrimonio. Scavare significa infatti conoscere, ma conoscere significa anche assumersi la responsabilità di conservare e valorizzare.

La nostra sfida, dunque, non si conclude con la fine della campagna. Al contrario, comincia proprio da lì. Dopo lo scavo vengono lo studio dei materiali, la lettura delle stratigrafie, le analisi archeometriche, la ricostruzione delle tecniche produttive e il confronto con gli altri centri della Sicilia e del Mediterraneo.

Solo mettendo insieme tutti questi dati potremo capire fino in fondo chi fossero gli artigiani di Acquafredda-Imbischi, per chi producevano e quale ruolo occupasse la loro officina nella società del IV secolo a.C.

La terra, intanto, continua a parlare. E ogni volta che estendiamo lo scavo, ci accorgiamo che la storia che abbiamo davanti è più grande di quella che immaginavamo.

Eleonora Pappalardo è docente di Archeologia classica del Dipartimento di Scienze della Formazione dell’Università di Catania e direttrice scientifica della missione archeologica di Acquafredda/Imbischi

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