Ragazzi dentro e ragazzi fuori: l’incontro che interroga la città

Al Monastero dei Benedettini il primo appuntamento del ciclo "Dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva" mette al centro devianza minorile, dispersione scolastica e responsabilità collettiva

Martina Caravello e Ileana Giuffrida

Un incontro che non si limita a informare, ma che chiama a prendere posizione su devianza minorile, dispersione scolastica e responsabilità collettiva. Un incontro che mette in dialogo istituzioni, terzo settore, scuola e università per interrogarsi su una domanda urgente: cosa significa oggi accompagnare un ragazzo che rischia di restare “fuori”? 

E nei giorni scorsi, nell’aula A1 del Monastero dei Benedettini sede del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, si è aperto uno spazio di confronto necessario, capace di unire analisi e responsabilità, dati e storie, numeri e volti grazie al primo incontro del ciclo Dall’analisi del fenomeno mafioso alla cittadinanza attiva, edizione 2025/26 dei seminari di ateneo Territorio, ambiente e mafie – In memoria di Giambattista Scidà, coordinati dalla professoressa Rossana Barcellona

Ad aprire l’incontro – dal titolo Ragazzi dentro e ragazzi fuori - è stata la direttrice del Disum, la prof.ssa Stefania Rimini: «Come Dipartimento siamo presenti per sottolineare l'importanza di questa iniziativa. Per me è motivo d’orgoglio essere qui» ha reso noto la docente, che ha preferito un approccio più sentito a quello istituzionale e formale, come lei stessa ci fa sapere, complimentando la capacità dei relatori e delle relatrici di accomunare un pubblico molto variegato.

«Parlare di questi temi non è mai banale», ha proseguito il vicedirettore del Disum, Luigi Ingaliso. «Dove diminuiscono le disuguaglianze sociali, infatti, si riduce anche lo spazio in cui i fenomeni mafiosi possono attecchire», ha detto.

«Il seminario - come spiegato da Antonio Fisichella del Comitato contro la dispersione scolastica e la devianza minorile -, nasce all’interno di un quadro molto chiaro: a livello nazionale si registra un aumento dell’attenzione sul tema della devianza minorile, mentre sul piano locale Catania detiene un record preoccupante per tassi di dispersione scolastica e devianza. Un contesto che rende urgente interrogarsi non solo sui numeri, ma sulle risposte educative, sociali e istituzionali».

In foto da sinistra Maria Covato, Stefania Rimini e Luigi Ingaliso

In foto da sinistra Maria Covato, Stefania Rimini e Luigi Ingaliso

Protagoniste dell’incontro sono state quattro relatrici, portatrici di esperienze diverse ma profondamente intrecciate: Roberta Montalto, direttrice dell’Ufficio Servizi Sociali per i Minorenni (USSM) di Catania; Maria Covato, direttrice dell’Istituto Penale per i Minorenni; Elisa Maiorca, della cooperativa sociale Prospettiva; Agata Pappalardo, responsabile dell’Ufficio diocesano per la prevenzione e il contrasto della dispersione scolastica.

«Il senso della cittadinanza e della legalità non appartiene a qualcuno in particolare: riguarda tutti. E riguarda soprattutto voi, che siete la gioventù di questa città», ha esordito Roberta Montalto. «Il settore minorile, nel tempo, si è strutturato in modo sempre più specifico – ha aggiunto -. La competenza dei servizi minorili può estendersi fino ai 25 anni. Questo perché l’intervento educativo non si interrompe automaticamente con la maggiore età: spesso è necessario continuare ad accompagnare il ragazzo anche oltre».

«Vorrei dirvi una cosa importante: molto spesso il reato è un modo per esprimere un disagio – ha precisato -. Nella mia esperienza ho incontrato ragazzi che, alla fine del percorso, mi hanno detto: “Per fortuna sono stato fermato”. Ecco perché per noi è fondamentale ricordare che il minore che commette un reato è prima di tutto un ragazzo che deve essere ascoltato. Il nostro codice di procedura penale minorile – che è ancora oggi uno dei più avanzati in Europa – si fonda proprio su questa consapevolezza: l’evento penale non è solo un fatto da punire, ma deve diventare l’inizio di un percorso».

«Il nostro compito è fornire conoscenza all’autorità giudiziaria – ha proseguito -. Ma fornire conoscenza non significa dire dove il ragazzo abita o se i genitori sono separati. Significa raccontare la sua storia: capire quali passaggi, quali fragilità, quali segnali lo hanno portato a quel comportamento. Solo così il giudice può assumere decisioni che siano davvero aderenti alle esigenze educative del ragazzo».

«Nel sistema minorile convivono due dimensioni: quella penale, che prevede delle conseguenze per il reato, e quella educativa, che è altrettanto centrale – ha sottolineato la Montalto -. La domanda non è solo “qual è la sanzione?”, ma soprattutto “cosa facciamo perché questo non accada più?”. In un territorio complesso come il nostro, i reati possono essere anche gravi, ma dobbiamo evitare un errore fondamentale: non dobbiamo mai identificare la persona con il reato. Il reato è un fatto. Il ragazzo è molto di più».

«Accanto alla conoscenza, c’è una parola chiave che per me è centrale: accompagnamento – ha evidenziato Roberta Montalto - L’accompagnamento significa fare un tratto di strada insieme. Significa prossimità. Significa non limitarsi a scrivere un progetto educativo sulla carta, ma esserci davvero. Se diciamo che un ragazzo deve tornare a scuola o svolgere un’attività di volontariato, non possiamo lasciarlo solo. Molti di questi ragazzi sono stati lasciati soli già prima. Il percorso lo deve fare il ragazzo: la responsabilità è sua. Ma la nostra responsabilità è camminargli accanto. E se cade, fermarci, aspettare che si rialzi, senza abbandonarlo. Perché è proprio l’accompagnamento, insieme all’ascolto e alla conoscenza, che fa la differenza».

Elisa Maiorca, Roberta Montalto e Maria Covato

In foto da sinistra Elisa Maiorca, Roberta Montalto e Maria Covato

L’approccio di Maria Covato è fin da subito matematico: «Quando si parla di giustizia minorile è importante partire dai numeri, perché spesso non si ha la percezione reale del fenomeno. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un’impennata delle presenze negli istituti. È facile pensare che questo dipenda da un aumento dei reati commessi dai minorenni. In realtà i dati degli Uffici di Servizio Sociale mostrano che il numero dei ragazzi seguiti è rimasto sostanzialmente stabile».

«Quello che è cambiato è la risposta dello Stato – ha detto -. Alcune modifiche normative, in particolare dal 2023, hanno inasprito le misure cautelari e le pene per determinati reati. Questo ha portato a un aumento degli ingressi in istituto e quindi al sovraffollamento».

«Qual è la finalità dell’Istituto Penale per i Minorenni?», ha evidenziato Maria Covato. «Certamente eseguire i provvedimenti dell’autorità giudiziaria, ma farlo con un forte orientamento educativo – ha aggiunto -. Lavoriamo in équipe: educatori, psicologi, insegnanti, volontari, istruttori sportivi, polizia penitenziaria – che nel minorile ha anche un ruolo trattamentale ed educativo – in stretta collaborazione con l’USSM e con il terzo settore. Anche dentro l’istituto, la detenzione deve essere l’extrema ratio. E quando c’è, deve diventare un’occasione di lavoro educativo, non solo di contenimento».

«Io rappresento il privato sociale», ha esordito Elisa Maiorca. «Lavoro da oltre vent’anni nella cooperativa Prospettiva e ho visto cambiare profondamente il nostro territorio – ha detto -. Oggi assistiamo a due fenomeni molto forti: l’aumento della forbice sociale e una riduzione delle risorse sociali disponibili per sostenere i soggetti marginali».

«Noi facciamo parte di una rete interistituzionale, pubblico e privato insieme – ha proseguito -. Perché la responsabilità verso i ragazzi è collettiva. Dobbiamo avere il coraggio di riconoscere che non tutti partono dalle stesse possibilità: non tutti possono scegliere dove crescere, studiare, costruire il proprio futuro. Il nostro compito è lavorare per una reale giustizia sociale e garantire accesso alle stesse opportunità. E qui torna una parola fondamentale: accompagnamento educativo. Accompagnare significa affiancare. Non pensare al posto dei ragazzi, ma stare accanto mentre fanno. È una presenza concreta, quotidiana, nei loro ambienti di vita».

«Noi non siamo l’autorità, non siamo la sanzione – ha aggiunto -. Questo ci permette di entrare in una relazione più orizzontale, di lavorare sui talenti prima ancora che sulle fragilità. Spesso vediamo solo le debolezze dei ragazzi che entrano nel circuito penale. Ma dobbiamo partire dai loro sogni, dai loro desideri, dalle competenze che hanno. Accompagnare significa essere compagni di viaggio. Aiutarli a costruire un progetto di vita».

«Quando l’arcivescovo Luigi Renna è arrivato a Catania, la città aveva un altissimo tasso di dispersione scolastica. È nato così un ufficio dedicato esclusivamente a questo tema», ha spiegato Agata Pappalardo. «La scuola ha un ruolo fondamentale di prevenzione – ha aggiunto -. Ho diretto per diciotto anni una scuola in un contesto difficile, e posso dire che quando una famiglia viene coinvolta in un percorso educativo serio, anche dopo un’esperienza grave, può cambiare il proprio modo di essere genitore. E questo evita che i figli più piccoli ripetano gli stessi errori».

Antonio Fisichella e Agata Pappalardo

In foto Antonio Fisichella e Agata Pappalardo

«L’obiettivo è semplice ma ambizioso: prevenire prima che il disagio diventi reato. Intervenire quando ancora si può cambiare strada – ha precisato -. Cerchiamo di intercettare i bambini e i ragazzi che a scuola faticano: frequentano poco, sono demotivati, disturbano, vengono spesso allontanati. Ma il punto fondamentale è agganciare le famiglie.»

«Il primo lavoro è sulla genitorialità – ha proseguito nel suo intervento -. Perché se non coinvolgiamo i genitori, non cambiamo davvero le cose. Interveniamo già nella primissima infanzia. Quello che si costruisce tra 0 e 3 anni è determinante: se lì si crea una frattura, con il tempo la distanza aumenta. E questo lo vediamo chiaramente nel passaggio tra scuola media e superiore, dove l’abbandono scolastico esplode. Noi accogliamo soprattutto quei bambini che non vengono accolti da nessuno. Bambini che a scuola “danno fastidio”, che non hanno strumenti linguistici adeguati, genitori stranieri che non parlano italiano, famiglie che non possono permettersi spese educative. Offriamo corsi di lingua per i genitori, supporto educativo, ascolto».

«Un aspetto importante è il coinvolgimento dei giovani universitari come mentori – ha detto -. Possono fare tirocini curriculari nei nostri spazi, progettare interventi concreti legati ai loro percorsi di studio. Non è semplice doposcuola: è progettazione sociale».

«La domanda è: perché territori come il nostro continuano a produrre devianza minorile? E che rapporto c’è tra devianza e mafia?», ha ripreso Roberta Montalto. «La risposta non è semplice, ma un punto è chiaro: dove c’è marginalità sociale radicata nel tempo, si crea un bacino facilmente reclutabile per le organizzazioni criminali», ha aggiunto.

«Nel nostro territorio non vediamo tanto fenomeni di baby gang come al Nord – ha aggiunto -. Qui il fenomeno è diverso: i ragazzi entrano in circuiti già strutturati, organizzati. Perché succede? Perché ogni adolescente ha bisogno di essere riconosciuto, identificato, valorizzato. Ha bisogno che qualcuno gli dica chi è, che gli faccia sognare qualcosa. Se queste risposte non arrivano dal mondo adulto, dalla scuola, dallo Stato, arrivano altrove. E la criminalità organizzata è estremamente capace di fornire riconoscimento, appartenenza, identità. Offre seduzione: soldi, status, visibilità».

«Non abbiamo grandi imputazioni per associazione mafiosa. Ma dobbiamo essere onesti: questi ragazzi non sono “liberi professionisti”. Sono anelli di una catena. Quando chiedo a un ragazzo: “Per chi lavoravi?”, qualcuno scherza e dice: “Sono imprenditore di me stesso”. Ma sappiamo che non è così», ha aggiunto Maria Cervuto. «Sono ragazzi che la criminalità organizzata ha saputo sedurre. E la seduzione è la parola chiave. Sedurre significa portare a sé. La criminalità offre denaro, identità, riconoscimento, senso di appartenenza. Se noi non proponiamo alternative altrettanto seducenti – motivanti, coinvolgenti, concrete – perdiamo in partenza».

«Un ragazzo mi disse: “Che me ne faccio del titolo di studio? Tanto vado a fare il parcheggiatore e guadagno subito” – ha spiegato -. Se la scuola non è capace di offrire alternative concrete e attrattive, perde» si aggancia Pappalardo. «Il disagio profondo che vediamo nei ragazzi è fortemente legato al tempo scuola. La scuola è uno dei pochi luoghi che incontra i ragazzi quotidianamente: deve saper vedere il disagio, riconoscerlo, analizzarlo. Ma la scuola deve cambiare. Non può essere solo istruzione. Deve essere ambiente di vita. Servono relazioni significative, lavoro sull’autoefficacia, ricerca di senso e motivazione allo studio».

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