Revenge porn e violenza di genere

Dal ruolo della legge alla responsabilità sociale: un incontro al Dipartimento di Giurisprudenza per comprendere e contrastare la diffusione illecita di immagini intime

Giorgia Sciascia

Il revenge porn è un reato in cui vengono pubblicate foto intime senza il consenso della vittima. Il termine revenge, ‘vendetta’, sposta il focus sulla vittima, “colpevole” secondo il partner di aver concluso la relazione e che di conseguenza si sente giustificato a pubblicare le foto per vendicarsi.

L'incontro, che si è tenuto nei giorni scorsi nell’aula magna di Villa Cerami, sede del Dipartimento di Giurisprudenza, si è aperto con i saluti istituzionali di Jessica Gualtieri, consigliere dell’Ordine degli Avvocati di Catania, del professore Salvatore Zappalà, direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, di Giuseppe Bellassai, questore di Catania, e dell'avvocato Denise Caruso, presidente del Comitato Pari opportunità di Catania.

I relatori, nel corso dell’incontro, sono stati introdotti dalla prof.ssa Mariagrazia Militello, docente di Diritto del lavoro e Diritto antidiscriminatorio e focal point per le Pari opportunità del Dipartimento di Giurisprudenza, che ha ribadito come nonostante vi sia più consapevolezza rispetto al passato, «viviamo in un momento storico in cui la violenza continua a radicarsi e ad esprimersi subdoli». Nel suo intervento ha evidenziato che il problema sia il ruolo stereotipato dato alle donne all'interno della società, poiché discriminazioni e sessismo si esprimono in modi diversi e talvolta si presentano quando le donne mettono in discussione l'autorità maschile o quando gli uomini ne limitano la libertà con il pretesto di pensare alla loro sicurezza.

«Mi rendo conto che stiamo seguendo un percorso, non possiamo nascondere il fatto che fino al 1981 vi era il delitto d'onore – ha detto il questore Giuseppe Bellassai -. Il problema è che abbiamo poco tempo e muoiono delle donne, abbiamo bisogno di andare più spediti e di lavorare all'unisono. Se dal punto di vista legislativo siamo andati avanti, dobbiamo farlo anche dal punto di vista sociale e culturale, perché il problema continua a esistere in proporzioni significative. L'unico modo per rispondere al fenomeno è creare una cultura nuova in cui uomini e donne sono paritari».

La prof.ssa Valeria Scalia, docente associata di Diritto penale, si è concentrata sugli aspetti legali riguardanti la pubblicazione non consensuale di materiale intimo. «Oggi il revenge porn viene considerato una forma di criminalità informatica, a tal proposito, in Italia, nell’agosto del 2019, è entrata in vigore la legge Codice Rosso, in supporto all’articolo 612-bis (atti persecutori) e all'articolo 612-ter (per punire la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite) – ha detto -. La legge prevede la reclusione da 1 a 6 anni e una multa fino a 15.000 euro per coloro che pubblicano o diffondono materiale senza il consenso dei soggetti interessati».

Per quanto riguarda il ruolo della Polizia postale, impegnata nel contrastare la diffusione di foto o video non consensuali, il dott. Marcello La Bella, primo dirigente della Polizia Postale di Catania, ha sottolineato «l'importanza di agire e denunciare immediatamente, perché le conseguenze sulla rete sono più gravi poiché è un mondo senza confini e l'immagine condivisa può essere vista da miliardi di persone».

«È difficile ricorrere al diritto all'oblio e per farlo bisogna rivolgersi alla piattaforma in cui è stata pubblicata la foto – ha aggiunto -. A tal proposito, la polizia ha dei mezzi con i quali si interfaccia con le piattaforme ma nel frattempo l'immagine potrebbe essere stata condivisa ulteriormente».

Il tavolo dei relatori

Il tavolo dei relatori

«L'obiettivo della polizia postale è quello di lanciare un messaggio forte alla comunità anche attraverso il sequestro dei dispositivi elettronici perché molti di questi reati vengono definiti “spia” come la molestia e la sostituzione di persona», ha sottolineato. «Quando riceviamo queste denunce cerchiamo di agire subito, con la possibilità di interagire con il garante o con le piattaforme – ha detto -. Il nostro compito come Polizia di Stato è di essere vicini alle vittime e di agire immediatamente».

La dott.ssa Marisa Scavo, procuratrice della Procura della Repubblica di Catania, ha parlato in merito al ruolo della magistratura nella lotta contro la violenza di genere. Nel suo intervento ha sottolineato l'importanza di due ammonimenti: il primo previsto dalla legge del 2009 esteso al revenge porn e che viene richiesto dalla vittima; il secondo disposto dal questore e riguarda i reati commessi nell'ambito della violenza domestica.

«L’ammonimento per reati di violenza domestica può essere richiesto da una persona vicina alla vittima o da un operatore sanitario – ha aggiunto -. Con la legge del 2013, le istituzioni pubbliche e i presidi sanitari devono segnalare in questura per mettere in ufficio l’ammonimento, nel caso in cui ricevono denunce di violenza domestica. Inoltre sottolinea l'importanza della famiglia nell'educazione dei figli perché bisogna intervenire ai primi campanelli d'allarme». «Nessuno deve girarsi dall'altra parte perché quello che oggi capita a una persona, un domani può capitare a noi o ai nostri cari. Ognuno di noi ha il compito di intervenire», ha concluso la dott.ssa Scavo.

A seguire Ignazio Danzuso, avvocato penalista e vice presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, si è soffermato sul ruolo sociale e preventivo della sua professione. «Da una parte vi è la necessità di far comprendere all'aggressore le conseguenze e la gravità delle sue azioni e soprattutto prevenire che commetta reati più gravi – ha detto -, dall'altra parte bisogna aiutare la vittima a comprendere che non verrà lasciata sola, né dalla società né soprattutto dalle istituzioni».

«Spesso l’avvocato si trova in difficoltà perché ci troviamo davanti persone che hanno subìto un forte trauma e questo comporta una formazione di natura psicologica – ha aggiunto -. Anche noi abbiamo bisogno di strumenti adatti che ci permettono di fare il nostro lavoro».

La dott.ssa Sonia Mazzeppi, dirigente psicologo dell’Asp Catania, ha parlato di un progetto avviato nel 2016 in un ospedale in provincia di Catania, in cui è stato istituito un team di sostegno composto da uno psicologo e da un'assistente sociale, per le donne vittime di violenza, che purtroppo arrivano in ospedale quando già è troppo tardi.

«In seguito, nel 2018 sono emerse le linee guida per le aziende ospedaliere – ha spiegato -. Di conseguenza, le donne sono accolte da un team specializzato, il quale, attraverso un colloquio sostenuto con la vittima, può comprendere in tempo gli elementi che dimostrano uno stato traumatico causato dalla violenza».

I lavori hanno registrato anche gli interventi di Salvatore Montemagno, primo dirigente della Divisione Polizia anticrimine della Questura di Catania, e di Elisa Muscato, dottoranda di ricerca di Diritto penale, e della laureanda Claudia Calanna del Dipartimento di Giurisprudenza.

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