Le riflessioni delle docenti dell’ateneo catanese Teresa Graziano e Claudia Cantale: l’abitare emerge come pratica politica e culturale tra diritto alla città, conflitti contemporanei e nuove forme di resistenza urbana
“Il diritto alla città si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare”. Per Lefebvre, che scriveva queste parole nel 1969 nel Il diritto alla città, lo spazio dell’abitare non è mai astratto, una semplice combinazione di coordinate geografiche, ma socialmente e materialmente costruito.
Cosa significa, oggi, abitare? La nostra casa, un quartiere, una città. Attraversare gli spazi lasciando tracce del nostro passaggio. Andare via, per scelta o per necessità. Cercare un rifugio, radicarsi, trasformare gli spazi in luoghi. Il dizionario etimologico spiega che abitare deriva dal latino habitàre, frequentativo di habère, avere: “continuare ad avere, ma più comunemente aver consuetudine in un luogo”.
Ma cosa accade quando l’abitare, da diritto inalienabile, diventa un privilegio, fonte di conflitti e disuguaglianze, terreno di scontro? Cosa succede a chi abita, a chi va via o resiste, e cosa succede al territorio stesso – il nostro quartiere, la nostra città - che si svuota e muore, o si trasforma per effetto di nuovi arrivi, nuove funzioni e pratiche del quotidiano?
Quali implicazioni materiali e simboliche ha oggi l’abitare, visto che il diritto alla città oggi sembra sempre più eroso dalla loro trasformazione in parchi a tema a uso esclusivo dei turisti, in cittadelle di privilegio circondate da disuguaglianze crescenti, in asset della finanziarizzazione immobiliare neoliberista?
In foto da sinistra Teresa Graziano, Ornella Sgroi, Andrea Pistorio e Claudia Cantale
A partire da questi ragionamenti si è svolto il primo incontro, nel bookshop del Monastero dei Benedettini, della rassegna Abitare, infinito presente ’26, curata dalle docenti dell'ateneo catanese Claudia Cantale e Teresa Graziano con Officine Culturali in collaborazione con la Società Geografica Italiana e Catania Book Festival, con la presentazione del podcast di Andrea Pistorio dal titolo Metropoliz, il museo abitato (disponibile su Rai Radio Sound).
L’urgenza di un confronto pubblico tra ricerca e territorio sul tema dell’abitare nelle città nasce dalla sua recente diffusione nei salotti televisivi e nella produzione cinematografica e seriale. La mainstreamizzazione di concetti come gentrificazione, turistificazione e foodificazione ha avuto il merito di illuminare problemi relativi a emergenze sociali fondamentali, di cui studiosi e attivisti si occupano da tempo; tuttavia, si rischia un impoverimento del discorso a causa dell’eccessiva frammentazione e polarizzazione.
La rassegna Abitare, infinito presente vuole, quindi, essere uno spazio di approfondimento a partire da prodotti editoriali che dell’abitare hanno fatto il loro tema centrale.
Nel caso di Metropoliz, il museo abitato, il podcast di Andrea Pistorio mette al centro l’emergenza abitativa in relazione ai processi di occupazione di spazi abbandonati come possibile di abitare collaborativo e condiviso secondo modelli grass-root.
Nel 2009, l’ex stabilimento di macellazione della Fiorucci viene occupato da un centinaio di persone in condizioni di fragilità economica e prive di un luogo in cui vivere, guidate dai Blocchi Metropolitani Precari. La liberazione degli ambienti, in stato di assoluto degrado, segna l’inizio di un’esperienza conosciuta come “Metropoliz, la città meticcia”.
La sua unicità consiste in una doppia convivenza: la prima tra persone provenienti da differenti vissuti e luoghi del mondo; la seconda tra le persone e l’arte contemporanea. Metropoliz è quindi un luogo meticcio, perché sulle differenze si è costruita una resistenza longeva, ma anche unica, che non può essere ridotta a un modello standardizzabile.
Un momento dell'incontro
Non approfondiremo in questo breve testo la genesi del MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz, raccontata nelle numerose cronache e approfondimenti, tra cui il podcast di Andrea Pistorio. Qui ci limitiamo a sottolineare che l’incontro tra l’antropologo Giorgio De Finis e la comunità di Metropoliz (2012) ha trasformato lo stabilimento di via Prenestina 913 in un laboratorio di sperimentazione, un’officina di produzione artistica.
Al suo interno, nel corso degli anni, si sono alternati artisti e artiste di fama internazionale che, a titolo volontario e gratuito e dopo un processo democratico e assembleare, hanno lasciato opere site-specific per gli abitanti di Metropoliz.
Attraverso un intreccio delle voci degli ex operai, di abitanti, artisti ed esperti, il podcast ricostruisce la storia di Metropoliz, che oggi è un luogo che custodisce opere e in cui le opere custodiscono, a loro volta, un progetto di residenza e resistenza di famiglie che vivono sotto la minaccia dello sgombero fin dal loro primo ingresso nello stabilimento. Il MAAM è un dispositivo di memoria sociale e collettiva (Halbwachs, 1925) e insieme uno strumento di resistenza della comunità residente.
Non vi è separazione tra la vita quotidiana, la routine degli abitanti e gli episodi artistici, che non sono uno sfondo ornamentale ma vengono agiti e diventano risorse abilitanti, fornendo repertori e strumenti su cui si costruiscono i ricordi individuali e le memorie collettive.
In un episodio del podcast, il racconto degli “ingranaggi” di Gina, entrata bambina e oggi studentessa di ingegneria, combina quelli degli oggetti tecnologici da riparare con quelli artistici del “Razzo”, costruito per raggiungere simbolicamente e virtualmente la luna. Per Gina, vedere come sono fatte le cose è parte del suo habitus: in questo senso, il gesto artistico non è separato da quello politico, ma diventa grimaldello e vettore dell’attivismo.
Per questa ragione, le traiettorie di istituzionalizzazione dei sodalizi tra percorsi artistici e spazi liberati sono spesso ricche di frizioni, poiché il riconoscimento è un processo mediato da soggetti esterni alle comunità, quelli che Burke definisce “banchieri simbolici”, capaci di produrre, come effetto, la definizione di valore del “patrimonio” culturale. Ça va sans dire che l’istituzionalizzazione è spesso il preambolo di processi di capitalizzazione e cartolarizzazione di esperienze di autogestione che nativamente si oppongono alle logiche estrattiviste del liberismo culturale.
Un momento dell'intervento di Andrea Pistorio
Fino a questo momento, Metropoliz sembra aver trovato un equilibrio tra le pratiche di partecipazione artistica e una parvenza di cornice istituzionale, come uno degli antidoti alle minacce di sgombero. Tuttavia, la conversione da percorsi di artivismo a progetti di riqualificazione promossi dalle pubbliche amministrazioni rischia di diventare, a sua volta, un dispositivo di gentrificazione, come dimostrano numerosi casi alla scala globale nei quali l’arte, anche quella che emerge “dal basso”, può innescare involontari fenomeni di “filtering up” che accentuano il rischio di estromissione di residenti e attività storiche.
Il podcast, dunque, funge da vero e proprio compendio sonoro di studi urbani, tracciando una linea che parte dai processi di urbanizzazione “storica” di Roma, connessi alla sua industrializzazione – che è presente, nonostante l’immaginario di città sonnolenta priva di industrie, adagiata sugli apparati politico-istituzionali – e alla successiva fase di transizione al postfordismo e di dismissione delle fabbriche.
Le storie dei protagonisti di Metropoliz ci conducono tra gli interstizi della città alle prese con la deindustrializzazione e l’emergere dei “vuoti” urbani: fabbriche dismesse colme di memorie che, attraverso pratiche di riappropriazione, diventano luoghi di nuove opportunità, intercettando l’urgenza di rivendicare quel diritto alla città che, oggi, si declina sempre di più nel diritto alla casa, in particolare dopo la crisi del 2007-2009 e le connesse politiche di austerità.
Il racconto che ne emerge si dipana in filigrana sullo sfondo di processi come la gentrificazione e la crisi dell’abitare che, seppur diffusi globalmente, si innestano sulla specificità dei luoghi, anche in contesti definiti da Idalina Batista “alla periferia della teoria urbana”: come il Sud Europa, per decenni giudicato intrinsicamente immune a fenomeni di segregazione abitativa tipici delle “città duali”, in virtù di una supposta capacità tutta “mediterranea” di assicurare coesione sociale.
In realtà, Metropoliz dimostra il contrario: nessuna città è immune a questi fenomeni, ma localmente si possono sperimentare pratiche di resistenza che consentono di ribaltare gli schemi e mettere in discussione le traiettorie imposte dall’avanzata del neoliberismo.
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