Intervista al prof. Antonio Mistretta, nominato al Tavolo tecnico del Mur per la riforma della formazione medica specialistica
Il professor Antonio Mistretta, ordinario di Igiene generale e applicata presso il Dipartimento di Scienze mediche, chirurgiche e tecnologie avanzate “G.F. Ingrassia” dell’Università di Catania, è stato nominato componente del Tavolo tecnico per la Riforma della formazione medica specialistica istituito dal Ministero dell’Università e della Ricerca.
Attuale responsabile del Servizio di Comunicazione Scientifica dell’Istituto Superiore di Sanità, il prof. Mistretta entra così a far parte dell’organismo ministeriale incaricato di definire analisi e proposte strategiche su temi cruciali: l’organizzazione delle scuole di specializzazione, la qualità dei percorsi formativi, l’integrazione tra formazione e attività assistenziale e il raccordo con il Servizio sanitario nazionale.
Per l’Università di Catania si tratta di un riconoscimento di grande rilievo: la presenza di un proprio docente tra i quattro esperti selezionati a livello nazionale testimonia il ruolo qualificato e il contributo autorevole che l’ateneo catanese continua a offrire in un settore decisivo per il futuro della formazione medica specialistica nel Paese.
Abbiamo chiesto al prof. Mistretta di illustrare le principali prospettive di lavoro del Tavolo.
Dopo quasi trent’anni si torna a parlare di una riforma complessiva della formazione medica specialistica. A suo avviso, professore, perché è un passaggio così importante?
«La riforma delle scuole di specializzazione rappresenta oggi una priorità strategica per il sistema sanitario e universitario. Non ci troviamo di fronte a un problema contingente, ma a una criticità strutturale che riguarda l’intera filiera formativa del medico, dall’accesso al corso di laurea fino all’inserimento nel Servizio sanitario nazionale. La sfida è aggiornare il modello formativo ai profondi cambiamenti tecnologici e sociali che la medicina sta vivendo, per rendere il Paese competitivo a livello internazionale».
In che modo questa auspicata riforma potrà rispondere alle nuove sfide della sanità digitale, dell’intelligenza artificiale e della robotica?
«L’obiettivo è rendere la formazione specialistica avanzata e multidisciplinare, capace di dialogare con le altre professioni sanitarie e con le tecnologie emergenti. Le innovazioni in campo digitale e biomedico stanno trasformando diagnosi, terapie e organizzazione dei servizi: medici e specialisti devono essere pronti a utilizzarle con competenza, senso critico ed etica. In questo senso, il Tavolo tecnico lavorerà per definire nuovi profili formativi e criteri di aggiornamento continui, in collaborazione con il Ministero e con le reti ospedaliere».
Lei ha sottolineato la necessità di un allineamento agli standard europei. Cosa intende concretamente?
«Significa rendere la formazione specialistica italiana omogenea, valutabile e confrontabile con quella dei principali Paesi europei. Occorre favorire una maggiore integrazione tra università e rete ospedaliera, garantendo standard formativi comuni sul territorio nazionale e una valutazione continua e sostanziale delle competenze. Non possiamo più accettare che la qualità della formazione dipenda dal contesto locale: servono criteri condivisi e sistemi di monitoraggio affidabili».
Un altro aspetto riguarda la programmazione delle borse di specializzazione. A suo avviso, dove occorre intervenire?
«Oggi la programmazione non riflette in modo adeguato il fabbisogno reale del sistema sanitario. È necessario sviluppare un modello predittivo che integri dati epidemiologici, demografici e organizzativi, valutando le carenze nelle varie aree specialistiche. Dobbiamo superare la logica emergenziale e costruire una filiera formativa sostenibile, coerente anche con il numero di laureati in Medicina e con le prospettive del Servizio sanitario nazionale».
Le cosiddette “specializzazioni meno attrattive” restano un problema evidentemente ancora aperto. Quali le strategie per risolverlo?
«È un tema che richiede un approccio complessivo. Se alcune scuole restano deserte non è per “mancanza di vocazioni”, ma per criticità strutturali: carichi di lavoro eccessivi, condizioni contrattuali poco competitive, scarse prospettive di carriera. Occorre intervenire su questi fattori per restituire dignità e riconoscimento a tutte le professioni mediche. Solo così potremo garantire una formazione di qualità per gli specializzandi di oggi, che avranno in mano la salute di tutti noi domani».
Un’ultima domanda: quale sarà il contributo dell’Università di Catania e dell’Istituto Superiore di Sanità a questo percorso?
«Entrambe le istituzioni giocano un ruolo chiave. Il nostro Ateneo ha una lunga tradizione di innovazione nella didattica medica, mentre l’Istituto Superiore di Sanità rappresenta la massima espressione della ricerca sanitaria nazionale. In sinergia con il Ministero dell’Università, lavoreremo per individuare soluzioni concrete e condivise, capaci di migliorare in modo strutturale gli standard formativi e la qualità della nostra medicina».

Il docente Antonio Mistretta