Salute mentale: il “diritto a stare bene”

In Italia cresce la domanda di supporto psicologico, ma l'accesso resta difficile. La proposta di legge «Diritto a stare bene» vuole trasformare il benessere psicologico in un diritto garantito dal Servizio sanitario nazionale. Ne parliamo con Santo Di Nuovo, emerito di Psicologia generale a Unict e tra i promotori dell’iniziativa

Chiara Racalbuto

La salute mentale, in Italia, non è più soltanto una questione privata. Per anni il disagio psicologico è stato vissuto in silenzio, come un peso da sopportare e nascondere. Una condizione spesso considerata normale, accettata per paura: di essere giudicati, derisi, etichettati come pazzi, instabili o disadattati. O mortificati da una frase che molti hanno sentito almeno una volta nella vita: «C'è chi sta peggio, di che ti lamenti?».

Eppure il dolore non si misura per confronto. Quella frase non coglie il disagio di chi, pur conducendo una vita apparentemente perfetta, fatica ad alzarsi dal letto al mattino. Di chi si rifugia in bagno mentre un attacco di panico gli toglie il respiro. Di chi non riesce più a trovare un senso alle proprie giornate, intrappolato in un buio che sembra non finire mai.

Oggi, però, il tema della salute mentale ha smesso di essere confinato alla sfera individuale: è un bene pubblico che riguarda l’intera società, perché determina la capacità delle persone di studiare, lavorare, creare legami, contribuire alla collettività, senza contare il peso crescente delle malattie mentali sul Sistema Sanitario Nazionale.

Secondo l’ultimo Rapporto sulla Salute Mentale del Ministero della Salute, nel 2024 sono stati oltre 636 mila gli accessi al pronto soccorso per motivi psichiatrici, pari al 3,3% del totale. 

I nuovi utenti dei servizi di salute mentale sono stati 272.497, il 95% dei quali al primo contatto. Nello stesso anno sono state prescritte quasi 39 milioni di confezioni di antidepressivi e i servizi territoriali hanno erogato oltre 10 milioni di prestazioni.

Numeri che restituiscono la dimensione della domanda di assistenza psicologica e psichiatrica nel Paese, con depressione e disturbi d'ansia tra le problematiche più frequentemente riscontrate.

Non tutti, però, riescono ad accedere a un supporto adeguato. Le liste d'attesa nei servizi pubblici possono essere molto lunghe e il Bonus Psicologo, pur rappresentando un aiuto importante, non riesce a soddisfare tutte le richieste. Chi sceglie di rivolgersi al settore privato, invece, deve confrontarsi con costi elevati che spesso non è in grado di sostenere.

In questo contesto si inserisce la proposta di legge di iniziativa popolare Diritto a stare bene, che punta a istituire una Rete Psicologica Nazionale per garantire un accesso più diffuso e uniforme ai servizi psicologici pubblici su tutto il territorio italiano, integrata nel Servizio Sanitario Nazionale. 

L'obiettivo dichiarato è rafforzare la prevenzione e la promozione del benessere psicologico, superando una logica basata esclusivamente sulla gestione delle emergenze e del disagio già conclamato, attraverso una rete pubblica di servizi psicologici gratuita e integrata nel territorio, con psicologi presenti stabilmente in ospedali, scuole, università, luoghi di lavoro e comunità locali.

La proposta, promossa dall’associazione PUBBLICA – Dritti ai Diritti, è stata depositata in Senato e ha raccolto oltre 70mila firme: un dato che testimonia l'ampia partecipazione raccolta dall'iniziativa.

Ne abbiamo parlato con il prof. Santo Di Nuovo, professore emerito di Psicologia generale all’Università di Catania e componente del Comitato scientifico dell’Associazione.

Il prof. Santo Di Nuovo

Il prof. Santo Di Nuovo

Professore, la vostra campagna ha ottenuto un riscontro significativo già prima della presentazione pubblica della proposta. Come si è sviluppata la mobilitazione?

«Quando abbiamo presentato la proposta al pubblico avevamo già raccolto circa 70 mila firme, raggiunte con facilità grazie a una forte mobilitazione. La partecipazione è stata molto ampia, con tantissimi giovani e anche persone anziane, che spesso sono proprio quelle che più sentono il bisogno di questi servizi. La campagna è stata portata avanti in modo molto capillare, anche grazie al lavoro di un giornalista, Francesco Maesano, che ha coordinato una sorta di agenzia di supporto organizzativo. In questo percorso sono stati coinvolti parlamentari di vari schieramenti e ci sono stati diversi incontri istituzionali».

Al cuore della proposta c'è una visione della salute diversa da quella tradizionale. Da quale concezione si parte?

«La proposta di legge ruota attorno al diritto a stare bene. Il punto di partenza è un cambiamento di paradigma: l'Organizzazione Mondiale della Sanità già da tempo non definisce più la salute come semplice assenza di malattia, ma come condizione attiva di benessere. 

In questo senso si inserisce il modello One Health, secondo cui salute mentale e salute fisica non sono separate, ma parte di un unico sistema che include anche il contesto sociale. Corpo e mente non sono due entità distinte: il cervello è parte del corpo e funziona in relazione all'ambiente in cui la persona vive».

Cosa comporta, in pratica, questo approccio? Le politiche sanitarie attuali lo recepiscono davvero?

«Non si può più pensare di curare solo il corpo trascurando la dimensione psicologica o sociale. Anche i piani nazionali per la salute mentale insistono sulla prevenzione, non solo sulla cura della malattia. Ma nella pratica la prevenzione resta debole. Si interviene spesso solo quando la patologia è già presente, mentre dovrebbe esistere un lavoro educativo continuo, fin dall'infanzia. Stare bene non significa semplicemente non essere depressi, ma avere una vita soddisfacente. Il problema è che la prevenzione richiede investimenti, e spesso non viene considerata prioritaria».

Qual è la situazione reale che le persone si trovano ad affrontare quando hanno bisogno di supporto psicologico?

«Il sistema non riesce a garantire una risposta adeguata. Le liste d'attesa sono un esempio evidente: anche le cure ordinarie diventano difficili da ottenere e molti sono costretti a rivolgersi al privato, pagando di tasca propria, mentre il pubblico non risponde in tempi adeguati».

Il Bonus Psicologo è stato uno strumento efficace o ha mostrato i limiti di un approccio emergenziale?

«La proposta di legge interviene proprio su questo punto: creare una rete stabile, integrata e pubblica. Stabile significa non legata a progetti temporanei o bonus occasionali, come quello psicologico introdotto durante il Covid, che ha avuto risorse insufficienti e una copertura limitata. A fronte di migliaia di richieste, solo una piccola parte ha potuto accedere al servizio. Inoltre, la distribuzione non sempre segue i criteri di priorità clinica, ma spesso dinamiche casuali o di accesso».

Cosa significa concretamente "integrazione" e qual è la situazione attuale?

«La rete proposta dovrebbe essere integrata, cioè capace di mettere in comunicazione psicologi, medici di base, pediatri, consultori e servizi territoriali. Oggi questi ambiti lavorano spesso in modo separato e non coordinato. Il risultato è una frammentazione che riduce l'efficacia complessiva del sistema».

La scuola è un terreno su cui la proposta interviene con forza. Qual è oggi il livello di copertura psicologica negli istituti scolastici e cosa cambierebbe con il modello che proponete?

«Non avrebbe senso uno psicologo per ogni istituto, ma piuttosto centri di psicologia scolastica che seguano gruppi di scuole, con funzioni di prevenzione, supporto e intervento precoce. Attualmente gli interventi sono spesso frammentati in progetti isolati, senza continuità e senza una rete stabile. Anche la neuropsichiatria infantile interviene in modo limitato e soprattutto diagnostico, senza un accompagnamento costante. 

Questo produce un vuoto soprattutto nella prevenzione dei disturbi dell'età evolutiva, come difficoltà di apprendimento, autismo o iperattività, che spesso vengono intercettati troppo tardi. In tutta Italia il numero di psicologi pubblici è molto basso rispetto ai bisogni reali».

E l'università?

«Nell'università esistono esempi interessanti di servizi strutturati. Durante il Covid è stato attivato un servizio di counseling psicologico che ha ricevuto centinaia di richieste in pochi giorni, dimostrando un bisogno enorme. Successivamente sono stati sviluppati progetti più strutturati, anche grazie al PNRR, come programmi di promozione del benessere studentesco con attività psicologiche, fisiche e di mindfulness.

Tuttavia, questi servizi sono spesso legati a finanziamenti temporanei e non stabilizzati. Inoltre, riguardano principalmente gli studenti, mentre personale docente e tecnico-amministrativo resta spesso escluso o meno coperto. L'università potrebbe invece diventare un vero hub territoriale, collegata ai servizi sanitari e sociali, attraverso la psicologia di comunità, già diffusa a livello europeo». 

Quale contributo concreto potrebbero offrire gli atenei all'interno della rete psicologica nazionale?

«Attraverso la collaborazione con le Scuole di Specializzazione, il Servizio Sanitario Nazionale, il Terzo Settore e gli enti territoriali, gli atenei possono favorire percorsi formativi strettamente collegati alle esigenze concrete delle comunità. 

Inoltre, l’Università può affermarsi come centro di innovazione, ricerca applicata e sviluppo di nuove progettualità, contribuendo a rinnovare le modalità di intervento e a rafforzare il ruolo della psicologia come ponte tra conoscenza scientifica, cultura e giustizia sociale».

Il mondo del lavoro, con il suo crescente carico di stress e disagio, trova spazio in questa visione?

«Un punto centrale riguarda proprio la cultura della prevenzione in ambito sociale e lavorativo. Oggi lo stress lavoro-correlato viene spesso gestito in modo burocratico, senza interventi reali di supporto psicologico. Servirebbero presidi stabili anche nei luoghi di lavoro».

Il periodo post-Covid ha portato alla luce nuove forme di disagio, soprattutto tra i giovani. Come leggete questo fenomeno?

«In parte si tratta di un aumento reale, legato anche a nuove forme di dipendenza e disagio digitale: uso compulsivo di smartphone, social network, dipendenze comportamentali. In parte però è legato a una maggiore visibilità di problemi che esistevano già. 

Certo il contesto digitale ha modificato profondamente i comportamenti, soprattutto nei giovani: bullismo online, esposizione continua al giudizio, dinamiche di confronto sociale più intense. Anche fenomeni estremi come femminicidi o atti violenti vengono letti dentro questa trasformazione culturale, dove la gestione delle emozioni e dei conflitti è più fragile».

Di fronte a questi fenomeni, il dibattito pubblico tende spesso a rispondere con misure di controllo e repressione. La vostra proposta suggerisce invece una lettura diversa?

«La risposta basata solo su strumenti punitivi o di sorveglianza, come braccialetti elettronici, è insufficiente. La prospettiva della pena, inoltre, non è un deterrente sufficiente. La sicurezza reale nasce dalla prevenzione, dal benessere psicologico e dalla capacità delle persone di regolare le proprie emozioni e relazioni».

Stiamo diventando una società meno capace di accogliere la vulnerabilità?

«Oggi prevale un modello che impone forza e prestazione, mentre la fragilità viene nascosta. In passato esistevano reti sociali più forti — famiglia, parrocchie, comunità locali — oggi molto ridotte. Ne deriva un individualismo più marcato, in cui la debolezza viene marginalizzata. Questo produce effetti distorsivi anche a livello sociale e politico».

Costruire una rete psicologica nazionale ha un costo. Di che cifre parliamo?

«La proposta prevede un investimento di poco inferiore ai 3 miliardi e mezzo di euro. Una cifra importante, ma va messa in relazione con i costi del non intervenire: disoccupazione, dispersione scolastica, cronicizzazione, malattia fisica associata. Il solo costo sociale della salute mentale trascurata supera di gran lunga quello di una rete strutturata di prevenzione. Inoltre, la proposta prevede la possibilità di integrare fondi statali con risorse europee — Next Generation EU, il Fondo Sociale Europeo, il Programma Salute UE — il che rende il modello ancora più sostenibile».

Senza risorse adeguate, quanto rischia di restare sulla carta questa proposta?

«È il nodo centrale. Senza un finanziamento strutturale e stabile, tutto rischia di restare dichiarativo. La vera scommessa politica è decidere se investire davvero sul benessere delle persone, e quindi sulla stabilità della società. Una società in cui le persone stanno meglio è anche una società più coesa e meno violenta. La prevenzione non è una spesa: è un investimento sul futuro del Paese».

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