Salute per tutti, diritto di tutti

Intervista alla prof.ssa Chiara Giorgi, autrice del volume “Storia della sanità in Italia dal dopoguerra ad oggi" (Laterza), ospite di un incontro promosso dal TeSA al Monastero dei Benedettini

Mariano Campo

Formidabili, davvero, quegli anni! Tra il 1970 e l’inizio degli spesso vituperati anni Ottanta, l’Italia attraversa una stagione di trasformazioni profonde: dallo Statuto dei lavoratori alla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, dalla riforma dell’assistenza psichiatrica che sancisce la chiusura dei manicomi, fino al 1978, quando nasce il Servizio sanitario nazionale.

Ridurre quel periodo al terrorismo e alle trame oscure dei servizi segreti significa perderne una parte essenziale. Come sottolinea Chiara Giorgi, professoressa associata di Storia contemporanea alla Sapienza Università di Roma e autrice di Salute per tutti. Storia della sanità in Italia dal dopoguerra a oggi (Laterza), furono anche gli anni in cui prese forma un sistema sanitario universale e gratuito, tra i più avanzati al mondo.

Una svolta decisiva, che incise in profondità sul confronto politico, sugli assetti istituzionali e sul dibattito scientifico, aprendo la strada a riforme e visioni innovative capaci di rispondere a bisogni emergenti: dalla salute mentale alla tutela della salute delle donne, fino a una nuova idea di cura come diritto collettivo.

La docente è stata ospite del Centro Studi Interdipartimentale Territorio-Sviluppo-Ambiente (TeSA) in occasione dell’incontro Sanità e territorio: storia, attualità, prospettive, svoltosi mercoledì 6 maggio al Coro di Notte “Magnano San Lio”, nel suggestivo scenario del Monastero dei Benedettini. Ad aprire i lavori sono stati la direttrice del TeSA Melania Nucifora, la delegata d’Ateneo alla Terza Missione Margherita Ferrante e i docenti Francesco Martinico (Di3A – TeSA) e Gea Marzia Oliveri Conti (DGFI – TeSA), con la moderazione della prof.ssa Marisa Meli (Dipartimento di Giurisprudenza – TeSA).

Nel suo intervento, la prof.ssa Chiara Giorgi ha accompagnato il pubblico in una riflessione sulle trasformazioni che hanno segnato l’origine e l’evoluzione del Servizio sanitario nazionale, offrendo una lettura chiara e articolata dei temi al centro del suo studio. 

«Il Servizio sanitario nazionale – ha ricordato l’autrice – nasce anche dalla qualità e dalla forza dei conflitti degli anni Settanta: un decennio in cui istanze diverse seppero convergere in un progetto comune, dando vita a uno dei pilastri della giustizia sociale nel nostro Paese. Fu un’alleanza ampia, costruita da soggetti politici e sociali differenti, uniti da un obiettivo condiviso: garantire concretamente il diritto alla salute. È proprio il Ssn, infatti, lo strumento che ha reso e continua a rendere effettivo quel diritto universale e fondamentale sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Le grandi mobilitazioni di quegli anni – dal movimento operaio a quello studentesco, dal femminismo ai movimenti delle donne, fino alla partecipazione attiva di tanti cittadini – hanno contribuito a definirne i principi fondanti, ancora oggi essenziali e irrinunciabili».

«L’aspetto più rilevante – sottolinea Giorgi - resta senza dubbio l’universalità: il Servizio Sanitario Nazionale è aperto a tutti, senza distinzioni. L’accesso alle cure è garantito a chiunque, non solo ai cittadini, ma a ogni essere umano, nel senso più ampio del termine. È un principio che trova le sue radici nella Costituzione italiana, dove si afferma che la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività. Una visione che tiene insieme, in modo equilibrato, la dimensione personale e quella sociale della salute».

melania Nucifora, Marisa Meli e Chiara Giorgi

In foto da sinistra Melania Nucifora, Marisa Meli e Chiara Giorgi

La visione dei servizi pubblici, del modello di cura, delle relazioni tra medico e paziente comincia però a mutare negli anni Ottanta, secondo un orientamento internazionale che ha messo in discussione l’universalismo del diritto alla salute, favorendo logiche di mercato e privatizzazioni

«Il Servizio Sanitario Nazionale ha rappresentato una svolta decisiva: ha ridotto profonde disuguaglianze sociali ereditate dal precedente sistema mutualistico, corporativo e contributivo — un impianto risalente anche all’epoca fascista — e ha contribuito a colmare importanti divari territoriali. Eppure, tra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, il contesto internazionale cambia radicalmente: si affermano le politiche neoliberali e prende forma una vera inversione di rotta. Lo Stato sociale viene progressivamente ridimensionato, la spesa pubblica ricalibrata e, inevitabilmente, anche il finanziamento della sanità subisce una contrazione».

«Da quel momento in poi assistiamo a una progressiva espansione delle logiche di mercato in ambiti che, per loro natura, appartenevano alla sfera del welfare pubblico – sostiene la prof.ssa Giorgi -. Servizi un tempo garantiti dallo Stato vengono sempre più esternalizzati e affidati a soggetti privati; allo stesso tempo, il diritto alla salute rischia di trasformarsi in una prestazione acquistabile, accessibile soprattutto a chi può permettersela. Ne deriva una visione che tende a essere insieme più individualista e selettiva». 

«La riforma del 1992 segna un passaggio cruciale: introduce logiche di mercato e modelli manageriali nel Servizio Sanitario Nazionale, avvia l’aziendalizzazione e rafforza un regionalismo sempre più differenziato e competitivo, aprendo anche alla partecipazione del privato - ha aggiunto -. Nel 1999, con la riforma promossa dalla ministra Rosi Bindi, si tenta di recuperare l’impianto universalistico e unitario del sistema. Tuttavia, dall’inizio del nuovo secolo, una serie di scelte politiche, insieme a cambiamenti istituzionali — come la riforma del Titolo V — e a crisi economiche rilevanti, contribuiscono a ridimensionare progressivamente la sanità pubblica, favorendo al contempo l’espansione dei processi di privatizzazione. Il risultato è un Servizio Sanitario Nazionale sempre più sotto pressione e distante dalla sua originaria vocazione universalistica».

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro

La pandemia di Covid-19 nel 2020 ha reso visibili in modo drammatico le fratture già presenti nel sistema sanitario: non solo tra regione e regione, ma tra città e aree interne, tra centri e periferie. Riemergono prepotentemente squilibri strutturali mai davvero risolti. «Uno dei nodi più critici alla base delle lunghe liste d’attesa – ha aggiunto - è la carenza di personale sanitario, un problema che non riguarda solo i numeri, ma anche la qualità della valorizzazione professionale. Medici e infermieri continuano a scontare stipendi poco competitivi e un riconoscimento spesso insufficiente rispetto alle responsabilità che ricoprono».

A questa situazione ha contribuito in modo determinante, secondo la studiosa, l’introduzione, a partire dal 2005, dei tetti di spesa e dei blocchi alle assunzioni: misure che, di fatto, non sono mai state superate del tutto e che hanno progressivamente indebolito il sistema: «Nel tempo, inoltre, le scelte legate alla distribuzione delle risorse del Fondo Sanitario Nazionale hanno accentuato gli squilibri territoriali, penalizzando in particolare le regioni del Mezzogiorno e favorendo quelle del Nord. Il risultato è stato un impatto profondo sui principi fondanti del Ssn: l’universalità del diritto alla salute, l’equità e l’accessibilità alle cure risultano oggi sempre più fragili, mentre crescono le disuguaglianze tra territori».

«Il pericolo – ha concluso - è quello di una sanità pubblica sempre più fragile, gravata dalle prestazioni più onerose, affiancata da un secondo pilastro privato accessibile soltanto a chi può permetterselo o a chi rientra nei circuiti del welfare aziendale. Eppure questa deriva non è inevitabile. Può essere fermata tornando ai principi che hanno fondato il nostro Servizio Sanitario Nazionale: un investimento adeguato nelle risorse pubbliche e una nuova stagione di partecipazione e mobilitazione collettiva, capace di coinvolgere l’intera società. Perché la salute non può essere un privilegio. O è un diritto garantito a tutte e tutti, oppure smette di esserlo. La lezione del Covid lo ha reso evidente: la salute non è una merce, ma un bene comune».

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