Scienza, resilienza e convivialità: quando la Sicilia diventa laboratorio del futuro

Dalla gestione dell'acqua alla protezione delle coste, 24 studenti di MIT, Sapienza e Unict lavorano insieme sulle sfide del cambiamento climatico e scoprono che imparare significa anche cucinare insieme

Mariano Campo (foto di Alfio Russo)

«Ho scoperto l'entroterra siciliano. Non c'ero mai stato prima di questa esperienza e quello che ho visto mi ha colpito profondamente. Ho capito con i miei occhi cosa significhi davvero la siccità. Non è un concetto astratto: è una realtà urgente, che va affrontata senza indugi». Per Manuel Fantoni, 24 anni, studente di Ingegneria ambientale alla Sapienza Università di Roma, la seconda edizione della MIT-UNICT Summer School 2026 Climate Resilient Solutions for Sicily è stata anzitutto un'esperienza di consapevolezza. 

Ma anche per Marco Ardore, suo coetaneo e studente della laurea magistrale in Chemical Engineering for Industrial Sustainability dell'Università di Catania, questi giorni trascorsi tra Ortigia e Catania, dal 15 al 26 giugno, hanno lasciato un segno profondo. «Ciò che mi porto dentro è soprattutto il concetto di resilienza», racconta Ardore. «Non come semplice capacità di resistere alle difficoltà, ma come attitudine ad adattarsi, riconoscere le proprie fragilità e trasformarle in opportunità di crescita. È un principio che vale nella scienza come nella vita, e questa Scuola mi ha fatto capire quanto sia centrale in tutto ciò che facciamo».

Li abbiamo incontrati nella giornata conclusiva della Summer School, co-organizzata dal Dipartimento di Ingegneria civile e Architettura (DICAr) dell'Università di Catania e dal Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, pochi minuti prima delle project presentations finali davanti al corpo docente coordinato dalla prof.ssa Rosaria Ester Musumeci e dal prof. Andrew Whittle. Tra l'emozione della presentazione imminente e la soddisfazione per il percorso compiuto, hanno raccontato ciò che questa esperienza ha rappresentato, sul piano della formazione ma anche della crescita personale.

L'obiettivo della Summer School è formare una nuova generazione di tecnici e ricercatori capaci di progettare soluzioni resilienti e sostenibili per i territori più esposti agli effetti del cambiamento climatico. Per questo motivo i 24 partecipanti — nove studenti del MIT, otto dell'Università di Catania e sette della Sapienza — hanno preso parte a un intenso programma di workshop interattivi, attività pratiche ed escursioni sul campo, lavorando insieme allo sviluppo di soluzioni concrete basate sull'analisi di casi reali e delle più recenti evidenze scientifiche.

In foto Marco Ardore

Marco Ardore

Le sfide affrontate hanno riguardato alcuni dei temi più urgenti per il futuro della Sicilia e del Mediterraneo: la gestione dei sistemi idrici e delle grandi infrastrutture, l'innovazione nella produzione alimentare ispirata ai processi della natura e la protezione delle aree costiere dall'erosione e dalle inondazioni.

I progetti sviluppati dai gruppi di lavoro – del ‘contingente’ italiano hanno fatto parte anche Isabelle Adorisio, Miriam Cavallaro, Gianluca Cirillo, Livia Coppola, Letizia D'Amico, Giada Daniele, Federica Fagone, Matteo Gallo, Salvatore Pace, Alfio Gabriele Riolo, Rosario Russo, Anna Chiara Tatto e Francesco Zingali - affrontano questi temi da prospettive complementari. 

Un primo filone è dedicato alla gestione sostenibile delle risorse idriche, attraverso la valutazione di nuovi siti di accumulo nelle pianure alluvionali costiere, il potenziamento del sistema idrico Salso-Simeto mediante il completamento della derivazione Martello e lo sviluppo di strategie innovative per il recupero degli invasi compromessi dalla sedimentazione. 

Un secondo ambito riguarda l'innovazione in agricoltura, con lo studio di rivestimenti per sementi in grado di migliorare la germinazione, la protezione delle colture e l'efficienza produttiva. Il terzo filone è invece dedicato alla tutela delle aree costiere, con il progetto Re-Naxos, che propone soluzioni resilienti per contrastare l'erosione e rafforzare la capacità di adattamento del litorale di Giardini Naxos agli effetti del cambiamento climatico.

Due settimane di studio e lavoro intenso, dunque, ma anche un'esperienza capace di cambiare lo sguardo dei partecipanti. Perché comprendere il cambiamento climatico non significa soltanto analizzarne i dati o sviluppare nuove tecnologie: significa osservare da vicino gli effetti che produce sui territori e sulle comunità, trasformando la conoscenza in responsabilità e in azione.

«È stato un mio professore della Sapienza a segnalarmi questa opportunità – racconta Manuel Fantoni –. All'inizio ho cercato di capire, in generale, cosa potesse offrire un'esperienza di questo tipo; poi ho approfondito i contenuti del programma e, alla fine, ho deciso di mettermi in gioco. Posso dire che è stata una delle scelte migliori che abbia mai fatto. Il percorso che sto seguendo a Roma è un corso di laurea in Ingegneria ambientale in lingua inglese, focalizzato proprio sulle climate solutions, cioè sulle risposte concrete alle sfide poste dal cambiamento climatico. Per questo non avrei potuto trovare un contesto più coerente con i miei studi e con le mie aspirazioni. Ho apprezzato molto anche l'organizzazione, solida e ben strutturata, e la qualità dei seminari, che hanno affrontato il tema della sostenibilità da molteplici prospettive, offrendo ciascuno spunti di riflessione originali e stimolanti».

In foto Manuel Fantoni e Matteo Gallo

Nella foto Manuel Fantoni e il collega Matteo Gallo

«La sorpresa più bella, però, è stata il gruppo – conclude -. In appena due settimane, tra noi studenti di Roma, quelli di Catania e Siracusa e i colleghi americani si è creata un'intesa spontanea e autentica. Ci siamo divertiti, siamo stati bene insieme e abbiamo costruito uno scambio umano e culturale davvero raro, mettendo a confronto culture diverse – americana, siciliana e centro-italiana – ma anche differenti approcci universitari, metodi di studio e punti di vista che si sono arricchiti reciprocamente. Da quella sintonia sono nate esperienze e relazioni che porterò con me ben oltre la conclusione del programma».

«Anch’io sono sempre alla ricerca di occasioni che mi permettano di viaggiare e di confrontarmi con persone provenienti da ogni parte del mondo», racconta Marco Ardore. «È stata proprio questa curiosità a spingermi a esplorare il sito dell'Ateneo, dove mi sono imbattuto nel bando. Ho deciso di mettermi in gioco e, con grande soddisfazione, sono riuscito a conquistare un posto alla Summer School, un'opportunità perfettamente coerente con il mio percorso di studi». 

«Credo che oggi la sostenibilità non sia più una semplice scelta, ma una necessità imprescindibile – osserva lo studente catanese -. Ogni processo produttivo deve misurarsi con il proprio impatto sull'ambiente, dalle emissioni agli sprechi, fino alle inefficienze. Per questo è fondamentale acquisire gli strumenti necessari per analizzare questi aspetti, intervenire in modo efficace e rendere i processi realmente sostenibili nel lungo periodo. È un tema che mi coinvolge profondamente, sia come studente sia come cittadino. L'esperienza alla Summer School è andata ben oltre l'arricchimento scientifico. Mi ha dato l'opportunità di osservare da vicino il lavoro in un contesto di eccellenza internazionale, di confrontarmi con un approccio diverso nell'affrontare i problemi e di imparare a collaborare in modo più aperto e creativo. Lavorare a un progetto insieme a persone con background culturali e accademici così diversi è stato, di per sé, uno degli insegnamenti più preziosi che porterò con me».

I docenti della Summer School insieme con il rettore Enrico Foti

I docenti della Summer School insieme con il rettore Enrico Foti

POV: da Boston a Catania

Abbiamo inoltre raccolto le impressioni di tre studentesse del Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston, che anche quest'anno si è confermato ai vertici dei più autorevoli ranking universitari internazionali. Grazie al programma MISTI (MIT International Science and Technology Initiatives) Italy, che promuove la collaborazione scientifica tra il MIT e i partner italiani, l'ateneo statunitense ha rinnovato la propria fiducia nell'iniziativa dell'Università di Catania, inviando un gruppo di proprie allieve.

Emily Hsu, 19 anni, frequenta Ingegneria civile e Architettura; Fernanda Guerrero Gallegos, 20 anni, studia Ingegneria meccanica; Hannah Gally (19) è invece iscritta a Scienza dei materiali. Insieme a loro hanno preso parte al progetto anche Lydia Birknes, Kiara Figueras, Rheanna Robinson, Kareena Shah, Emily Wu e Nicolette Xydas.

Le tre allieve bostoniane raccontano di aver apprezzato soprattutto l'opportunità di confrontarsi con problemi concreti, contribuendo allo sviluppo di soluzioni capaci di avere un impatto reale sulle sfide poste dal cambiamento climatico, un'esperienza che considerano particolarmente formativa sia sul piano scientifico sia su quello umano.

«Volevo assolutamente fare un'esperienza all'estero – racconta Emily -, e il programma Misti si è rivelato l'occasione giusta: la mia formazione di base è in architettura, ma mi sto specializzando sempre più nell'ingegneria civile. Sono ambiti correlati, e ciò che mi ha davvero colpito è il modo in cui questa scuola integra i temi del cambiamento climatico all'interno dei progetti di ingegneria civile». 

In foto Emily Hsu

Emily Hsu

«È stata un'esperienza davvero significativa, sia sul piano professionale che su quello personale – osserva Fernanda -. Poter interagire con professori provenienti dalle Università di Roma e di Catania mi ha permesso di arricchire enormemente le mie conoscenze: ho vissuto in prima persona quella che mi piace chiamare una vera e propria trasmissione del sapere. Altrettanto prezioso è stato il confronto con gli altri studenti: venivamo da background molto diversi, e proprio questa diversità ha reso gli scambi stimolanti e arricchenti. E poi c'è stata la Sicilia — nessuno di noi c'era mai stato prima — e anche l'incontro con una cultura così nuova ha lasciato il segno. Per tutto questo sono profondamente grata sia al MIT che all'Università etnea».

«Quello che mi ha colpito di più di questa esperienza è sicuramente la qualità delle interazioni: con gli altri studenti, ma anche con docenti e ricercatori attivi sul territorio – ammette Hannah -. Il nostro progetto ha esplorato un'alternativa ai fertilizzanti agricoli tradizionali: abbiamo lavorato sulla possibilità di creare un rivestimento protettivo attorno ai semi nelle primissime fasi della loro vita, prima ancora della germinazione. Abbiamo combinato dati già disponibili con la sperimentazione di diversi composti chimici utilizzati come coating, monitorando le performance delle piante in termini di percentuali di crescita e di germinazione. In questo senso, mi è giovata molto la dimensione interdisciplinare del lavoro: collaborare con esperti biologi mi ha spinto fuori dalla mia zona di comfort, solitamente centrata sullo studio dei materiali, aprendomi a un dialogo inaspettato con un campo di studi completamente diverso».

In foto Hannah Gally

Hannah Gally 

«Ma c'è un altro aspetto che voglio assolutamente portare con me, e che considero quasi una rivelazione culturale – prosegue la giovane statunitense -: la dimensione comunitaria della vita tra studenti. Vengo da un contesto americano tendenzialmente più competitivo, e sono rimasta colpita dalla naturalezza con cui qui ci si ritrova a cucinare insieme, a condividere momenti sociali, a costruire legami autentici al di là dello studio. È un valore che voglio davvero portarmi a casa».

«Sul piano personale – aggiunge Emily -, l'esperienza italiana mi ha offerto qualcosa di inaspettato: un ritmo diverso. Nella società americana c'è sempre un po' di fretta, anche durante il pranzo. Qui invece i momenti di convivialità si dilatano, le conversazioni respirano. Poter parlare con le persone con calma, sedersi a tavola senza guardare l'orologio, è stata una delle differenze più belle rispetto alla cultura in cui sono cresciuta. E poi c'è la dimensione dello scambio linguistico: interagire con chi non parla inglese come lingua madre ha reso tutto più ricco, più autentico. Un incontro culturale vero».

Fernanda dedica invece l’ultimo giudizio a una docente in particolare: «Tutte le lecture dei professori mi hanno colpita, ma quella di Paola Malanotte è stata qualcosa di speciale. Come oceanografa del MIT, ha ripercorso la sua carriera mostrandoci le collaborazioni con grandi scienziati e i traguardi raggiunti nel corso degli anni. Ciò che mi ha toccato di più, però, non è stato solo il valore scientifico del suo racconto, ma la passione autentica che traspariva in ogni sua parola — e l'affetto profondo per le persone con cui ha lavorato nel tempo. Mi porto a casa tante conoscenze nuove, certo, ma soprattutto un insegnamento che va oltre la scienza: quanto sia importante amare ciò che si fa».

In foto Fernanda Guerrero Gallegos

Fernanda Guerrero Gallegos

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