A Scuola dall’indagatore dei misteri

Al Teatro Sangiorgi di Catania un appassionante talk divulgativo del giornalista e scrittore Massimo Polidoro sull’affidabilità delle percezioni umane: «Siamo tutti esposti a trappole cognitive, meglio rallentare ed evitare reazioni immediate»

Mariano Campo (foto di Enza Pappalardo)

«Se qualcosa è troppo bella per essere vera, quasi sempre non è vera». Da questo principio semplice quanto potente ha preso avvio il percorso proposto dal giornalista e divulgatore scientifico Massimo Polidoro, al pubblico del Teatro Sangiorgi di Catania, nell’incontro proposto dal ciclo “Supertalks” della Scuola Superiore di Catania.

Muovendosi tra riferimenti che spaziano da Einstein e Galileo fino a Sherlock Holmes, e affiancato idealmente da “mentori” come l’illusionista James Randi e Piero Angela, che hanno profondamente influenzato la sua formazione e la sua successiva carriera, Polidoro ha guidato il pubblico dentro la scienza dell’incredibile. Un viaggio pensato per comprendere perché, anche persone colte, intelligenti e attente, possano talvolta lasciarsi convincere da fenomeni paranormali, presunte magie o teorie del complotto, arrivando invece a mettere in dubbio fatti scientificamente accertati.

Già segretario nazionale del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, fondato dallo stesso Angela, Polidoro ha costruito un racconto avvincente fatto di illusioni, percezione ed errori cognitivi, mostrando come siano spesso i nostri stessi sensi — e il modo in cui il cervello interpreta la realtà — a condurci fuori strada. «Un tema che intreccia antropologia, sociologia e psicologia, oltre che la scienza — ha sottolineato il prof. Gianluca Giustolisi introducendo l’incontro — perché da sempre l’uomo sente il bisogno di aggrapparsi a qualcosa di esterno per trovare conferme nella propria quotidianità».

Ida Nicotra

In foto un momento dell'intervento della prof.ssa Ida Nicotra

Analogamente la presidente della Scuola Superiore di Catania, Ida Nicotra, ha evidenziato come Polidoro — attraverso le sue numerose pubblicazioni e le varie attività di divulgazione sul pensiero critico e l’analisi dei fenomeni misteriosi, dallo spiritismo al paranormale, dall’occulto alle leggende metropolitane  — rappresenti una voce autorevole per orientarsi nel complesso rapporto tra scienza e credenze: «Un contributo prezioso e sorprendente – ha detto la prof.ssa Nicotra -, capace di stimolare riflessioni profonde sul funzionamento della mente umana e sulla sorprendente facilità con cui anche le persone più razionali possono essere tratte in inganno».

«Quanto possiamo davvero fidarci di ciò che vediamo, ascoltiamo o percepiamo a prima impressione?» ha domandato l’“indagatore dei misteri” con voce pacata, ma penetrante. La risposta, tutt’altro che rassicurante, e suffragata da due divertenti test proposti al pubblico in sala, impone cautela: mette in discussione perfino l’attendibilità delle testimonianze oculari e smonta il mito del multitasking: «Talvolta guardiamo, ma non vediamo», come rimproverava l’infallibile Holmes al fido ma sprovveduto Watson. I nostri sensi, infatti, non sono infallibili — possono ingannarci, e possono divenire terreno fertile per le ‘manipolazioni’ di astrologi, indovini, guaritori, teorici del complotto e simili. Ed è un limite universale, che riguarda tutti, a prescindere dal livello di istruzione o dalle convinzioni personali. 

«Affermazioni straordinarie richiedono prove altrettanto straordinarie», ha ricordato Polidoro, richiamando il valore imprescindibile del metodo scientifico che, da Galilei («dubitando ad veritatem pervenimus») a oggi, resta un punto di riferimento insuperato. «Per compiere nuove scoperte dobbiamo mantenere la mente aperta, sì — ha messo in guardia - ma non al punto da farci cadere il cervello per terra».

Un momento dell'intervento di Massimo Polidoro

Un momento dell'intervento di Massimo Polidoro

Nel suo intervento lei sostiene che credere a fenomeni paranormali o a teorie del complotto non sia solo una questione di scarsa informazione o cultura: quali sono, dal punto di vista psicologico, i principali meccanismi che portano anche persone istruite e razionali ad essere ingannati?

«Il punto di partenza è semplice: il cervello dell’Homo sapiens non si è evoluto per cercare la verità, ma per garantire la sopravvivenza. Nel corso dell’evoluzione abbiamo quindi sviluppato scorciatoie mentali che ci permettono di arrivare rapidamente a una conclusione, soprattutto quando le informazioni sono incomplete. In un contesto ancestrale questo rappresentava un vantaggio decisivo: era più utile presumere la presenza di un pericolo dietro un cespuglio che fermarsi ad analizzare con calma la situazione. Un errore per eccesso di cautela poteva salvare la vita; uno per difetto, comprometterla. Oggi, però, quelle stesse scorciatoie — i “pensieri veloci” definiti da Daniel Kahneman, più intuitivi e meno impegnativi rispetto ai “pensieri lenti” — possono trasformarsi in vere e proprie trappole cognitive. Il nostro cervello è rimasto, in sostanza, quello dei nostri antenati di 20 o 50 mila anni fa, ma si trova a operare in un ambiente radicalmente diverso: più complesso, più rapido, e soprattutto saturo di informazioni. In questo scenario, tali meccanismi possono essere facilmente sfruttati. Non è quindi una questione di intelligenza o di livello culturale, ma una caratteristica intrinseca del nostro modo di pensare. L’obiettivo, allora, non è diventare immuni — cosa impossibile — ma sviluppare consapevolezza. Solo riconoscendo questi limiti possiamo adottare un atteggiamento più prudente e, soprattutto, più umile nei confronti delle nostre convinzioni, accettando la possibilità di sbagliare».

Un momento dell'intervento di Massimo Polidoro

Un momento dell'intervento di Massimo Polidoro

“La Scienza dell’Incredibile”, un suo fortunato libro del 2023, mette in luce quanto facilmente i nostri sensi e il cervello possano trarci in inganno. Tra i casi che ha studiato o raccontato, ce n’è uno in particolare che riesce a far comprendere al pubblico quanto sia semplice costruire una falsa convinzione a partire da percezioni apparentemente affidabili?

«Gli esempi sono numerosi, e alcuni li presento nelle mie conferenze. In realtà, basta osservare uno spettacolo di illusionismo per rendersene conto: è un’esperienza divertente, priva di intenti ingannevoli, eppure capace di sorprenderci profondamente. Vediamo il prestigiatore far levitare oggetti o farli scomparire sotto i nostri occhi. Sappiamo che si tratta di trucchi, eppure non riusciamo a coglierli. Questo accade non solo per l’abilità dell’illusionista, ma soprattutto perché sfrutta i limiti e le “zone cieche” della nostra mente: la nostra capacità di percepire la profondità, distinguere i colori o cogliere ogni dettaglio è, infatti, più limitata di quanto immaginiamo. Il cervello, per funzionare in modo efficiente, semplifica costantemente la realtà, permettendoci di elaborare rapidamente informazioni complesse. Basti pensare a quanto ci venga naturale, e rassicurante, riconoscere forme familiari — animali, oggetti — in agglomerati di vapore acqueo come le nuvole o in altri schemi casuali. Se nel contesto dell’illusionismo questo meccanismo si traduce in un intrattenimento innocuo, nella vita quotidiana — e in particolare sui social — può renderci estremamente vulnerabili. Oggi siamo esposti a contenuti che possono ingannarci con facilità, e non esiste un metodo immediato o infallibile per distinguere un video falso da uno autentico. Per questo è fondamentale fermarsi, analizzare e valutare con attenzione prima di reagire».

Un momento dell'intervento di Massimo Polidoro

Un momento dell'intervento di Massimo Polidoro

In un’epoca segnata dalla diffusione rapida di informazioni e disinformazione, quale ruolo può quindi avere il pensiero critico nella vita quotidiana e quali strumenti concreti suggerirebbe ai cittadini per difendersi da bufale, pseudoscienza e narrazioni fuorvianti?

«Proprio questa sovrabbondanza di notizie rende sempre più difficile esercitare una valutazione critica. Siamo esposti a una quantità tale di contenuti che reagire d’impulso diventa la norma, spesso guidati dai meccanismi dei social e da chi li gestisce. Per questo, la prima vera strategia è controintuitiva: rallentare. Fermarsi significa sottrarsi alla logica della reazione immediata e concedersi il tempo necessario per capire, analizzare, valutare. Le reazioni istintive sono naturali, come dicevamo, ma spesso ci portano fuori strada. Un buon segnale d’allarme è proprio la nostra emotività: se un titolo, un’immagine o una notizia ci fanno sentire arrabbiati, spaventati o eccessivamente coinvolti, è probabile che stiano facendo leva su di noi per catturare attenzione e consenso. È in quel momento che bisogna interrompere il meccanismo automatico. Invece di reagire, conviene porsi alcune domande essenziali: qual è la fonte? È attendibile? Altre fonti confermano la stessa informazione? C’è convergenza tra più voci indipendenti? Questo lavoro richiede tempo e impegno, ma è diventato indispensabile. Oggi più che mai, non possiamo permetterci di accettare passivamente tutto ciò che vediamo: il pensiero critico è l’unico vero strumento di difesa».

Einstein sosteneva che scienza e mistero sono da sempre indissolubilmente intrecciati, perché connessi al desiderio di conoscere ciò che ancora non sappiamo. Ma oggi i meccanismi con cui la comunità scientifica valida le proprie scoperte sono ancora davvero efficaci? Non è forse proprio la percezione della scienza come sistema, come apparato strutturato, a alimentare una parte della crescente diffidenza nei suoi confronti?

«Lo stesso Einstein affermava che di fronte alla complessità della realtà, tutta la nostra scienza può apparire primitiva, quasi infantile. Eppure resta lo strumento più prezioso di cui disponiamo. I suoi limiti sono inevitabili: è un’impresa umana, e come tale esposta all’errore, alle imperfezioni e talvolta persino alla disonestà.  Ciò che la rende straordinaria, però, è il suo metodo, rigoroso come le indagini dello Sherlock di Conan Doyle. Il metodo scientifico funziona proprio perché è intrinsecamente autocorrettivo. Può richiedere tempo, pazienza, confronto continuo, ma alla fine ciò che è falso emerge, spesso grazie al lavoro degli stessi scienziati. Fare ricerca significa esattamente questo: sottoporre le proprie scoperte al vaglio della comunità, condividere dati, esperimenti, procedure, e chiedere ai colleghi di verificare, criticare, individuare eventuali errori e pazienza se talvolta se le spiegazioni sono molto più deludenti delle ipotesi, le spogliano di sogni e credenze. È un processo collettivo, fondato sul dubbio e sulla verifica reciproca. Ed è proprio in questa capacità di correggersi e migliorarsi continuamente che risiede la forza della scienza: un sistema imperfetto, ma profondamente affidabile, che ci consente di avanzare, passo dopo passo, nella conoscenza».

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