Al Centro Universitario Teatrale dell’Università di Catania tre giorni di laboratorio con il regista, autore e pedagogista Gabriele Vacis per riscoprire il corpo, l’ascolto e la presenza
«Non siamo più abituati a vedere quello che guardiamo, a guardare davvero ciò che abbiamo davanti». È da questa riflessione che nasce Sguardi Aperti, il laboratorio ideato da Gabriele Vacis — regista, autore e pedagogista teatrale — insieme a PoEM-Potenziali Evocati Multimediali, che si è svolto al Centro Universitario Teatrale dell’Università di Catania dal 19 al 21 maggio.
Il laboratorio, che ha coinvolto studenti e studentesse dell’Ateneo, ha posto al centro il tema della relazione, oggi resa più fragile dal sottile confine tra vita reale e vita virtuale. In un’epoca dominata da isolamento, scrolling compulsivo e relazioni tanto accessibili quanto superficiali, il teatro diventa uno strumento di difesa e di «resistenza»: un mezzo per recuperare la percezione autentica di sé, degli altri, del tempo e dello spazio.
Cuore del lavoro è la pratica della Schiera, una disciplina dell’attenzione che Vacis e il suo gruppo sperimentano da oltre quarant’anni. Attraverso il camminare, l’ascolto e la percezione del corpo nello spazio, i partecipanti vengono guidati a ristabilire un rapporto reale con ciò che li circonda. La Schiera rappresenta così «una possibilità di difendersi dalla superficialità della non-relazione, dalla mancanza di relazione reale che abbiamo con le persone».
Secondo Vacis, oggi tendiamo a confondere la percezione con l’impressione: reagiamo rapidamente agli stimoli senza comprenderli davvero. Per questo il teatro e la scuola diventano luoghi fondamentali, capaci di bilanciare quella che lui definisce «dieta comunicativa». Siamo infatti abituati a comunicare attraverso strumenti che mediano costantemente il rapporto con gli altri, producendo uno sfasamento continuo tra spazio, tempo ed esperienza reale.
Il teatro, invece, rimette al centro i corpi. «Possiamo produrre piccoli grumi di realtà, isole di realtà che poi diventano arcipelaghi», afferma Vacis, immaginando spazi in cui la relazione umana torni concreta. È attraverso il corpo, infatti, che comprendiamo gli altri, il mondo e il tempo che abitiamo.
Il lavoro è impegnativo, richiede concentrazione e disponibilità, ma proprio in questa difficoltà si nasconde il valore dell’esperienza. Vacis osserva nei ragazzi e nelle ragazze che hanno partecipato al laboratorio «una grandissima disponibilità, una grandissima curiosità. È molto difficile, il lavoro è impegnativo. Del resto, se un gioco non è impegnativo, non ci si diverte».

Un momento del laboratorio
Figura centrale del teatro italiano, Gabriele Vacis è tra i fondatori del Laboratorio Teatro Settimo, esperienza che ha segnato profondamente la ricerca teatrale contemporanea. Ha scritto e diretto spettacoli premiati in Italia e all’estero, tra cui Esercizi sulla tavola di Mendeleev, Elementi di struttura del sentimento, La storia di Romeo e Giulietta e Il racconto del Vajont, da cui è nata la trasmissione televisiva vincitrice di tre premi Oscar della televisione nel 1998.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio dell’Associazione Critici Teatrali per la regia e il Premio Dioniso per l’innovazione della cultura classica. È stato autore e protagonista del programma televisivo Totem su Raidue e ha condotto 42° parallelo su Raiuno. Ha inoltre firmato regie liriche, ideato festival come Torino Spiritualità e diretto eventi di rilievo internazionale, tra cui la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi Invernali di Torino 2006.
Accanto all’attività artistica, Vacis ha sempre portato avanti una profonda ricerca pedagogica: ha diretto scuole e corsi di recitazione, lavorato con il Palestinian National Theatre di Gerusalemme e fondato l’Istituto di Pratiche Teatrali per la Cura della Persona. Attualmente insegna Istituzioni di regia all’Università Cattolica di Milano.
Nel suo percorso artistico e umano, il teatro non è soltanto spettacolo: è un esercizio di consapevolezza, un allenamento dello sguardo e della relazione. Un modo per tornare, semplicemente, a essere presenti.

Un momento del laboratorio