Sorelle d’amore

In occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo Joanna degli incanti, la scrittrice siracusana Simona Lo Iacono, ospite della prima giornata del Catania Book Festival 2026 – fiera internazionale del libro e della cultura – si racconta a UnictMagazine

Elisabetta Maria Teresa Santonocito (foto di di Antonio Arcoria e Alessia Tabita per Catania Book Festival)

«Non sentite lo grido delli ultimi che sale dalla terra?» 

(Virdimura, Guanda, 2024)

Dopo il grande successo di Virdimura, la scrittrice e magistrato Simona Lo Iacono riporta alla luce una nuova storia di resilienza e solidarietà umana, che si è concretizzata nel suo ultimo lavoro Joanna degli incanti. Al Catania Book Festival, l’autrice – in dialogo con Antonella Insabella – ha presentato il romanzo, raccontando come da una piccola scintilla ispirazionale sia arrivata a restituire voce e corpo a Joanna De Austa (o Joanna Siragusa), donna realmente vissuta tra ‘500 e ‘600 e così indicata nei verbali inquisitoriali. 

Joanna è una sognatrice caparbia, che – come Virdimura e le altre protagoniste dei romanzi di Simona Lo Iacono – ha sfidato e sovvertito le convenzioni del tempo, lottando per i diritti dei lavoratori, scegliendo di vivere con e per gli altri e condividendo gioie e dolori con la comunità che attorno a lei si è costituita. 

«Io sono attratta da storie che ribaltano il visibile» ha spiegato la scrittrice siracusana, che, sin dalla prima volta in cui ha letto il nome di Joanna in una nota a piè di pagina di un saggio – Inquisitori, negromanti e streghe nella Sicilia moderna (1500-1782) di Maria Sofia Messana – si è detta convinta a ricostruirne la storia e, soprattutto, a ridare voce a Joanna. Il romanzo si configura, infatti, come un lungo racconto che la protagonista svolge in trentatré giorni, durante la sua prigionia allo Steri di Palermo. Ad ascoltarla – in un via vai continuo di condannati e guardie – un uomo misterioso, che solo alla fine si scoprirà essere legato a lei e alla denuncia che l’ha costretta a oltre un mese di carcere.

Imprenditriceante litteram, Joanna è stata la prima a sostenere i diritti dei lavoratori – promuovendo, ad esempio, la parità salariale fra uomini e donne – favorendone il rispetto e la salvaguardia. Ha sempre rivolto una particolare attenzione alle categorie più fragili, alle donne in gravidanza e ai bambini; ha sostenuto l’importanza di istruire i suoi lavoratori e di alternare ore di lavoro e tempo dedicato allo svago e alla ricreazione – prevedendo attività come canto, danza, lettura; ha richiesto che i ciechi si occupassero di attività specifiche, come la composizione delle cartelle di stampa, perché «per stampare non è necessario vedere, ma frequentare le parole. Per riconoscere i segni poi basta toccarli, sentirli sotto pelle, accarezzarli». 

Joanna ha diretto l’opificio dei suoceri con intelligenza e creatività, ma soprattutto con profonda empatia: «la produzione non era un risultato ma uno strumento, perché ciò che più contava era produrre felicità». E la felicità passava anche attraverso la conoscenza, via privilegiata per porsi in ascolto del mondo, del suo dolore, del «grido delli ultimi che sale dalla terra». 

Come aveva già compreso Virdimura, sorella spirituale di Joanna, protagonista del precedente romanzo di Simona Lo Iacono – Virdimura (Guanda, 2024) - «la terra era un unico corpo piagato, il cui medico non poteva nulla, se non avvertirne la debolezza, per sanarla – più che con medicamenti – con la compassione». Allora, l’amore è il motore delle due donne, la risposta alle perdite, ai lutti che le hanno segnate e da cui si può guarire solo facendo guarire. 

Anche Virdimura costruisce un piccolo microcosmo, un ospedale senza reparti che riunisce una piccola comunità che cresce e sogna insieme, guarisce ascoltando il rumore del vento, danzando, raccontando. Le parole leniscono e accompagnano, se la medicina non può più niente contro la malattia, intervengono le parole, che non curano il corpo, ma l’anima. 

Virdimura e Joanna, due donne, due cuori, lo stesso sogno di libertà e amore, raggiunto attraversando il dolore. Virdimura è la prima donna a ottenere la licentia curandi, per «praticare l’arte della medicina inerente cure della psiche e del corpo», con una speciale clausola che le consentiva di dedicarsi ai più poveri senza percepire compenso. 

Joanna è la prima imprenditrice – che unisce la produzione della carta alla stampa, risparmiando sui costi e contribuendo alla divulgazione della cultura –, è la prima sostenitrice dei diritti dei lavoratori e la prima donna a cui l’Inquisizione consente di poter scegliere come condurre la propria vita. Le due parabole esistenziali, di Joanna e Virdimura, si somigliano ed entrambe, in questi romanzi, ritrovano la propria voce per raccontarsi e autodefinirsi: «l'ingiustizia del mondo si combatte solo raccontando».

In foto la scrittrice Simona Lo Iacono

In foto la scrittrice Simona Lo Iacono

In occasione del Catania Book Festival 2026, abbiamo incontrato Simona Lo Iacono e compreso come le due sfere giuridica e letteraria – che la animano e si influenzano reciprocamente – siano sempre state unite sotto il comune segno della scrittura, grande passione dell’autrice sin dai primi passi nel mondo. Virdimura e Joanna, le protagoniste dei suoi ultimi romanzi, le somigliano nell’apertura verso l’altro, nella voglia – che diventa vocazione – di condividere dolori e gioie, nell’etica e moralità che tracciano la strada verso gli ultimi e i dimenticati. 

Al lavoro e alla scrittura, si affianca il teatro e, grazie al ribaltamento del punto di vista e alla possibilità di vivere attraverso il corpo di un altro le sue ferite – come attori e attrici, ma anche scrittori e scrittrici – il cambiamento diventa possibile, oltre che auspicabile. Simona Lo Iacono ci riporta Virdimura e Joanna, storie perdute che anche il teatro recupera e fa proprie: Virdimura andrà in scena a Catania, incarnandosi nel corpo e nei gesti della diva Donatella Finocchiaro, Joanna a Siracusa grazie alla collaborazione con La Compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri.

Partirei subito dal binomio giurisprudenza-letteratura e, considerando i suoi studi in Giurisprudenza e la carriera da magistrato – attualmente in servizio alla Corte d’appello di Catania – mi piacerebbe sapere in che momento si è avvicinata alla scrittura o se, al contrario, scrivere l’ha sempre appassionata e si è intrecciata a studi e carriera in ambito giuridico.

Ho iniziato a scrivere da piccolissima, perché sentivo che vivere non era sufficiente. C’era in me qualcosa che pressava, che fuoriusciva, e che si trovava nel “mio centro”. Ho cominciato così, raccogliendo questo primissimo affioro del mondo interiore.

Parte di questo mondo interiore decide, a un certo punto, di regalarcelo e, nel 2008, pubblica Tu non dici parole, romanzo d’esordio che le è valso il Premio Vittorini Opera Prima. Seguono Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro 2011) ed Effatà (Cavallo di Ferro 2013), fino ad arrivare al 2016, quando Le streghe di Lenzavacche arriva tra i dodici finalisti al Premio Strega. Se lo aspettava?

Grazie di cuore, sono ricordi bellissimi e no, non me lo aspettavo! Io ho esordito nel 2008 con Tu non dici parole, un romanzo storico su una donna di Bronte, suor Francisca Spitalieri, realmente esistita (nel 1638). Ho ricostruito la sua storia e ho iniziato da lì il mio percorso narrativo. 

E da allora non si è più fermata, anzi – come ha dichiarato in una precedente intervista – sempre più storie le sono state portate «in dono», penso in particolare a Virdimura e Joanna. Ha scritto di tutte le storie che le sono arrivate o quelle che ci ha regalato sono state scelte in qualche modo? Durante l’incontro parlava di un «sistema valoriale condiviso con il personaggio», è questo che l’ha guidata? Oppure sono le storie ad aver scelto lei? O, ancora, è stato ‘destino’ che abbiano trovato la strada per raggiungerla e presentarsi a lei? 

Ogni storia racchiude un mistero, quando si presenta deve essere raccolta. Tutto dipende dal momento in cui si presenta. Se siamo pronti a farci abitare, se la storia è consonante con le nostre ferite, con i nostri desideri. Ogni scrittore ha un suo percorso. Io sono attratta da storie che ribaltano il visibile, che trasformano lo sguardo, che propongono una trasfigurazione. Mi piace ciò che si trasforma dal poco, ciò che sboccia da una mancanza. Trovo che il segreto in cui siamo immersi abbia bisogno di essere amato e contemplato, ed io cerco, con la scrittura, narrazioni che si facciano portatrici di tutto ciò. Quindi io e le storie ci scegliamo, ma per affinità, per consociazioni silenziose. È una strada che non può essere definita razionalmente, si può solo accogliere. 

Un momento dell'incontro

Un momento dell'incontro al Catania Book Festival

Una volta che arriva la storia, inizia la parte forse più impegnativa perché – come si può vedere dalle bibliografie alla fine dei romanzi – trascorre parecchio tempo sui libri e negli archivi per documentarsi. Ci può parlare di questo viaggio nel passato che compie ogni volta? Quali difficoltà affronta e quanto è complicato reperire documenti che magari il tempo ha seppellito o portato via?

Dipende molto dal secolo in cui il personaggio ha vissuto. Ci sono storie in cui è semplice rintracciare lembi, frange perdute, documenti dimenticati. Si tratta delle storie più recenti, in cui – se si è fortunati – si ha anche la possibilità di rintracciare gli eredi dei personaggi. A me è capitato con il romanzo L’albatro, la storia di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo. Ho avuto la possibilità di parlare con Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo di Tomasi di Lampedusa ed è stata una occasione che mi ha consentito di ampliare moltissimo il campo della ricerca. Se invece la storia è più antica (come nel caso di Virdimura) si procede per intuizioni. Io studio molto le connessioni storiche, la topografia delle città, la lingua, i mestieri, i nomi, le superstizioni. Da ogni ricerca fuoriesce un prezioso stradario che mi conduce pian piano ad afferrare tutto ciò di cui il mio romanzo ha bisogno. Reperire i documenti a volte può essere difficilissimo. Altre volte invece sono stata molto fortunata. Ma anche in questo caso, non ci sono regole, solo tanta passione.

Anna Maria Ortese (Il mistero di Anna, Neri Pozza, 2022), Marianna Ciccone (La Tigre di Noto, Neri Pozza, 2022), Virdimura (Virdimura, Guanda, 2024) e Joanna (Joanna degli incanti, Guanda, 2026) sono tutte donne che hanno sfidato i pregiudizi e lottato per scardinare un sistema fortemente esclusivo rispetto al genere femminile. A suo dire, dove risiede la loro vera forza?

La loro forza sta nella vocazione. Sono tutte storie di talenti che sfidano le convenzioni, che sono mossi e agitati dal desiderio. Si tratta di donne che sanno sognare, che comprendono che il proprio progetto vitale è utile non solo a sé stesse ma soprattutto agli altri. E si donano. Anche quando devono pagare un prezzo molto alto, come la persecuzione, l’incomprensione, la solitudine. 

Penso soprattutto a Virdimura e Joanna e mi chiedo, da una mancanza profonda e lacerante – di entrambi i genitori per Virdimura e, a un certo punto, anche di Pasquale, mentre è soprattutto l’assenza del padre ad accompagnare Joanna – come si può arrivare a donare e donarsi agli altri, al punto da farne quasi la propria missione di vita? 

Comprendendo che essere umani vuol dire riconoscere l’altro come una parte di sé. Queste donne compiono un continuo esodo, si decentrano, dimenticano il proprio ego. E lo fanno perché il loro compito esige amore. È l’amore la forza che giustifica tutto. 

Tra gli elementi più commoventi del romanzo Virdimura, ci sono la creazione di una genealogia orizzontale – la sorellanza che si crea prescinde dal sangue, così come i rapporti genitori-figli e maestro-allievo – e il supporto degli uomini alle donne, in un azzeramento di gerarchie, con, al contrario, vere empatia e fratellanza. La solidarietà umana e il sostegno reciproco sono ciò di cui abbiamo bisogno, sono la cura? È come scrive Veronica Roth, che lei cita, «Possiamo guarire, se ci curiamo a vicenda»?

Non possiamo vivere senza questa reciprocità. Gli esseri umani sono per loro natura creature relazionali, nascono per condividere. Tutto ciò che è condiviso attenua il dolore, raddoppia la gioia, ripara la ferita. Bisogna far di tutto per cercare di tornare ad essere anime fraterne e semplici. Il grande segno dei viventi è la compassione.

Parliamo del ruolo della cultura e dell’istruzione, che per queste donne (e non solo) è centrale, cominciando da Virdimura. La vita del padre Urìa cambia dal momento in cui viene istruito e inizia a praticare l’arte medica, così è per lei, per Virdimura che, già orfana di madre dalla nascita e poi privata anche del padre, non avrebbe avuto altro modo di resistere in quel mondo se non scoprire che può curare gli altri e, quindi, un po’ anche sé stessa. Si unisce alle altre donne, le istruisce e insieme cambiano la narrazione. E pure Pasquale, suo marito, si unisce, la appoggia e supporta l’attività.

La conoscenza è fondamentale. Bisogna essere sapienti, ma non nel senso di essere depositari di molte informazioni. La sapienza è qualcosa di più alto, riguarda il mondo interiore, la capacità di discernere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. Queste donne sono sapienti non solo perché sono istruite, ma perché della cultura fanno un continuo strumento di compartecipazione al destino dell’altro.

In foto Simona Lo Iacono

In foto Simona Lo Iacono

Passando a Joanna, «leggendo i libri imparerai a leggere la vita» le dice lo zio Vescovo, incoraggiandola a coltivare il talento e seguire la propria vocazione, ma soprattutto, come diceva lei durante l’incontro, «la cultura è un mezzo di compassione e inclusione, che permette di mettersi in sintonia con il mondo e il suo dolore»: ecco perché Joanna lascia ai ciechi la composizione delle cartelle di stampa e preme affinché un precettore istruisca i lavoratori dell’opificio-casa editrice. Crede che il ‘management’ all’avanguardia di Joanna possa essere una lezione per la nostra società, che punta sempre più sulla performance e meno sull’umanità e sulla ricchezza interiore? In che modo possiamo imparare da Joanna?

Sì, credo che Joanna abbia molto da dire alla nostra società. La sua convinzione più bella, quella che a mio avviso merita di essere ascoltata è che l’impresa, l’azienda, i luoghi di lavoro, non devono avere come scopo il raggiungimento di un utile ma la ricerca della felicità. 

Per imparare da Joanna dobbiamo rivoluzionare le nostre priorità, distaccarci dal consumo eccessivo, riabituarci all’essenziale. Si tratta di fondare il nostro bene e quello degli altri sulla gioia di percepirci inseriti in un mistero e di vivere seguendo un ideale, un senso. 

Sia Virdimura sia Joanna ritrovano nei suoi romanzi una voce e sono loro a raccontare la propria storia. È stata una scelta istintiva e immediata o ragionata e consapevole dare loro la parola, permettere che finalmente potessero essere loro a definirsi?

Ho scelto la prima persona perché mi consentiva di creare una voce, di potenziare l’io narrante. È stata una scelta consapevole, basata sul fatto che in questo modo mi sarei potuta avventurare nel cuore sia di Joanna che di Virdimura, raccontandole “dal di dentro”. 

Joanna si confronta con il carcere e con chi popola le segrete dello Steri di Palermo. Il carcere di per sé è un’eterotopia, un luogo altro, solitamente di crisi e deviazione, in cui la società relega gli elementi perturbanti, apparentemente per una maggiore serenità collettiva. Quali domande, secondo lei, dovremmo ricominciare a porci come società? Qual è il cammino che dovremmo iniziare a percorrere?

Dobbiamo renderci conto che i detenuti non sono scarti, ma creature con un vissuto lacerato, con un passato ferito. Il cammino da percorrere riguarda la nostra responsabilità. Molti reati apparentemente attribuibili a un singolo individuo sono invece frutto del nostro disinteresse, della povertà morale in cui lasciamo crescere alcune frange della società, del degrado che tolleriamo senza capire che il dolore dell’altro ci appartiene. Il carcere dovrebbe servire a recuperare il senso perduto, a rinascere dai propri lutti. Non a emarginare definitivamente chi ha sbagliato. E poi. Tutti possiamo sbagliare. 

Durante l’incontro ha sottolineato quanto il teatro in carcere possa essere utile e ha accennato alla fondazione della «Compagnia temporaneamente stabile». Cosa rende il teatro così caro a lei e cosa può fare oggi il teatro, anche e soprattutto in contesti come quello carcerario? 

Il teatro allena lo sguardo. Abitua a guardare con occhi diversi. Quindi è uno strumento di grande crescita interiore perché consente agli attori di immedesimarsi in altre storie, in altri destini. In una parola, di dismettere la propria visione della realtà, di cambiare punto di vista. Ecco, il cambiamento di prospettiva è uno dei propulsori più potenti per il cambiamento. 

Da qualche settimana sono iniziate le prove dello spettacolo Virdimura, che debutterà al Teatro Stabile di Catania il prossimo 08 maggio e vedrà come protagonista, nei panni della «medichessa», Donatella Finocchiaro. Quando le è stato detto che avrebbero portato Virdimura in scena, qual è stata la sua reazione?

Gioia, stupore, gratitudine. 

Lei ha letto il copione e fornito alcune suggestioni prima ancora che iniziassero le prove, credo che da ambedue le parti questo confronto abbia rappresentato un momento prezioso di arricchimento. Adesso cosa si aspetta di vedere in scena? 

So che in scena vedrò una donna coraggiosa. Una sorella.

Virdimura, per la regia di Cinzia Maccagnano, debutterà venerdì 8 maggio nella Sala Verga del Teatro Stabile di Catania, con repliche dal 9 al 17 maggio. 

L’adattamento di Joanna degli incanti, realizzato grazie alla collaborazione tra Simona Lo Iacono e La Compagnia dei pupari Vaccaro-Mauceri, verrà presentato domenica 10 maggio a Siracusa.

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