Dai pittori romantici alle prime innovazioni tecnologiche: come le grandi eruzioni hanno influenzato l’arte e il corso della storia. Sul tema ne hanno discusso diversi esperti al Palazzo Pedagaggi
Esiste un legame tra l’arte dei romantici con la geologia delle lontane terre dell’Indonesia. La storia e l’arte dell’uomo moderno non è stata scritta solo dai trattati diplomatici ma è stata profondamente scolpita dalle grandi eruzioni vulcaniche che, tra il XVII e il XIX secolo, hanno stravolto il clima globale, influenzando la mentalità, l’economia e appunto l’arte.
Questo è stato il fulcro della lezione-conferenza dal titolo Clima e storia. Eruzioni vulcaniche e cambiamenti climatici: il caso del Tambora (1815) che si è tenuta nei giorni scorsi al Palazzo Pedagaggi, sede del Dipartimento di Scienze politiche e sociali.
L’iniziativa, promossa nell’ambito del corso di laurea magistrale in Storia e cultura dei Paesi mediterranei e dell’insegnamento di Storia dell’età moderna, grazie alla collaborazione con l’Ingv di Catania, è stata incentrata sull’analisi del rapporto tra eruzioni vulcaniche e cambiamenti climatici, con particolare riferimento all’eruzione del Tambora del 1815 e agli effetti che questa grande esplosione ebbe sul clima e sul corso della storia.
L’evento è stato aperto dalla prof.ssa Francesca Longo, direttrice del Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania, da Matteo Negro, presidente del corso di laurea magistrale in Storia e cultura dei Paesi mediterranei e da Stefano Branca, direttore del Dipartimento Vulcani INGV-Sezione di Catania. A introdurre e coordinare la lezione-conferenza è stato il prof. Paolo Militello, titolare dell’insegnamento di Storia dell’età moderna.
A seguire la relazione di Mario Mattia, geofisico e primo tecnologo dell’Osservatorio Etneo dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che ha recentemente conseguito la laurea magistrale in Storia e cultura dei Paesi mediterranei al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Catania.

In foto da sinistra Stefano Branca e Francesca Longo
L’eruzione che cambiò il corso della storia: il Tambora
Il Tambora, vulcano indonesiano situato nell’isola di Sumbawa, è esploso il 10 aprile 1815, producendo tre distinte colonne di magma alte 43 chilometri e immettendo nell’atmosfera quantità enormi di SO2. La sua esplosione si classifica 7 su 8 nella scala VEI (indice d’esplosività vulcanica) ed è considerata un’esplosione super colossale. Le conseguenze sono devastanti.
«Tutte le coltivazioni di riso vengono irrimediabilmente distrutte e nei giorni successivi, a causa dello svuotamento improvviso della massa proiettata in alto, l’isola crolla verso il basso, va letteralmente giù. -spiega Mario Mattia - Decine di migliaia di morti nell'immediato per l'eruzione, tutto il resto della popolazione morirà di fame e di sete, perché tutte le risorse di acqua disponibili sono inacidite dalle ricadute di questi acidi, rendendole imbevibili. I genitori uccidevano i propri bambini pur di non vederli soffrire, per poi uccidersi. Morale: l’intera popolazione di Sumbawa sparisce».
Cosa è successo nel resto del mondo insieme a questa eruzione e cosa succede quando tutta questa massa di biossido di zolfo supera l'atmosfera?
«Giunge nella stratosfera, lo strato successivo e superiore all’atmosfera, che comprende l’ozono - spiega Mario Mattia -. A differenza di questa, nella stratosfera non si presentano fenomeni atmosferici come vento, nuvole e pioggia, ma è uno strato conservativo, tutto ciò che vi entra vi rimane per tanto tempo. Le grandi quantità di SO2, quindi, salgono fino alla stratosfera e, mosse da venti costanti, cominciano a girare intorno alla terra avvolgendola».
«Cosa succede? Che i raggi del Sole non hanno più lo stesso impatto, la superfice si raffredda e tutto ciò che ci sta dentro, essendovi anche una parte di calore che viene riflessa dal Sole verso l’esterno, l’albedo, resta intrappolata - aggiunge -. Di conseguenza, viene sconvolto il clima».
«Nel ricordo degli europei, il 1816 fu l’anno senza estate, un solo lungo grande inverno - sottolinea -. L'anno del mendicante. Se non c'è l'estate non maturano i frutti, non matura il grano, non matura niente, si muore di fame. Questo cambio climatico durò 3 anni. - dice Mattia- Nel corso del 1816 le temperature si mantengono basse durante primavera e l'estate in tutta l’Europa centrale. Tempeste e piogge incessanti, praticamente senza fine, per tutta l'estate del 1816. I maggiori fiumi europei straripano, tutto il grano europeo non va a maturazione. Un anno senza estate, vuol dire un anno senza cibo».

Un momento dell'incontro
Tutta l’Europa fu colpita dalla fame, in particolare Inghilterra, Irlanda Scozia, Svizzera, Germania
«Nel 1816 in Inghilterra il popolo si rivolta; la fame che colpì la Germania fu tale che le persone furono costrette a mangiare cani e cavalli - spiega Mario Mattia - Fu proprio a causa della sparizione dei cavalli che, per la necessità di spostarsi da un luogo ad un altro, un barone tedesco, Karl von Drais, inventa un pezzo di legno con due ruote spinto, nella sua prima versione, con le gambe. Così, nel 1817, nasce la bicicletta»
«Nel 1817 il prezzo del grano era triplicato rispetto all'anno precedente, in Svizzera moltissimi muoiono di fame o di malattie. Se non fosse stato per il grano venduto a caro prezzo dalla Russia, la Svizzera sarebbe stata completamente sterminata. In Francia - aggiunge - bande di affamati che assaltano villa e campi alla ricerca di cibo e questo atteggiamento reazionario e violento, apre la strada alla Restaurazione che comincia proprio in quegli anni ed è la fine dell'ideale libertario della rivoluzione francese».
Ma ad essere sconvolta dal cambiamento climatico, non fu soltanto l’Europa
«Nel 1817, scoppia la prima epidemia di colera che, attraverso le rotte commerciali e le rotte dei soldati che si trovavano in Bengala per la conquista dell’India, giunse in Europa. Il 1816 in India fu un anno estremamente secco, diversamente da quanto stava succedendo nel resto del mondo - spiega Mario Mattia -. I monsoni, venti costanti che portano pioggia e che caratterizzano l’India, quell’anno furono assenti».
«Questa anomalia climatica - ha precisato -, fu proprio la causa dell’esplosione del colera, perché il vibrione, il batterio che causa la malattia e che risiede nella foce del Gange, nei periodi di secca, in condizioni di elevata salinità, riesce a creare delle grandi colonie. Così, l'anno successivo, che fu, invece, caratterizzato da un eccesso di pioggia, dalla foce del Gange il vibrione giunse fino ai villaggi abitati e si diffuse prima tra gli abitanti e poi tra gli invasori inglesi in India».
«Nello Yunnan - aggiunge -, una regione molto importante della Cina perché vi si produceva riso, le coltivazioni vengono distrutte dalle piogge. Allora nel 1817, parecchi contadini, smisero di coltivare riso e cominciarono a coltivare oppio, più resistente agli agenti atmosferici e consumatissimo in quel momento storico, soprattutto dai ricchi europei. Di conseguenza il prezzo dell’oppio crollò divenendo accessibile quasi a tutti».

Mario Mattia e Paolo Militello
La pittura come strumento di analisi
«Le grandi eruzioni vulcaniche immettono nell'atmosfera, grandi quantità di ceneri - spiega Mario Mattia -. Queste ceneri hanno una dimensione che interferisce con lo spettro luminoso, coprendo la prima parte e lasciando soltanto il rosso. Quindi, nei mesi successivi alle grandi eruzioni vulcaniche, è facile vedere tramonti molto rossi».
«Albe e tramonti si accendevano di un rosso intenso, suscitando inquietudine e ispirazione nell’animo di alcuni dei più celebri pittori dell’800’ come John Constable, Caspar Friedrich, William Turner, Edward Munch - aggiunge -. Quest’ultimo, in particolare, ha dipinto L’urlo nel 1883, anno in cui c'era stata un'altra grande eruzione, quella del vulcano Krakatoa».
«Analizzando una serie di quadri dipinti tra il 1500 e il 1900, si è visto che i rapporti più alti di verde-rosso, corrispondevano esattamente agli anni delle grandi eruzioni. – spiega Mattia- Questi quadri sono diventati un modo per misurare direttamente quella che viene chiamata in vulcanologia dust veil, cioè la copertura, il velo di polveri che sono in atmosfera e che influenzano vari processi in tutta la Terra. I pittori, attraverso il loro lavoro, diventano strumento di conoscenza scientifica».

Etna, eruzione del 1° dicembre 2023 (foto Alfio Russo)