«T’affretta! Uccidere non voglio l’anima tua»: l’eco di Otello

Dall’ombra di Mario Del Monaco alla luce del presente: quattro decenni dopo Otello al Teatro Massimo Bellini

Rossella Liliana Laudani

C’è un istante, nelle grandi serate di teatro, in cui l’attesa si tramuta in una tensione emotiva particolare: non è ancora musica, ma non è più semplice cerimonia. È la soglia, quel momento di sospensione che precede il varco verso l’arte. Così è accaduto al Teatro Massimo Bellini, nei giorni scorsi, attraverso un prologo istituzionale intenso, capace di fondere memoria, identità e tributo. Al centro del palcoscenico, il Sovrintendente Giovanni Cultrera e il sindaco di Catania, Enrico Trantino, in qualità di Presidente, hanno accolto il pubblico con parole meditate, dal tono insieme solenne e partecipe.

«Il Bellini è un tempio della nostra memoria», ha affermato Cultrera, sottolineando come «la tradizione lirica catanese non sia solo da celebrare, ma da tramandare». Il sindaco Enrico Trantino ha aggiunto un ulteriore tassello a questa visione, ricordando come «il teatro rappresenti non solo un simbolo, ma un frammento essenziale dell’identità cittadina, un patrimonio vivo che appartiene alla collettività».

I loro interventi non hanno ricoperto il ruolo di una mera introduzione formale, ma hanno assunto il valore di un atto dichiarativo: riaffermare la missione del Bellini non come teatro, ma un luogo che custodisce storia e appartenenza, un crocevia in cui passato e presente dialogano. È in questo clima, che si è giunti all’omaggio più atteso della serata. Invitato sul palco, Giancarlo Del Monaco ha ricevuto una targa commemorativa dedicata al padre Mario, uno dei più grandi tenori del Novecento, consegnata con atto sincero dal Sindaco della città di Catania.

Poi, con voce segnata da un’emozione composta, Giancarlo Del Monaco ha ricordato ciò che il padre gli ripeteva ogni volta che calcava il palcoscenico catanese: «Papà amava profondamente la Sicilia e anche Catania… Tutte le volte che veniva in questo teatro mi diceva sempre: “Questo teatro ha la musica più bella del mondo, la più straordinaria”».

Quelle parole, così semplici e così piene di vita, hanno attraversato la platea come un soffio di storia. Il pubblico ha risposto con un applauso autentico, commosso, un applauso che non salutava solo un ricordo, ma la continuità di un’eredità. È stato il primo vero “atto” della serata, un preludio umano e culturale che ha preparato il terreno all’ingresso di una delle tragedie della storia musicale.

Otello e Desdemona

Otello e Desdemona

Fra le opere della maturità di Giuseppe VerdiOtello del 1887 su libretto di Arrigo Boito, è uno dei vertici assoluti. Nulla di superfluo, nessun residuo delle convenzioni ottocentesche, un’architettura in cui Verdi e Boito lavorano come due cesellatori: tolgono, asciugano, concentrano, finché dalla tragedia Othello di Shakespeare rimane un nucleo feroce fatto di amore, sospetto e distruzione.

La storia si svolge a Cipro, dove Otello, interpretato da Gregory Kunde, generale della Repubblica di Venezia, torna vincitore dalla guerra contro i Turchi. Il suo Otello non è un guerriero forte, ma un uomo ferito, orgoglioso e vulnerabile. Affronta il ruolo con la consueta professionalità, ma il personaggio – per natura vocale e drammatica – non sembra aderire alle sue caratteristiche. La linea di canto, pur controllata non sempre trova l’ampiezza e la tensione tragica richiesta dal ruolo, con una presenza scenica spesso trattenuta, che appare meno ardente di quanto il personaggio suggerirebbe. Il suo ingresso trionfale, Esultate! sembra aprire una stagione di felicità: l’amore con Desdemona appare saldo, la pace sembra assicurata. Ma è un’illusione destinata a durare pochissimo.

Nelle pieghe dell’opera già dal primo atto si insinua l’ombra di Franco Vassallo, nelle vesti di Iago, l’alfiere intellettuale nella malvagità, che non ha accettato la nomina di Cassio a capitano e che, per vendetta – o forse semplicemente per inclinazione naturale – decide di distruggere l’anima del suo comandante. Un antagonista accompagnato da lame di luce oblique, fredde, quasi taglienti, per mettere in evidenza la sua calma apparente come nell’aria Credo, inquietante, insinua domande, pianta dubbi, gioca con le fragilità di Otello.

Jago che afferra la coppa

 Jago che afferra la coppa

Nonostante la forza militare, Otello ha un punto vulnerabile enorme: la convinzione di non appartenere davvero al mondo che comanda. È uno straniero, un “Moro”, un uomo che teme di essere amato e, insieme, di non meritare quell’amore. Basta un fazzoletto – un oggetto- simbolo – per far crollare l’equilibrio dell’eroe. Quel fazzoletto smarrito, che Iago fa ritrovare a Cassio, diventa agli occhi di Otello una prova assoluta, la conferma visibile del tradimento. Da quel momento in poi, tutto si deforma: il cuore della tragedia non è più l’azione esterna, ma la manipolazione psicologica. Da qui prende forma la parte più cupa dell’opera, un crescendo di crollo interiore in cui Otello passa dall’autorità luminosa del primo atto alla ferocia disperata degli atti finali. Ogni parola che ascolta, ogni silenzio diventa sospetto, ogni gesto di Desdemona – lei stessa inconsapevole della trappola – viene interpretato come segno di colpa.

Una Desdemona avvolta da un chiarore limpido che la mostra sensibile ma non fragile, interpretata da Lana Kos, è forse il personaggio più tragico proprio perché innocente: ama, tenta di capire, cerca di placare la furia del marito, ma non ha gli strumenti per individuare l’inganno. Ha affrontato il quarto atto, il Canto del salice e l’Ave Maria, con una padronanza e una sentita spiritualità: un confronto tra innocenza e sospetto, tra amore e delirio, destinato a precipitare quando Otello, convinto dell’inganno, la uccide, non giunge il riscatto, ma la condanna definitiva. Emilia svela la menzogna, la trama di Iago crolla, ma troppo tardi: il vero colpevole non si pente, e Otello, schiacciato dalla colpa, si trafigge accanto al corpo di Desdemona.

Convincenti anche i comprimari: Cassio, di Paolo Antognetti ha offerto una presenza fresca e brillante, mentre Anna Malavasi, come Emilia, ha donato ai momenti finali un’intensità drammatica, particolarmente sforzata, che non sempre ha valorizzato la scena dello svelamento della verità.

Verdi fa esplodere tutto dall’interno, raggiunge la sua modernità con una potenza inquietante: parla di fragilità identitaria, di gelosia indotta, di manipolazione emotiva, di solitudini. Otello non è la storia di un tradimento, ma di un crollo psicologico, il racconto di come un uomo forte, celebrato e amato possa essere distrutto non dai fatti, ma dai dubbi.

La produzione del Teatro Massimo Bellini, ripresa dall’Opéra de Monte-Carlo e firmata da Zaza Gladze, ha compiuto una scelta preziosa: raccontare Otello senza sovrastrutture, senza forzature, senza provocazioni registiche che spesso finiscono per distrarre. La scena ideata da Bruno de Lavenère è una struttura imponente ma essenziale, un’architettura che evoca la fortezza di Cipro non come un luogo sicuro, bensì come una prigione mentale.

I corridoi stretti, le pareti angolate, gli spazi che si chiudono e si aprono in modo improvviso assecondando la progressività dei personaggi, sono tutti elementi che rispecchiano l’instabilità crescente di Otello.

I costumi di Ester Martin Garrido sono ricchi senza essere ridondanti, rispettosi dell’epoca ma estremamente leggibili. Gli abiti evidenziano le gerarchie, le tonalità scure e profonde del Moro lo collocano in una dimensione eroica e tragica al tempo stesso, mentre la tavolozza più chiara di Desdemona incarna la sua purezza. Una regia che non invade l’opera ma la sostiene, mostrando un rispetto raro per l’intelligenza del pubblico e lasciando a Verdi il centro della scena.

Un momento dello spettacolo

Un momento dello spettacolo

Dirigere Otello al Teatro Massimo Bellini significa affrontare un doppio confronto: con la complessità della partitura verdiana e con un’acustica notoriamente limpida, che mette a nudo tutto. Il Maestro Fabrizio Maria Carminati ha scelto una lettura vigorosa ma mai urlata, attenta ai colori e alla respirazione del dramma. La tempesta iniziale è stata un’autentica esplosione equilibrata: l’Orchestra del Bellini ha risposto con precisione e chiarezza alle linee melodiche. Ma la grandezza della direzione è emersa soprattutto nella capacità di modulare la tensione.

Il Coro, preparato dal Maestro Luigi Petrozziello, ha dato prova di compattezza e presenza scenica nel Fuoco di gioia, drammaticamente incisivo nei passaggi di massa. Una compagine che non ha solo cantato, ma ha agito, contribuendo in modo decisivo alla costruzione del clima generale.

Coinvolgente è stato il contributo del coro di voci bianche, preparato da Alessandra Lussi. La purezza ha creato contrasti molto efficaci con la drammaticità del resto dell’orchestra e dei solisti, aggiungendo un livello emotivo ulteriore. In alcune sezioni, la maturità interpretativa è risultata sorprendente, confermando il valore formativo e artistico del lavoro svolto da Lussi.

Il corpo di ballo curato da Lino Privitera ha contribuito con entusiasmo alle scene di insieme, anche se non sempre la sincronizzazione è risultata perfettamente allineata alla complessità della partitura. Alcuni passaggi coreografici avrebbero beneficiato di una maggiore coesione e di un dialogo più stretto con l’orchestra. Nonostante qualche lieve incertezza, la serata ha confermato il Teatro Massimo Bellini come fulcro della grande lirica, capace di unire talento, memoria e passione.  

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