Territori in transizione Geografie delle aree marginali tra permanenze e cambiamenti

Pubblicato il XVI Rapporto della Società Geografia Italiana a cura dei docenti Stefania Cerutti (Piemonte Orientale), Stefano de Falco (Federico II di Napoli) e Teresa Graziano (Catania)

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È stato pubblicato nei giorni scorsi il XVI Rapporto della Società Geografia Italiana Territori in transizione. Geografie delle aree marginali tra permanenze e cambiamenti, a cura di Stefania Cerutti (Università del Piemonte Orientale), Stefano de Falco (Università Federico II di Napoli) e Teresa Graziano (Università di Catania).

La Società Geografica Italiana, istituto culturale e associazione ambientalista fondata nel 1867, oggi è impegnata a promuovere la cultura geografica, favorire la conoscenza del territorio, del paesaggio, dell’ambiente e la salvaguardia dei beni culturali, oltre che a valorizzare il prezioso patrimonio che custodisce nella sede di Palazzetto Mattei, a Villa Celimontana (Rom): una Biblioteca specializzata tra le più fornite d’Europa con volumi rari del XVI secolo, carte geografiche originali del XVII secolo, fotografie, cimeli e taccuini di viaggio esito delle esplorazioni dell’800.

Tra le varie attività, la Società pubblica dai primi anni Duemila un Rapporto su tematiche di attualità e interesse comune che, seppur esplorate con rigore scientifico, mirano ad attivare un dibattito con gli attori istituzionali e la cittadinanza.

L’ultimo Rapporto curato da Stefania Cerutti, Stefano de Falco e Teresa Graziano, professori associati di Geografia economico-politica e fiduciari regionali della Società Geografica, raccoglie i contributi di più di 80 autori, per la maggioranza geografi di diverse università italiane, che hanno esplorato la questione dei territori marginali italiani indagandone diverse dimensioni in relazione a ruolo delle politiche e delle istituzioni nelle politiche di coesione, i trend demografici tra spopolamento e nuove forme dell’abitare e le specificità delle condizioni di marginalità di isole e montagne.

E ancora il rischio idrogeologico e la fragilità ambientale, le nuove geografie del lavoro da remoto e i processi di digitalizzazione e innovazione tecnologica e, inoltre, le potenzialità e gli aspetti critici riscontrabili nei comparti economici, valutando densità, caratteristiche e diffusione di imprese, iniziative e pratiche nei territori marginali in vari settori, dall’industria al turismo, dal commercio alla gestione e valorizzazione dei beni culturali.

Ne emerge un mosaico di visioni e prospettive che mira a fornire un quadro ampio e variegato della transizione territoriale in Italia, mettendo in evidenza i fenomeni che investono le aree del Paese che sono definite, appunto, in transizione: territori del margine, caratterizzati da scarsa accessibilità, geografica e infrastrutturale, ma anche da opportunità socio-economiche e culturali che lasciano prefigurare nuovi orizzonti e percorsi inediti per invertire la rotta.

È in questa fase di passaggio, in questo interstizio spazio-temporale sospeso tra una possibile ulteriore marginalizzazione e un possibile affrancamento dalla marginalità, che scatta la spirale della transizione: una spirale che può essere involutiva, a enfatizzare i caratteri di marginalità, o al contrario evolutiva, a liberarsi dal giogo della fragilità socio-economica e territoriale, indirizzandosi verso nuove traiettorie.

Situandosi  in un dibattito politico-istituzionale e accademico che, da un lato, si è consolidato intorno alla categoria concettuale e operativa di "area interna" mobilitata nelle politiche di coesione territoriale, e dall'altro, nelle narrazioni sul “ritorno ai borghi” come strumento di ribilanciamento territoriale o, al contrario, di nuovi crescenti divari, il Rapporto intende restituire la complessità dell’articolazione socio-economica, culturale, politica dei territori in transizione senza cadere nelle trappole retoriche di categorie concettuali svuotate del loro senso originario, come appunto quella di "borgo", e accogliere invece una ragione squisitamente disciplinare, ovvero la necessità di leggere e interpretare processi e dinamiche a una scala che tenga conto del complesso sistema di reti, flussi e attori da cui scaturiscono le transizioni territoriali, con l'approccio di sintesi che è proprio della geografia.

Con questo obiettivo, il Rapporto si articola in una successione di quadri generali, volti a restituire un affresco su scala nazionale dei fenomeni oggetto di indagine delle diverse sezioni, scanditi da una serie di «inciampi geografici»: vere e proprie finestre che si aprono da e per i territori da cui emergono progettualità, esperienze e approfondimenti alla scala locale. 

«Inciampare» nelle piazze, nelle vie, nei palazzi e nei paesaggi significa, così, cogliere l’orizzonte progettuale dei territori in transizione in modo diretto, dalla voce di protagonisti, osservatori attivi e abitanti. E attraverso questi inciampi, stimolare quel «tipo particolare di immaginazione poetica» di cui parla il geografo Dematteis (2021, p. XIX) «che, attingendo al fondo oscuro e brulicante della vita, permette di tradurre tra loro le ragioni di territorialità diverse, polifoniche, con le loro potenzialità inespresse, non reciprocamente riproducibili».

Dell’Università di Catania, oltre alla co-curatrice Teresa Graziano (Di3A) e a Luca Ruggiero (DSPS), che ha collaborato in qualità di Consigliere della Società Geografica referente del Comitato per i Rapporti annuali, hanno partecipato alla stesura del lavoro con diversi contributi numerosi docenti, geografi e non solo, di diversi dipartimenti.

Presentato ufficialmente a luglio all’Istituto Nazionale Politiche Pubbliche di Roma, alla presenza di rappresentati politici e istituzionali, il Rapporto sarà presentato in diverse città italiane dopo la pausa estiva.

Isola di Ponza Fonte: Fotografia di Arturo Gallia, 2021 (XVI Rapporto della Società Geografia Italiana "Territori in transizione. Geografie delle aree marginali tra permanenze e cambiamenti")

Isola di Ponza Fonte: Fotografia di Arturo Gallia, 2021 (XVI Rapporto della Società Geografia Italiana "Territori in transizione. Geografie delle aree marginali tra permanenze e cambiamenti")

Cosa emerge dal rapporto, selezione di focus tematici

Nel Rapporto è centrale la relazione tra perifericità e marginalità, analizzata in relazione a diversi contesti territoriali (isole, montagne), scale geografiche, e settoriale (agricoltura, industria, commercio, turismo).

La perifericità si riferisce a caratteristiche spaziali-morfologiche e/o situazionali, che si traducono in gradienti di distanza geografica e/o di accessibilità a reti infrastrutturali. La marginalità è un concetto multidimensionale che incorpora diversi livelli, dalla sfera socio-economica a quella culturale e politica. Pur essendo strettamente interconnesse, dunque, perifericità e marginalità non sono sinonimi né tratteggiano gli stessi scenari evolutivi, essendo la seconda più strettamente dipendente da processi congiunturali e, dunque, teoricamente arginabili.

I comuni svantaggiati

Il punto di partenza del Rapporto è stata la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata nel 2014 come politica nazionale di coesione territoriale  multilivello per contrastare  il declino demografico di aree distanti dai centri principali di offerta dei servizi essenziali che però coprono complessivamente il 60% dell’intera superficie del territorio nazionale, il 52% dei Comuni ed il 22% della popolazione.

Seppur innovativa, la SNAI non esaurisce tutte le questioni dei territori in transizione, tra cui la difficoltà delle tecnostrutture locali di passare alla fase di attuazione; né tutte le aree interne formalmente classificate, tra l’altro sottoposte a nuova perimetrazione nel 2022, includono la complessità ed eterogeneità di contesti che, pur non contemplati nella SNAI, ne condividono condizioni territoriali e congiunture socio-economiche.

A integrazione della SNAI dal punto di vista operativo, nel 2021 è stato istituito un fondo di sostegno per i cosiddetti comuni svantaggiati, ovvero caratterizzati da vulnerabilità di tipo materiale e immateriale e da carenza di servizi essenziali, al fine di favorire la coesione sociale e lo sviluppo economico.

Dalle elaborazioni del Rapporto si evince una diffusa presenza di comuni svantaggiati nelle regioni del Mezzogiorno, con qualche singolarità nelle regioni del Centro e una totale assenza di comuni nel Nord. Un altro dato che emerge nell’ambito della distribuzione dei comuni svantaggiati è la loro appartenenza ad aree interne e ad aree costiere, come nel caso di alcune aree della Calabria e della Sicilia e della zona garganica. Si deduce, dunque, che in relazione alle aree marginali è difficile applicare le tradizionali griglie dicotomiche settentrione-meridione, città-periferia o città-campagna, essendo le diseguaglianze socio-economiche più sfumate.

Vedi figura 1 in gallery: Classificazione dei comuni svantaggiati in Italia sulla base dell’Indice di Vulnerabilità Sociale e Materiale. Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT 2022

I piccoli comuni

La marginalità è particolarmente evidente nei piccoli comuni, con popolazione inferiore ai 5000 abitanti: al 1° gennaio 2022, dei 7.903 comuni italiani, ben 5.535 non raggiungono i 5.000 residenti, e di questi 2.021 sono sotto i 1.000 residenti.

Gli effetti contrattivi maggiori si riscontrano in Piemonte, Emilia-Romagna, Lazio, Abruzzo, Calabria e Sardegna, a sottolineare come la preoccupazione dell’andamento demografico dei piccoli contesti è una questione nazionale, andando oltre la storica dicotomia Nord-Sud.

Per osservare l’andamento dei comuni con meno di 5.000 residenti negli ultimi anni, si sono confrontati alcuni indicatori demografici (variazione complessiva, incidenza della popolazione sotto i 30 anni e incidenza del saldo migratorio) con altri economici (incidenza delle Unità Locali rispetto ai residenti e reddito medio per dichiarante), evidenziando quattro macrocategorie: comuni leader (1.876), con popolazione ed economia superiore alla media degli altri piccoli centri; comuni in trasformazione (956) che, a fronte di una contrazione della popolazione marcata, riescono a mantenere un discreto tessuto economico; comuni in ristrutturazione (933), con andamenti demografici migliori, ma con trend economici peggiori; comuni marginali (1.770), in cui entrambi gli indicatori sono sotto la media rispetto agli altri (fig. 5).

Vedi figura 2 in gallery. Classificazione dei piccoli comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti. Fonte: elaborazione degli autori su dati ISTAT 2022

I comuni leader, prevalenti nelle regioni del Centro-Nord, evidenziano diverse traiettorie di sviluppo. Molti di essi sono ubicati in montagna, andando a connotare la cosiddetta metro-montagna, per la vicinanza relativa ai grandi centri metropolitani, ma anche per l’originalità dei propri percorsi evolutivi. 

In tale raggruppamento vi sono anche casi di sviluppo frutto dell’ombra ingombrante della suburbanizzazione dei grandi centri metropolitani, tali da faticare a trovare una propria identità, come Cusago, a ovest di Milano, che mostra un incremento soprattutto nella componente demografica (da 3.627 a 4.429 residenti), ma anche reddituale (quasi 41.000 euro per dichiarante nel 2019). 

La seconda categoria, i comuni in trasformazione, è composta da centri che hanno o hanno avuto una buona strutturazione economica, ma finora non sufficiente per frenare il progressivo deterioramento delle condizioni demografiche. Fra essi vi sono molte località montane piemontesi e lombarde, ma anche centri della Terza Italia, soprattutto della Toscana e delle Marche. 

Un caso significativo in questo raggruppamento è rappresentato da Portofino, rinomato centro turistico elitario, che ha beneficiato di un grande sviluppo economico, ma di natura essenzialmente esogena, a cui si contrappone una riduzione della popolazione (da 448 a 376 residenti nel periodo 2012-2022), a testimonianza di come il successo economico non vada a coinvolgere e stimolare in maniera profonda la comunità locale. 

Dinamiche simili si hanno in altri centri turistici di primo piano, soprattutto montani, le cui performance economiche non riescono a compensare efficacemente i processi demografici contrattivi in atto. 

I comuni in ristrutturazione sono in genere centri del Sud Italia (anche se non mancano molti casi in Piemonte e Lombardia) che, a fronte di una discreta robustezza demografica, non sono ancora riusciti a convogliare le proprie energie in azioni di stimolo al proprio sistema socioeconomico.

I comuni marginali, di fatto ormai svuotati e con dinamiche demografiche ed economiche profondamente compromesse, sono purtroppo rilevanti tra i piccoli comuni e in costante aumento. Su di essi, si dovranno svolgere riflessioni sistemiche, innanzitutto dovendo scegliere sentieri e concreti strumenti per il loro eventuale rilancio.

La mobilità nelle aree marginali

Gli anni più recenti hanno visto l’evoluzione degli strumenti di pianificazione dai Piani del traffico, ai Piani urbani della mobilità, per approdare verso i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile). Il PUMS si pone come strumento strategico, basato sugli esistenti strumenti di pianificazione, sviluppato secondo principi di condivisione, partecipazione e valutazione.

Se l’intento dei PUMS è soprattutto legato alla mobilità nelle aree urbane e periurbane, pertanto in apparente contrasto con il concetto di perifericità e ultraperifericità come definito dalla SNAI, è tuttavia utile riflettere sulla possibilità di ricucitura nell’ambito dei già citati confronti dicotomici centralità-marginalità. L’adozione del PUMS da parte dei comuni e delle realtà metropolitane è un fenomeno relativamente recente (a partire dal 2017) e, secondo le analisi più recenti dell’Osservatorio PUMS, al momento coinvolge 221 comuni e 14 tra province e città metropolitane che hanno adottato, approvato o hanno in redazione tale piano.

Figura 3. Comuni, province e unioni di comuni sulla base dello stato di avanzamento dei PUMS

Figura 3. Comuni, province e unioni di comuni sulla base dello stato di avanzamento dei PUMS, con evidenza dei comuni periferici e ultraperiferici secondo la SNAI (2020). Legenda: aggregazioni territoriali sovra-comunali (città metropolitane/province: 46: Lucca; 108: Monza; 201: Torino; 210: Genova; 215: Milano; 227: Venezia; 237: Bologna; 248: Firenze; 258: Roma; 263: Napoli; 272: Bari; 283: Messina; 287: Catania; 292: Cagliari). Fonte: elaborazione propria da Osservatorio PUMS L’Osservatorio – I PUMS in Italia: stato dell’arte, 2021.

Come comprensibile, lo stato di avanzamento più importante riguarda i comuni definibili come poli, poli intercomunali e di cintura, che, in aggregato, rappresentano il 78 % del totale. Solo l’11% dei comuni periferici e ultraperiferici hanno il processo avviato, con nove realtà arrivate allo stadio di adozione o approvazione.

Un’osservazione della situazione nazionale sulle questioni della mobilità e delle aree interne mostra una distribuzione alquanto frastagliata delle iniziative, soprattutto legate all’adozione dei PUMS che, sovrapposta alla distribuzione delle realtà più periferiche (comuni periferici e ultraperiferici secondo la SNAI), evidenzia gli aspetti sia dicotomici, sia, tuttavia, di possibile cucitura fra questi. 

Se numerose infatti sono le città metropolitane e province maggiori attive nello sviluppo di sistemi di mobilità sostenibile, vero è che moltissimi contesti, realtà comunali o sovracomunali di margine, o in prossimità a questo, si stanno dotando di tali strumenti, o, in alcuni casi, le unità amministrative più ampie in cui il processo relativo al PUMS è avviato, comprendono al loro interno anche realtà definibili come periferiche o ultraperiferiche, pertanto presentando, in nuce, la possibilità di intervenire anche nell’ambito delle azioni politiche sostenibili.

La digitalizzazione delle aree in transizione

Analizzando le diverse forme di divario digitale a scale differenti, dal lato della connettività delle famiglie al web e dell’infrastrutturazione tecnologica, emergono in Italia spazi di (dis)connessione che contribuiscono ad amplificare meccanismi cumulativi di esclusione, localizzati evidentemente nelle aree rurali e/o marginali del nostro Paese.

I dati Istat evidenziano che la quota di famiglie connesse a internet nei piccoli comuni sia minore (73.2%) rispetto alle aree metropolitane (83%). Altro aspetto riguarda la qualità dell’infrastruttura tecnologica in termini di velocità di download fondamentale per la fruizione di servizi digitali (ad esempio didattica a distanza, smart working), che trova conferma nei piani di intervento della Strategia italiana per la banda ultralarga. 

Secondo i dati Agcom, solo il 23% delle famiglie è coperto da un servizio fino a 1 gbit/s, un valore inferiore alla media europea (44%). In tal senso, le differenze regionali che riguardano la copertura del servizio Fiber to Home (FTTH) registrano importanti difformità: si va dal 63% delle famiglie coperte dal servizio in provincia di Milano, all’ 8% in provincia di Potenza, 4% in provincia di Benevento, 2% in provincia di Frosinone. 

Inoltre, ulteriori criticità emergono in comuni nei quali una quota importante delle famiglie accede a internet, ma con possibilità di fruizione dei contenuti limitate da velocità di download inadeguate. Basti pensare alla impossibilità di fruire dei servizi di didattica a distanza, i quali richiedono una banda minima superiore, ad esempio, a 2 mbps in download raggiungibili in alcune aree rurali e interne del Paese.

Vedi figura 4 in gallery. Differenze territoriali nella copertura della Fiber to the Home Fonte: elaborazione propria su dati AGCOM

Patrimonio culturale e turismo

In diverse strategie di coesione territoriale e sviluppo per le aree marginali, il turismo è giudicato come un’opportunità di sviluppo dell’economia locale, sebbene con differenti approcci. All’interno della spesa complessiva della SNAI, ben 145 milioni di euro sono stati investiti per la promozione del patrimonio culturale e ambientale: una somma inferiore solo alla spesa nel settore dei trasporti (circa 147 milioni), ma di gran lunga superiore alla spesa in tutti gli altri settori di intervento, come i servizi socio-sanitari (circa 79 milioni), l’istruzione (circa 80 milioni) e l’inclusione sociale (circa 13 milioni).

Gli interventi di sviluppo turistico proposti nelle strategie si rifanno ai modelli del turismo lento, sostenibile, emozionale ed esperienziale, che valorizzi i saperi locali e le conoscenze dei luoghi, per affermare l’unicità della destinazione e differenziarsi dai territori percepiti come concorrenti. Difatti, le misure delle strategie, oltre a finanziare la valorizzazione dell’heritage materiale, puntano fortemente sui patrimoni immateriali storico-culturali e su quello che viene definito il fattore umano di questi territori: le visioni, i valori, gli usi e le tradizioni distintive delle comunità locali.

L’approccio place-based della SNAI, che si fonda sull’aggregazione di diversi comuni e sulla rilevanza di risorse ed esigenze endogene per attivare processi di sviluppo, non sembra essere coerente con la prospettiva adottata, invece, dal PNRR.

Paradigmatico è il caso del Bando Borghi lanciato nel 2021 dal Ministero della Cultura in attuazione dell’intervento 2.1 Attrattività dei Borghi, con cui si è deciso di investire su un numero ristretto di aree periferiche privilegiate da tramutare in eccellenze turistiche attraverso la realizzazione di progetti pilota di rigenerazione culturale, sociale ed economica che prevedono l’insediamento di nuove funzioni, infrastrutture e servizi nel campo della cultura e del turismo. 

Tale approccio favorisce processi di messa a valore di certe specificità locali, sostanzialmente eterodiretto, che tende a sottovalutare i rischi connessi all’imposizione di una monocultura turistica e alla sua natura estrattiva. Alla lunga, l’effetto paradossale potrebbe essere quello di condurre verso una progressiva standardizzazione e de-territorializzazione dei processi di sviluppo locale e di accrescere, anziché ridurre, le fratture territoriali, rendendo luoghi già fragili ancor più dipendenti da attori, dinamiche e modelli esogeni, e quindi più vulnerabili e meno resilienti di fronte alle sfide della sostenibilità.

Rispetto a tale scenario, appare quindi necessario decostruire una narrativa che espone al rischio di una nuova ondata di turistificazione dei territori marginali e ricostruirla andando oltre l’idea di porre la periferia al servizio del rilancio dell’industria turistica, per valutare in modo più ambizioso il ruolo che il turismo può svolgere, attraverso un progetto di ri-territorializzazione, per la più ampia agenda della sostenibilità e in particolare per il benessere economico, ambientale e sociale delle comunità locali. 

Questa diversa prospettiva trova riscontro nell’adozione di una logica territorialista, che focalizza l’attenzione sulle potenzialità insite in quelle pratiche di innovazione prodotte dal basso, che sperimentano e sedimentano modelli alternativi di sviluppo locale fondati sulla valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale: esempi vincenti, in questo senso, sono le diverse esperienze di ecomusei che, al di là delle ricadute turistiche, sono funzionali a processi di riappropriazione dei territori da parte delle comunità locali.

Vedi figura 5 in gallery. Mappa di comunità dell’Alta Valle del Solano. Fonte: Ecomuseo del Casentino