Al Monastero dei Benedettini studiosi italiani e tedeschi si sono confrontati sulle possibilità dell'illusione nell'era digitale: dalla realtà virtuale applicata al teatro storico alla robotica, fino alle nuove forme di accesso e trasmissione del patrimonio culturale
Dove finisce la ricostruzione storica e dove inizia l'interpretazione? E cosa accade quando un robot sale sul palcoscenico o un visore ci permette di attraversare la Versailles del Seicento? Sono alcune delle domande al centro del convegno internazionale The Possibilities of Illusion: New Frontiers in Digital Humanities, ospitato al Coro di Notte del Monastero dei Benedettini e promosso dal Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Catania in collaborazione con l'Università di Stoccarda.
Un confronto interdisciplinare che ha riunito studiosi provenienti da ambiti diversi per riflettere su come le tecnologie digitali stiano trasformando non solo gli strumenti della ricerca umanistica, ma anche il nostro modo di concepire la realtà, la memoria e l'esperienza estetica.
Tra i temi individuati dal Comitato scientifico, composta da Kirsten Dickhaut, Agnese Amaduri e Milena Giuffrida, figurano la realtà virtuale, la robotica e il teatro, le edizioni digitali, la mappatura della memoria letteraria e la progettazione di nuove forme di accesso ai saperi.
«L'idea di questo convegno nasce dalla volontà di interrogare criticamente le possibilità offerte dalle tecnologie immersive», ha spiegato Agnese Amaduri, organizzatrice dell'evento e ricercatrice in Letteratura italiana al Disum di Unict. «Quando utilizziamo la realtà virtuale per ricostruire esperienze teatrali del passato, come nel caso di Versailles e del suo labirinto concepito come teatro virtuale, ci confrontiamo inevitabilmente con il rapporto tra ricostruzione filologica e interpretazione creativa», ha spiegato.
Un confine che, secondo la studiosa, non può essere definito in modo rigido: «Non esiste un limite netto, perché entrambe si fondano su un processo interpretativo. Anche la ricostruzione virtuale più accurata richiede scelte, ipotesi e modelli. L'interpretazione rappresenta la base epistemologica di entrambi gli approcci».
Un'altra riflessione emersa nel corso dei lavori riguarda il rapporto tra esseri umani e macchine nel contesto della performance teatrale. «Le tecnologie digitali stanno modificando non soltanto gli strumenti di ricerca, ma anche le categorie attraverso cui interpretiamo l'esperienza estetica e la nozione stessa di presenza scenica», ha osservato Kirsten Dickhaut, direttrice dello Stuttgart Research Focus Re/Producing Realities.
In questo scenario assume particolare rilievo il cosiddetto uncanny valley effect, l'effetto di inquietudine che si manifesta quando robot e avatar risultano eccessivamente simili all'essere umano: «Quando la somiglianza diventa troppo elevata, prevale una sensazione di disagio. Per questo motivo, nella progettazione di alcuni avatar si tende a evitare un'eccessiva imitazione delle caratteristiche umane».
«Le Digital Humanities si configurano così come un laboratorio privilegiato in cui tradizione umanistica e innovazione tecnologica dialogano continuamente, ridefinendo il concetto stesso di autenticità, presenza e rappresentazione – ha aggiunto -. Tra ricostruzioni immersive del passato e nuove forme di interazione con l'intelligenza artificiale, il convegno ha mostrato come il digitale non costituisca soltanto un insieme di strumenti, ma un nuovo spazio critico attraverso cui ripensare il rapporto tra sapere, esperienza e immaginazione».

Un momento dell'intervento della docente Agnese Amaduri
Autenticità e digitale: come cambiano memoria, ricerca e patrimonio nell’era delle tecnologie immersive
Le tecnologie immersive non si limitano a riprodurre il passato: lo reinterpretano, lo modellano e lo rendono accessibile attraverso nuove forme di esperienza. In questa intervista, la ricercatrice in Filologia della letteratura italiana al Disum di Unict, Milena Giuffrida, riflette su autenticità, sostenibilità degli archivi digitali e futuro delle Digital Humanities tra interdisciplinarità, standard aperti e nuove sfide istituzionali.
In che modo le tecnologie immersive, come la realtà virtuale e l'intelligenza artificiale, stanno modificando il concetto stesso di “autenticità” nell'esperienza e nella trasmissione del patrimonio culturale?
Le tecnologie immersive non distruggono l'autenticità: la risemantizzano. Una ricostruzione in realtà virtuale di uno spazio teatrale come il Teatro del giardino di Versailles del 1664, o la rimessa in scena digitale di un allestimento goldoniano, non riproduce un originale ma ne propone un'interpretazione modellizzata, esplicitamente ipotetica. L'autenticità si sposta così dal manufatto al processo: non “è autentico l'oggetto”, ma “è documentata e verificabile la catena di scelte che ha generato il modello”. È utile rileggere questo passaggio attraverso la categoria benjaminiana della perdita dell’aura: la riproduzione tecnica erode l'unicità hic et nunc dell'originale, ma genera nuove forme di esperienza e di accesso.
Immersività e intelligenza artificiale accentuano entrambi i poli — da un lato moltiplicano la presenza simulata e l'effetto di realtà, dall'altro rendono più urgente la trasparenza sullo statuto del dato. Il rischio specifico dell'IA generativa è il “colmare le lacune” in modo plausibile ma non documentato, producendo un'autenticità di superficie. La risposta metodologica, coerente con quanto pratichiamo nell'edizione digitale, è la tracciabilità: dichiarare ciò che è fonte e ciò che è ricostruzione, tracciare i modelli, conservare i metadati di provenienza. In questo senso le tecnologie immersive ci obbligano a ridefinire l'autenticità come autenticità documentaria e processuale, anziché come integrità materiale dell'originale.
Le Digital Humanities richiedono competenze sempre più interdisciplinari. Come stanno cambiando i percorsi formativi universitari per preparare studiosi capaci di dialogare sia con le metodologie umanistiche sia con quelle informatiche?
Le Digital Humanities hanno reso strutturale un problema che la filologia conosceva già: nessuno studioso possiede per intero le competenze necessarie a un progetto complesso. Sul piano dei contenuti, accanto alla formazione umanistica si consolidano insegnamenti di codifica testuale secondo lo standard TEI (Text Encoding Initiative), di modellazione e gestione dei dati, di edizione scientifica digitale: non per trasformare i filologi in informatici, ma per renderli interlocutori competenti, capaci di formulare correttamente i problemi e di dialogare con chi sviluppa. Sul piano organizzativo, il modello più maturo non è il “tuttologo digitale” ma il gruppo realmente interdisciplinare, in cui umanisti, informatici e bibliotecari condividono un linguaggio comune e responsabilità esplicite — come mostra questo stesso convegno, costruito tra Catania e Stoccarda.
Restano due nodi istituzionali. Il primo è il riconoscimento accademico: la valutazione della ricerca privilegia ancora monografia e articolo, mentre edizioni digitali, dataset e infrastrutture faticano a essere riconosciuti come prodotti scientifici a pieno titolo. Il secondo è la continuità delle competenze: molte figure tecniche lavorano su contratti a termine legati ai singoli progetti, rendendo fragile l'accumulo di know-how. Una formazione efficace, quindi, riguarda non solo i curricula degli studenti ma anche la creazione di percorsi di carriera stabili per i profili ibridi, a cavallo tra metodo umanistico e metodo computazionale.

In foto da sinistra Lena Wahl, Kirsten Dickhaut, Milena Giuffrida e Agnese Amaduri
I progetti dedicati alla memoria letteraria del Sud Italia e al Verismo digitale mostrano come il digitale possa valorizzare patrimoni spesso poco accessibili. Quali strategie adottate per garantire la sostenibilità di questi archivi nel lungo periodo e impedirne l'obsolescenza tecnologica?
La sostenibilità è il vero banco di prova di questi archivi, perché un archivio digitale non è un prodotto finito ma un organismo da mantenere. Il primo livello è la conservazione del dato: separare nettamente contenuto e presentazione, codificando i testi in formati aperti e standard — come XML/TEI — così che restino leggibili e riutilizzabili anche quando l'interfaccia attuale sarà superata. Un dato ben strutturato in formato aperto sopravvive al software che oggi lo mostra; un dato chiuso in una piattaforma proprietaria muore con essa. Il secondo livello è la reperibilità nel tempo: identificatori persistenti (DOI, handle) e deposito in repository affidabili riducono il problema dei link che si disattivano e disancorano l'archivio dalla singola macchina.
Il terzo livello, il più difficile, è istituzionale: l'obsolescenza si previene con un modello di governance, documentando l'architettura, rendendo codice e schemi aperti e riusabili, e agganciandosi fin dall'inizio a infrastrutture durevoli come i consorzi europei DARIAH e CLARIN, o le università. La sostenibilità va progettata a monte, non rincorsa a valle: decidere già in fase di disegno chi conserverà i dati, con quali standard e quali risorse, preferendo soluzioni semplici e ben documentate a soluzioni spettacolari ma effimere.
L'intervento “How FAIR Is Pirandello?” richiama il tema degli standard aperti. Quanto è importante, oggi, che i progetti di Digital Humanities siano realmente interoperabili e riutilizzabili da altri studiosi? E quali ostacoli culturali o istituzionali incontrate ancora in questa direzione?
L'interoperabilità è oggi una condizione di scientificità, non un optional tecnico. Misurare l'Edizione Nazionale digitale dell'opera di Pirandello rispetto ai principi FAIR significa chiedersi se quei dati siano davvero Findable, Accessible, Interoperable e Reusable — l'acronimo formulato da Wilkinson nel 2016. Un'edizione leggibile solo dall'interno della propria piattaforma tradisce una promessa fondativa del digitale: che altri studiosi possano interrogare, confrontare e riusare i dati in contesti non previsti da chi li ha prodotti. Per questo lavoriamo su standard aperti come la codifica TEI, su metadati strutturati e su un'architettura che distingua testo e visualizzazione; Pirandello Nazionale è del resto pensato per una usabilità scalabile in base ai diversi profili di lettore, e questa pluralità di usi presuppone dati ben modellati e riutilizzabili.
Gli ostacoli sono più culturali e istituzionali che tecnici. Sul piano culturale persiste una concezione “proprietaria” del lavoro filologico: l'edizione come opera conclusa e firmata più che come risorsa aperta al riuso. Sul piano istituzionale pesano la frammentazione delle iniziative — ciascun progetto costruisce la propria piattaforma su misura, riducendo l'interoperabilità — e la difficoltà a riconoscere dataset ed edizioni digitali come prodotti valutabili della ricerca.

Il Comitato scientifico e i relatori
Digital Humanities e nuove forme della rappresentazione: a Catania il dialogo internazionale tra ricerca, innovazione e studi letterari
Ad aprire i lavori, nei locali del Coro di Notte, la prof.ssa Marina Paino, presidente della Società Italiana per lo Studio della Modernità Letteraria; Orazio Portuese, delegato del rettore dell'Università di Catania alla Ricerca per il settore umanistico; Andrea Manganaro, presidente dell'ADI-SD (Associazione degli Italianisti – Sezione Didattica); Antonio Di Silvestro, direttore del Centro di ricerca CINUM; Lena Wahl, Office of the Rectorate – Assistant to the Vice Rector for Science Transfer and International Affairs dell'Università di Stoccarda; e Kirsten Dickhaut, direttrice dello Stuttgart Research Focus "Re/Producing Realities" e responsabile delle cattedre di Letterature romanze (francese e italiana) dell'ateneo tedesco.
Nel suo saluto inaugurale, la prof.ssa Marina Paino ha dato il benvenuto ai partecipanti, esprimendo soddisfazione per l'avvio di un confronto scientifico internazionale ospitato negli spazi del Dipartimento di Scienze umanistiche: «Siete i benvenuti nel nostro monastero e nel nostro Dipartimento. Questo luogo, così ricco di storia e bellezza, farà da cornice a giornate di studio e di dialogo che auspichiamo siano proficue sia sul piano scientifico sia su quello umano».

Un momento dell'intervento della prof.ssa Marina Paino
Portando i saluti del rettore Enrico Foti, il prof. Orazio Portuese ha evidenziato come «il convegno rappresenti pienamente alcune delle principali linee strategiche dell'Università di Catania, a partire dall'internazionalizzazione e dalla valorizzazione del dialogo tra discipline diverse».
«Le Digital Humanities ci ricordano che non si tratta semplicemente di introdurre nuovi strumenti nella ricerca, ma di formulare nuove domande e nuove prospettive di indagine», ha aggiunto il delegato del rettore.
Secondo il docente, una delle «missioni fondamentali dell'università contemporanea consiste proprio nel creare spazi di confronto nei quali competenze differenti possano incontrarsi e generare nuove forme di conoscenza». E ha inoltre ricordato «i consolidati rapporti tra l'ateneo catanese e il sistema universitario tedesco, sviluppati attraverso programmi di mobilità, progetti di ricerca condivisi e percorsi formativi congiunti», ringraziando la professoressa Agnese Amaduri per il costante impegno nel rafforzamento della collaborazione con l'Università di Stoccarda. «Il cammino è la meta», ha concluso, richiamando il valore del processo di costruzione di una comunità scientifica internazionale.

Un momento dell'intervento del prof. Orazio Portuese
Andrea Manganaro, docente del Disum di Unict, ha posto l'accento sull'importanza dell'internazionalizzazione per il futuro degli studi italianistici, sottolineando «il ruolo svolto dall'Associazione degli Italianisti nel promuovere occasioni di incontro e di cooperazione tra studiosi provenienti da diversi Paesi».
Il presidente dell'ADI-SD ha ricordato le numerose iniziative che negli ultimi anni hanno «favorito il dialogo con la comunità degli italianisti tedeschi», evidenziando come il convegno costituisca un'ulteriore opportunità per consolidare i rapporti tra l'Università di Catania e quella di Stoccarda.
Il prof. Manganaro ha, inoltre, espresso apprezzamento per la scelta del tema al centro dell'iniziativa, osservando come «il rapporto tra realtà, rappresentazione e illusione sia una questione che attraversa da secoli la riflessione letteraria e teatrale, da Platone e Aristotele fino alla modernità». «Le tecnologie contemporanee ripropongono interrogativi antichi, che riguardano il modo in cui interpretiamo il reale e il confine, spesso sottile, tra esperienza e finzione», ha aggiunto.
A seguire il prof. Antonio Di Silvestro ha presentato il CINUM – Centro di Informatica Umanistica dell'Università di Catania, istituito nel 2017 all'interno del Dipartimento di Scienze umanistiche con l'obiettivo di promuovere la ricerca nel campo delle Digital Humanities applicate agli studi letterari, linguistici e filologici.
«Il Centro riunisce docenti, ricercatori, dottorandi e giovani studiosi impegnati in attività che spaziano dall'archiviazione digitale dei testi alla linguistica computazionale, dalla filologia digitale alla progettazione di banche dati specialistiche – ha detto il docente del Disum di Unict -. A questi ambiti si affiancano riflessioni teoriche ed epistemologiche sulle trasformazioni introdotte dai nuovi media nella produzione e nella diffusione della conoscenza». «Ci auguriamo che il dialogo sviluppato nel corso di queste due giornate possa rafforzare e arricchire le nostre ricerche, aprendo nuove prospettive di collaborazione interdisciplinare», ha affermato.

In foto da sinistra Antonio Di Silvestro, Agnese Amaduri, Andrea Manganaro, Kirsten Dickhaut e Lena Wahl
A nome dell'Università di Stoccarda, Lena Wahl ha offerto una panoramica dell'ateneo tedesco, illustrandone la forte vocazione internazionale e interdisciplinare. «L'Università di Stoccarda, che conta oltre 20 mila studenti distribuiti in dieci facoltà, è riconosciuta a livello internazionale per il cosiddetto "Stuttgart Way", un approccio che favorisce l'integrazione tra ingegneria, scienze naturali, scienze sociali e discipline umanistiche», ha detto la docente.
«L'ateneo collabora stabilmente con importanti istituti di ricerca, tra cui centri Fraunhofer e Max Planck, e sviluppa progetti di eccellenza in diversi ambiti strategici. «Spero che questo incontro possa rappresentare un'occasione di ispirazione e contribuire a individuare nuovi progetti e ulteriori possibilità di collaborazione tra le nostre due università», ha aggiunto in chiusura di intervento.