A Catania, nello spazio 2Lab, la mostra fotografica Appunti per un film sul Benin nasce dagli scatti del regista e docente Alessandro De Filippo, ma prende forma attraverso il montaggio visivo e la sensibilità dei suoi allievi dell’Accademia di Belle Arti
Il professore scatta le fotografie, gli studenti le trasformano in racconto. Succede a Catania, dove la mostra Appunti per un film sul Benin ribalta i ruoli tradizionali dell’aula e diventa un esperimento collettivo di sguardi, montaggio e interpretazione.
Negli spazi di 2Lab (via Porta di Ferro, 36), il backstage africano del regista Alessandro De Filippo si intreccia con la visione dei giovani curatori dell’Accademia di Belle Arti, presieduta dalla prof.ssa Lina Scalisi, dando vita a un reportage corale tra cinema, memoria e immaginazione.
Un racconto visivo - attraverso 29 fotografie - nato dagli scatti dei sopralluoghi e del backstage realizzati in Africa da Alessandro De Filippo, regista e docente del Corso di Cinema dell’Accademia di Belle Arti di Catania, a margine del film dedicato all’orfanotrofio di Kouande, gestito dalle suore agostiniane, e ai suoi piccoli ospiti, che venerdì 29 maggio ha aperto le porte ai visitatori.

Appunti per un film sul Benin (cornice in legno di pallet riciclato)
Protagonisti indiscussi i “narratori” fotografici, gli studenti dell’Accademia delle Belle Arti di Catania Gabriele Di Gloria, Gloria D’Agostino, Luna Feola, Jessica Sottile, Sergio Bottaro, Placido Indelicato e Lorenzo Battaglia presenti all’inaugurazione, con il docente-fotografo Alessandro De Filippo e i docenti della Scuola di Fotografia.
La mostra è una coproduzione tra Accademia di Belle Arti - progetto C-Fabit finanziato con fondi Pnrr - e Università di Catania, grazie al contributo del gruppo di ricerca Piaceri/MigrAIre - guidato dalla professoressa Cetti Rizzo del Dipartimento di Scienze umanistiche dell’Università di Catania, mentre alla presentazione è intervenuta la docente Manuela D'Amore - ed è realizzata con il supporto di 2Lab di Carmelo Stompo, che ne ha curato l’allestimento e ha “mediato” e coordinato le scelte degli studenti, con un ruolo di facilitatore della comunicazione.

I "narratori" fotografici
C-Fabit - Cinematic Futures: Bridging Art, Technology and Interdisciplinary Training è un progetto dell’Accademia di Belle Arti di Catania (ente capofila) mirato a trasformare l’Abact in un hub per la produzione cinematografica utile anche ai professionisti del cinema, fornendo così un supporto logistico e strategico per le case di produzione che sempre più spesso scelgono la Sicilia come set privilegiato per film, serie televisive, documentari storici e scientifici, spot pubblicitari.
Dal punto di vista didattico e formativo gli studenti possono così avere a disposizione un incredibile laboratorio teorico-pratico, completando sul campo le competenze professionali connesse al mondo del cinema.

Gli studenti con Carmelo Stompo
Il film, girato da De Filippo con alcuni studenti del corso di Cinema secondo la formula del documentario partecipativo - e dunque in parte girato dagli stessi ragazzini di Kouande - è in fase di montaggio ed è prodotto da Abact nell’ambito del progetto C-Fabit, sviluppato con il coordinamento scientifico di Gianpiero Vincenzo, docente della stessa Accademia.
A rendere originale la mostra è l’inconsueta collaborazione tra il docente e i suoi studenti e che vede questi ultimi nel ruolo di “curatori”. A selezionare e costruire la narrazione fotografica, infatti, sono stati gli allievi del corso di Fotografia dell’Accademia, coinvolti nelle lezioni di Storia della fotografia e reportage tenuto dallo stesso De Filippo. Ne è nata una rilettura collettiva, un racconto visivo autonomo e aperto a molteplici interpretazioni da condividere con il pubblico dei visitatori.

Studentesse e studenti insieme con Alessandro De Filippo e Carmelo Stompo
«Ogni immagine - spiega Alessandro De Filippo - è polisemica e può narrare tante storie. Solo la loro sequenza, grazie al montaggio voluto dagli studenti, le dona senso compiuto. Come nel “Castello dei destini incrociati” di Italo Calvino, le stesse immagini possono raccontare storie diverse, a seconda dello sguardo di chi le attraversa».
De Filippo, nel suo intervento, ha sottolineato anche il valore pedagogico e condiviso dell’esperienza: «Qui le fotografie sono un tappeto di segni incoerenti e confusi. Le studentesse e gli studenti di Fotografia le hanno scelte per farne una narrazione propria, immaginata, a tratti un po’ inventata».
A seguire Gianni Latino, Direttore Abact: «Questa mostra fotografica rappresenta un esempio significativo di come il linguaggio cinematografico possa generare ulteriori percorsi artistici e di ricerca visiva. Il lavoro degli studenti del Corso di Fotografia sulle immagini realizzate dal regista e docente Abact Alessandro De Filippo testimonia una sensibilità autentica verso il racconto umano e culturale, trasformando l’esperienza documentaria in un progetto espositivo di grande valore. Le immagini selezionate dagli studenti restituiscono la complessità, la dignità e la forza dei luoghi e delle persone coinvolte da De Filippo nel documentario partecipativo finanziato dal Pnrr. E ci restituiscono un ulteriore contributo nel solco della ricerca artistica contemporanea di cui le Accademia d’Italia sono laboratorio di idee in perenne evoluzione».
La mostra è visitabile nei pomeriggi di martedì e venerdì, dalle 16 alle 19. Sabato e domenica su prenotazione. Ingresso libero e gratuito.

Uno degli scatti della mostra
“Scatto per comprendere”: Alessandro De Filippo racconta il suo Benin tra cinema, fotografia e relazione
Un viaggio lungo 27 ore da Catania all’Africa occidentale, un orfanotrofio nel Nord del Benin, un documentario partecipativo, un libro e una mostra fotografica costruita insieme agli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania.
In questa intervista, Alessandro De Filippo ripercorre la nascita del progetto Appunti per un film sul Benin: un’esperienza di ricerca artistica e umana che attraversa immagini, incontri e storie, mettendo al centro una parola chiave: relazione.
Dov’è il Benin?
Il Benin è un Paese dell’Africa Occidentale, che confina a Est con la Nigeria, a Ovest con il Togo, a Nord-Est con il Niger e a Nord-Ovest con il Burkina Faso. A Sud si affaccia sull’Oceano Atlantico, con due importanti porti commerciali, Port Novo, che è la Capitale, e Cotonou, che è la città più popolosa e importante, grazie anche alla presenza dell’aeroporto internazionale.
Il viaggio per arrivare a Cotonou, da Catania, dura circa 27 ore e prevede almeno 3 voli diversi.
Il Benin è un Paese in pace, a differenza degli Stati confinanti: infatti in Niger due anni fa c’è stato un colpo di stato e così anche in Burkina Faso, tre anni e mezzo fa. Con i golpe sono stati cacciati i francesi e adesso sono arrivati i russi, soprattutto i paramilitari della Wagner.
Nel Nord Est del Paese c’è un problema con i jihadisti di Boko Haram, provenienti dalla Nigeria, quindi tutto il confine Nord del Paese è chiuso al passaggio dei civili, perché è presidiato dall’esercito. Purtroppo la zona irraggiungibile è uno dei parchi naturali tra i più belli dell’Africa, ma al momento resta precluso allo sguardo dei turisti, per motivi di sicurezza.
In Benin si respira tuttavia un clima di pace e di serenità, soprattutto grazie al dialogo interreligioso, tra differenti culture. Il 43% della popolazione è cristiana, soprattutto protestante – i cosiddetti Cristiani Celesti –, il 33% è di fede musulmana, il 17% è adepta del Vodun e una parte dei villaggi rurali del Nord pratica il gris-gris, cioè quell’insieme di credenze tradizionali perlopiù di tipo animista.

Adjarra, il fiume nero
Come sono finito in Benin?
Lì opera l’Ong Anan, che in lingua adja significa «ponte». È presieduta da una volontaria piemontese, Elisa Zaccagna, che realizza una serie di progetti di Cooperazione Internazionale. Oggi, a Pahou, in un villaggio sabbioso a 45 minuti di auto da Cotonou c’è una casa famiglia che accoglie bambini vulnerabili, la Maison des Espoirs.
L’Ong Anan ha realizzato anche 13 pozzi di acqua potabile, nel Nord povero della regione dell’Atacora. Avere un pozzo spesso permette di eliminare le malattie dovute alla cattiva igiene dell’acqua, soprattutto in stagione secca. Invece di attingere da acquitrini o rivoli fangosi, spesso infestati del velenosissimo mamba verde, le donne e i bambini – che sono le persone deputate alla raccolta d’acqua – possono attingere con bacinelle e bidoni dai pozzi realizzati dalla ONG beninese.
Elisa, la sua collaboratrice Abibatou Mawugbe e i volontari provenienti dall’Italia seguono anche un progetto che garantisce l’inserimento scolastico a oltre 210 bambini.
Ultimamente l’Ong Anan ha realizzato anche delle stazioni di ricarica elettrica dei cellulari a energia solare, grazie a una convenzione con i dottorandi dell’Università di Barcelona, che hanno ideato il progetto.

Clementine si appoggia al muro per dare stabilità alla ripresa
Perché realizzare una mostra fotografica?
Questa mostra fa parte di un progetto più ampio, che nasce nel 2023, quando per la prima volta Elisa mi ha portato nel villaggio rurale di Kouande, nell’Atacora. Lì ho trovato uno dei luoghi che più amo sulla terra, l’Internat de Kouande, un orfanotrofio gestito dalle suore agostiniane per proteggere bambine e bambini vulnerabili. Ho deciso di realizzare un documentario partecipativo, intitolato Je suis, grazie al finanziamento di C-Fabit, progetto Pnrr dell’Accademia di Belle arti di Catania, e di scrivere un libro, edito da Villaggio Maori, che si intitola Fuoricampo.
La terza articolazione visiva e narrativa di quest’unico progetto è la mostra fotograficaAppunti per un film sul Benin, che scambia con il film e con il libro impressioni e intuizioni, come fossero vasi comunicanti.
Il documentario è stato realizzato insieme a una studentessa, Eleonora Randazzo (camera), e due studenti, Davide Ferro (suono) e Felice Scuderi (editing), ma anche grazie alla produzione esecutiva di Giuseppe Consales, al color grading di Donato Canosa e alle musiche di Carlo Natoli.
Il libro ha visto la luce grazie all’editing di Vera Strano e alla casa editrice Villaggio Maori.
L’articolazione narrativa delle fotografie della mostra è opera di sette studenti dell’Accademia di Belle arti di Catania, provenienti dal corso di Storia della fotografia e del reportage: Lorenzo Battaglia, Sergio Bottaro, Gloria D’Agostino, Gabriele Di Gloria, Luna Feola, Placido Indelicato, Jessica Sottile. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza 2LAB e Carmelo Stompo, che ne è l’anima.
La mostra è stata sostenuta anche dal progetto di ricerca Piaceri MigrAIre del Dipartimento di Scienze Umanistiche, dell’Università di Catania.

Uno degli scatti in mostra
Perché «Appunti per un film sul Benin»?
Certe volte i sopralluoghi per un documentario diventano un documentario. È stato così per Salaam cinema di Mohsen Makhmalbaf, per A,B,C Africa di Abbas Kiarostami e per Appunti per un’Orestiade Africana di Pier Paolo Pasolini. Certe volte raccogli appunti che diventano un archivio o una raccolta di novelle. Io non scatto fotografie per ricordare, non costruisco souvenir di viaggio. Scatto per comprendere, per prendere dentro di me luoghi e persone, il vecchio cieco, la tata somba, il baobab maestoso, i tamburi, il fiume nero di Adjarra e la foresta sacra.
La fotografia è microscopio e telescopio, strumento supremo di analisi di laboratorio e quaderno di poesie. Non è scienza e non è arte. È la danza sul confine che le separa.
Mostra viene dal verbo latino monstrare, rendere visibile un segno, un prodigio.

Alessandro De Filippo mentre illustra la mostra fotografica
Qual è la parola chiave di questo progetto?
La parola è relazione. Nonostante la differenza della lingua – io capisco, ma non parlo il francese, né capisco il baribà o il ditamarì –; nonostante la lontananza delle tradizioni culturali; nonostante la differenza d’età, con i miei 54 anni suonati potrei essere il nonno dei bambini di Kouande; nonostante io sia bianco, jovò come dicono loro; nonostante io sia illuminista, scientista, scettico, workaholic, amante della pizza e del basket, cioè non abbia nulla, ma proprio nulla in comune con tutti loro, io ho sentito un legame, che è stato costruito con gli sguardi, i sorrisi, i gesti quotidiani.
Questo legame, che era forse curiosità, è diventato una relazione umana, che non so definire, ma che mi sembra un elemento importante da raccontare in un’epoca di conflitti armati e di pratiche violente di confronto.
Chi sono io?
Io sono Alessandro De Filippo, non sono un fotografo professionista, non sono un regista, non sono uno scrittore. Sono un ricercatore. Giro documentari, scrivo libri, scatto fotografie e tutti questi sono i miei strumenti di ricerca.

Alessandro De Filippo con i bambini del Villaggio di Manta


