Dal Sud America al Mediterraneo, fino al Medio Oriente: al Festival “Il giornalismo che verrà” il confronto sul ruolo dell’informazione nel raccontare le crisi globali
Dietro le guerre e le emergenze che segnano il nostro tempo si nascondono reti di potere, criminalità e disuguaglianze sempre più difficili da decifrare. La complessità del mondo che viviamo non dipende soltanto dai conflitti che lo stanno insanguinando. Ma anche dagli intrecci di potere che stanno alla base della loro esistenza e che sono sempre più difficili da scorgere e da sradicare.
Una realtà che riguarda da vicino il Sud America, dove l’autorità dello stato da anni è minacciata dalla capillarità della criminalità organizzata: «In alcuni luoghi – ha sottolineato Javier Barber Moreno, già direttore di El País e ospite d’apertura dell’incontro de “Il giornalismo che verrà” che si è tenuto all’interno dell’Anfiteatro romano di Catania – autorità costituita e crimine sono la medesima entità. In Stati come l’Ecuador, la Bolivia, la Colombia, il Messico, si percepisce una sorta di impotenza dinanzi a tutto questo. Ma la questione non è solo il proliferare della violenza: ma anche le conseguenze che questa innesca, ovvero la paura e lo scivolamento verso forme estreme di dittatura».
Un clima preoccupante, alimentato anche dalla trasformazione a cui stanno andando incontro i valori occidentali: «La politica degli Stati Uniti negli ultimi anni ha spazzato via secoli di storia in cui ci si è battuti affinché la concentrazione del potere non finisse nelle mani di una sola persona. La democrazia rischia di sparire sotto i nostri occhi. Ma non bisogna perdere la fiducia: la mia generazione forse ha fallito nel costruire un mondo migliore di quello che abbiamo adesso, ma adesso è il turno dei giovani. Ogni generazione ha la sua battaglia da combattere e i mezzi da trovare per farlo. Questo vale anche per il giornalismo, che può ancora assolvere alla sua funzione sociale di denunciare ciò che non funziona».

In foto Giorgio Romeo e Javier Moreno Barber
E se l’America Latina rappresenta un fronte caldo e fondamentale per interpretare il nostro tempo, non certo meno rilevante appare la frontiera del Mediterraneo, con le sue criticità e le sue specificità: «Avere una visione del futuro – ha affermato Antonello Piraneo, direttore del quotidiano La Sicilia – significa comprendere che le questioni mediterranee hanno un impatto diretto sulla nostra quotidianità. Come giornale locale, rimanere aderenti al nostro territorio di riferimento senza rinunciare ad interfacciarsi con le realtà globali è una sfida, che però dobbiamo necessariamente porci. A maggior ragione in un’epoca che spesso sacrifica l’approfondimento in nome di un’informazione fugace».
Sulla stessa lunghezza d’onda Roberto Natale, consigliere d’amministrazione Rai: «Ciò che serve è alzare lo sguardo. Raccontare temi complessi come le migrazioni non semplicemente quantificando gli arrivi sulle nostre coste, ma andando alle origini, scavando in profondità. Come servizio pubblico, dobbiamo e possiamo fare di più: non limitandoci ad inseguire le curve d’ascolto, ma cercando di trasmettere quanto temi fondamentali come questi si intreccino alle nostre vite. Responsabilità significa anche sforzarsi di essere cittadini più consapevoli».

In foto Ornella Sgroi, Roberto Natale e Antonello Piraneo
Con il medesimo approccio sarebbe necessario guardare anche ad un’altra area dagli equilibri fragili: quella del Medio Oriente, teatro di un dolore che parole e immagini si impegnano a testimoniare nonostante le difficoltà: «Quando raccontiamo una storia - ha spiegato Marta Bellingreri, giornalista freelance e ricercatrice esperta di mondo arabo - tentiamo di trovare un equilibrio difficilissimo tra la necessità di fare un passo indietro, per rispettare le persone che stanno attraversando il dolore, e quella di fare uno in avanti, per fare in modo che quello stesso dolore venga percepito».
«Il rischio di non calarsi dentro ciò che vogliamo raccontare è fermarci a stereotipi che danno una visione limitata della realtà: come accade al mondo femminile di quelle zone, che spesso non viene raccontato per ciò che è. Ovvero il promotore di organizzazione della società civile», ha aggiunto.

In foto Joshua Nicolosi, Marta Bellingreri, Alessio Mamo
Anche il fotoreporter freelance Alessio Mamo ha riflettuto sul tema, dal punto di vista di chi si occupa di narrazione attraverso le immagini: «Nei contesti in cui mi ritrovo quando scatto, una fossa comune di Yazidi in Iraq o il funerale di un’intera famiglia in Ucraina, è sempre complicato approcciare emotivamente certe situazioni».
«Ma se riesci ad incanalare questa rabbia, questa sofferenza, allora riesci a fare il tuo dovere – ha aggiunto -. A volte, il fotografo sente di dover andare oltre nel ritrarre qualcuno non perché non sia rispettoso, ma perché è necessario conferire dignità a ciò che viene fotografato. Il mio compito è rendere giustizia ad una storia. Ed essere testimone per una giustizia che spero prima o poi arriverà».

L'Anfiteatro visto dall'alto durante l'evento
Promosso dalla Fondazione Giornalismo Mediterraneo ETS in collaborazione con l’Università di Catania, il Festival è realizzato grazie al supporto finanziario della Scuola Superiore di Catania nell’ambito del progetto SAFI3 – Sinergie per orientare e promuovere un’Alta Formazione Innovativa, Interdisciplinare, Internazionale (PNRR) e al sostegno di Crédit Agricole e Unipol. Con i patrocini di: Comune di Catania, Ordine dei Giornalisti di Sicilia e RAI. Location partner: Isola Catania; hospitality partner: Hotel Faraglioni, Acitrezza.