Anna Rosa Gagliano, dottoressa in Lettere moderne e studentessa del corso di laurea magistrale in Filologia Moderna a Unict, presenta la sua prima raccolta di racconti “Senza offesa”
Dal Salone del libro di Torino al Festival Il mare colore dei libri del Parco Archeologico di Lilibeo a Marsala, dal Festival del Torto a Prizzi alla Legatoria Prampolini di Catania e da Una marina di libri a Palermo alle Conversazioni d’autore a Tenute Plaia di Scopello: la raccolta di racconti di Anna Rosa Gagliano dal titolo Senza offesa, nel giro di un anno, ha già percorso molta strada.
Edita da Navarra editore, la raccolta inaugura la collana di narrativa Itaca – a cura di Claudio Fava e della Scuola di scrittura Itaca – rivolta ai «giovani talenti che sappiano raccontare il nostro tempo, un tempo spesso indecifrato, sfuggente, eppure suggestivo», come si legge sin dalla prefazione alla raccolta, firmata dallo stesso Fava. Senza offesa si compone di dodici racconti, in cui la penna affilata di Anna Rosa ritrae «giovani donne, giovani uomini, tutti poco più che ragazzi, creature di un mondo che non (sembra, ma) è (anche) il nostro».
La scintilla di Senza offesa si accende nel corso di un laboratorio di scrittura creativa, tenuto proprio da Claudio Fava. Quest’ultimo è stato la guida di Anna Rosa e l’ha seguita durante l’intero percorso scrittorio, aiutandola a trovare e liberare la propria voce. Attenta ai dettagli e a irretire, sin dalle prime battute, i lettori, Anna Rosa presenta spazi e corpi eterotopici e li descrive con un linguaggio essenziale, «irriverente», per cui non servono «effetti speciali», ma semplicemente storie e personaggi che colpiscono il lettore e – in un climax ascendente perfettamente controllato – lo lasciano, alla fine, quasi senza fiato. Anna Rosa ci mostra una realtà in crisi, crudele ma vera, un mondo feroce e franto, in cui non esistono vite perfette, né happy ending.
Il patto rappresenta quella scintilla che ha dato origine a Senza offesa, è il primo racconto scritto da Anna Rosa ed è anche il racconto d’apertura della raccolta. In questa prima prova d’autrice, una vicenda (apparentemente) normale assume sfumature inquietanti. Il lettore segue i protagonisti a una festa e si immerge nell’oscurità dell’umano, posto di fronte ai propri demoni interiori: questa è la condizione della maggior parte dei personaggi di Senza offesa.
Il lettore, disorientato, viene risucchiato all’interno della storia e ne diventa protagonista lui stesso grazie all’utilizzo della narrazione in seconda persona, tecnica sperimentata da Anna Rosa in diversi racconti della raccolta, oltre che ne Il patto, anche ne La rosa e il girasole, Eros e Thanatos e Anima bella. Mentre Una lieve amnesia e Solo lei conservano un tipo di narrazione condotta in terza persona, Senza offesa – il racconto che presta il titolo alla raccolta – è l’unico a procedere attraverso la narrazione in prima persona: il fidanzato della protagonista è sparito e lei è incinta, eppure, ancora una volta, il comportamento della ragazza – come degli altri personaggi raccontati da Anna Rosa – non ripete nessun cliché.
Eros e Thanatos, vita e morte, Dio e Satana: i contrasti forti che abitano le pagine di Senza offesa e conducono i protagonisti ad agire in un certo modo – determinando, in parte, anche la loro fine – non intrecciano la biografia dell’autrice. Ciò che i personaggi vivono non rispecchia situazioni direttamente esperite da Anna Rosa, tuttavia, queste la toccano in quanto essere umano, appartenente a una comunità più ampia, fragile e in crisi.
A sopperire alla mancanza d’esperienza è l’immedesimazione: «lo spunto biografico è una virgola, tutto il resto è ricamo narrativo – spiega l’autrice – l’importante è essere in grado, pur partendo dai limiti dell’esperienza biografica, di andare a proiettarsi in altri orizzonti, in storie che non mi appartengono, ma che posso sentire vicino grazie al fatto che siamo capaci di immedesimarci». La scrittura le offre questa possibilità e Anna Rosa può immaginare e sentire sulla propria pelle le diverse storie che racconta, scriverle e, poi, permettere anche al pubblico di vederle.

La studentessa-scrittrice Anna Rosa con una copia di "Senza offesa"
“Senza offesa: la scrittura come sguardo sulle ombre della realtà”
In occasione dell’uscita di Senza offesa, raccolta d’esordio di Anna Rosa Gagliano, studentessa di Filologia moderna, pubblicata nella nuova collana editoriale curata da Claudio Fava per la scuola Itaca di Navarra Editore, abbiamo incontrato la scrittrice per ripercorrere il suo percorso creativo. Un dialogo che attraversa la genesi del libro, il laboratorio di scrittura, le scelte stilistiche e tematiche, fino al rapporto con i suoi personaggi e alla visione della scrittura come strumento di indagine delle zone d’ombra della contemporaneità.
Ad Anna Rosa brillano gli occhi quando parla della sua creatura. La pubblicazione le ha regalato un sogno in cui pensava di non credere più. Adesso, però, può stringerlo tra le mani e condividerlo con quanti vorranno calarsi, insieme a lei, negli abissi dei suoi personaggi.
Come nasce "Senza Offesa" e quale è il percorso che ti ha portata alla pubblicazione? Un viaggio in cui, come stavi accennando, sei stata supportata proprio dalla scuola di scrittura Itaca.
Sì, Senza offesa è un libro che nasce dal confronto con Claudio Fava e dalla partecipazione a uno dei suoi laboratori di scrittura creativa, durante il quale è nato il primo racconto, Il patto. L'idea di una raccolta, la possibilità mi è stata offerta proprio da Claudio. A lui devo tantissimo, non solo per la stesura della raccolta, ma anche perché mi ha aiutato ad affinare lo sguardo e a non affezionarmi troppo alle parole e a quello che scrivo.
A proposito di Claudio Fava, com’è stato lavorare con lui, che tipo di rapporto si è instaurato e come avete impostato il lavoro?
Lavorare con Claudio è stata un'esperienza magnifica, che porterò sempre nel cuore. Lo è ancora, in realtà, ci confrontiamo, lui sa essere una persona molto presente. Lo ringrazio per avermi aiutata a crescere al livello stilistico, come non sarei mai riuscita a fare da sola, e per avermi fatto capire quali sono i limiti che si possono avere nella scrittura, ma anche quali prospettive, occasioni nascono dal confronto con la pagina bianca. Voglio molto bene a Claudio, è una persona fantastica, che mi ha permesso di realizzare un sogno al quale non credevo più, ossia quello di arrivare alla pubblicazione.
Senza offesa è una raccolta di dodici racconti, come mai la scelta di una forma di narrazione breve e perché la prosa?
Perché i racconti? Be’, il racconto è il culmine di qualcosa e, nella sua essenzialità – perché un racconto deve essere essenziale – spinge un po’ al limite sia quella che è la scrittura sia quella che è l'azione, la trama del racconto stesso. Dal mio punto di vista, la prosa, la prosa breve – nel mio caso i racconti sono molto brevi – porta a dover dire tutto il necessario, senza parole superflue; in più, credo che l'uso della seconda persona possa portare a quel senso di claustrofobia che a me piace tantissimo generare al livello stilistico.
Parleremo più avanti di questa scelta della seconda persona, ma intanto partiamo dal titolo, Senza offesa, che ha origine proprio da uno dei racconti. Come mai proprio quel racconto (che diventa un po’ il simbolo dell'intera raccolta)?
Il racconto Senza offesa credo sia il racconto più cruento dell'intera raccolta, quello forse un po’ più viscerale. L'idea del titolo non è stata mia, ma è stata un'idea di Claudio. Si rifà, in realtà, a quella che è l'ultima battuta del racconto e quell'ultima battuta ha assunto, prima, il titolo del racconto e, poi, il titolo dell'intera raccolta.

Anna Rosa insieme con lo scrittore e giornalista Claudio Fava
Qual è il racconto a cui dai un peso maggiore o che riveste per te un significato particolare e per quale motivo?
Sono due, in realtà. E sono due racconti che considero complementari: Il patto – che è il racconto iniziale – ed Eros e Thanatos. Dico che sono complementari perché, dal mio punto di vista, hanno un po’ la stessa anima, la stessa essenza, raccontano – anche se è molto diversa – un po’ la stessa storia. Io sono legata tantissimo al racconto Il patto, sia perché è stato il primo racconto che ho scritto – ed è il racconto che va ad aprire la raccolta – sia perché è il racconto che mi ha permesso di cominciare questo progetto.
Sono molto legata anche a Eros e Thanatos, mi è capitato di dire al Salone del Libro di Torino che Eros e Thanatos è il racconto che una parte di me aveva sempre voluto scrivere, sia da un punto di vista stilistico – con questa seconda persona ‘angosciante’ – sia da un punto di vista simbolico e per il legame che si instaura tra i due personaggi. Peraltro, conosciamo soltanto il nome della ragazza, lui non avrà mai un nome, sarà sempre una figura molto presente, l’essenza vera del racconto, ma, allo stesso tempo, una figura che sembra quasi non esistere, che sembra essere proiezione dell'altra. Quindi, Eros e Thanatos è il racconto che volevo scrivere da tanto, che sono riuscita a scrivere e che mi rispecchia da un punto di vista stilistico e di anima narrativa.
La realtà di cui parli è cruda, spietata e tremendamente vera. Quando e come sei arrivata a pensare di voler ritrarre proprio questo lato, nascosto per certi versi, ma presente nella nostra realtà? Ti attrae, ti affascina?
Mi affascina molto. Tutta la raccolta nasce con l'obiettivo di vedere le ombre della nostra generazione e, soprattutto, i legami vuoti. Spesso corriamo il rischio di pensare che ci sia un legame dove non c'è neanche un rapporto, dove non c’è neanche un contatto effettivo con l'altro. E, di conseguenza, o si finisce per ossessionarsi nei confronti di un idolo che non esiste, che non c'è, oppure si comincia a sentire dentro questo thanatos, questa pulsione distruttiva, che può essere nei confronti di sé stessi o nei confronti dell'altro, del mondo, magari non degenerando come si degenera nei miei racconti, però l'obiettivo era rappresentare questo aspetto.
Eros e Thanatos, vita e morte, Dio e Satana: questi racconti ci mostrano dei contrasti forti che conducono i protagonisti ad agire in un certo modo e determinano, in parte, anche la loro fine. Come mai hai deciso di mostrarci proprio questi conflitti? Seppur siano presenti nella nostra realtà – anche se spesso ce ne dimentichiamo – in che modo ti toccano o si sono intrecciati alla tua esperienza di vita?
Questa è una domanda bellissima che mi permette di chiarire un concetto per me essenziale: è vero che noi autori, noi scrittori traiamo spunto da ciò che viviamo o, se non da ciò che viviamo, da ciò che in qualche modo conosciamo, ma secondo me lo spunto biografico è una virgola, tutto il resto è ricamo narrativo. L’importante è essere in grado, pur partendo dai limiti dell’esperienza biografica – io per fortuna non ho vissuto nessuna delle tragedie che vede protagonisti i miei personaggi – di andare poi a proiettarsi in altri orizzonti, in storie che non mi appartengono, ma che posso sentire vicino grazie al fatto che siamo capaci di immedesimarci.
Sei tu a creare i personaggi o sono loro che si presentano a te? Concedi loro udienza come Pirandello?
Assolutamente, sono loro a presentarsi a me. Credo che, da un certo punto di vista, sì, è l'autore che crea il personaggio, ma il personaggio, a un certo punto, fra le pagine, incomincia a prendere vita e anche a ribellarsi all'autore. È allora che ci si rende conto che il racconto funziona, che il personaggio funziona, perché è vivo, perché esiste, non a prescindere dall'autore perché questo è impossibile, ma che ha assunto una propria dignità, una propria esistenza.
Claudio Fava, nella prefazione scrive, a proposito del modo in cui ritrai questi personaggi e racconti le loro vicende, che ricordi un po’, come modalità di narrazione, Tondelli, la sua crudeltà. Io ho pensato ai Ragazzi di vita di Pasolini, alla narrazione di Pavese, che attingeva alla letteratura americana, e anche a quest'ultima. C'è qualche autore a cui ti sei ispirata o che credi ti abbia influenzata in particolar modo?
Intanto ringrazio Claudio e ringrazio te per questi rimandi assolutamente immeritati. Sì, mi ha influenzato tantissimo un libro in particolare, La gloria di Giuseppe Berto: oltre alla prosa sublime, oltre a tutta questa trama basata sul traditore che si scopre tradito, mi è entrata dentro, mi è rimasta profondamente dentro. Allo stesso modo, considero la mia Bibbia laica l'Antologia di Spoon River, in qualche modo è stato un libro che mi ha profondamente segnata, che mi rendo conto che, alle volte, tende a tornare nei dettagli e in ciò che scrivo. E, poi, un autore che mi ha segnata molto è Tozzi, soprattutto con Tre croci.

Un momento di una presentazione del libro
Una scelta particolare, a cui accennavamo prima, è quella della seconda persona, che possiamo considerare un po’ la tua cifra stilistica, quanto meno per questa prima raccolta. Qual è il motivo di questa scelta? Si tratta di un riferimento a un autore in particolare?
Un autore in particolare no. Posso dire che sì, mi hanno sempre colpita i racconti scritti in seconda persona, ma è più qualcosa che parte da me, considero la seconda persona uno strumento capace di enfatizzare determinate emozioni, perché si interfaccia direttamente con il lettore, lo mette sull'attenti, crea quella sensazione quasi di «claustrofobia interiore» mi viene da dire… e la seconda persona è ancora più capace di far risuonare determinate domande.
I tuoi personaggi sembrano non avere scelta o non sono intenzionati a cambiare strada, si avviano e seguono fino in fondo questo cammino che hanno in parte scelto e in cui in parte si sono trovati. Non c'è lieto fine, o quasi, perché in alcuni racconti rimaniamo un po’ in sospeso, ma non sembrano esserci le premesse per un lieto fine, come purtroppo accade spesso anche nella vita, in cui non sempre esiste il lieto fine. Considerando anche i recenti avvenimenti, secondo te possiamo ancora sperare?
Sperare sì, si può sperare sempre. Poi, i miei personaggi sì, non si salvano, ma hanno comunque scelto di ritrovarsi in quelle condizioni o, se non hanno scelto, se ci si sono trovati, hanno preso la scelta di restarci in quella che, a loro avviso, può essere stata una forma di profonda coerenza. Allo stesso tempo, no, avevano la possibilità di cambiare, di poter chiedere aiuto, di poter prendere fra le mani le redini del loro destino e stravolgerlo. Potevano diventare altro, ma non lo hanno voluto fare, hanno preso una scelta. Il «patto», per citare il primo racconto, si sigla in due, è la stessa protagonista a scegliere di fare questo accordo. Quindi, la possibilità di cambiare, di potersi evolvere, di poter diventare migliori c'è; poi che lo si voglia fare è un altro discorso.
Che rapporto hai con la scrittura e cosa rappresenta per te?
Ho un rapporto molto particolare con la mia scrittura, in realtà. È un rapporto ‘claustrofobico’ e, spesso, pur sentendo la necessità di scrivere, nel momento in cui mi devo mettere effettivamente in contatto con la pagina bianca, c'è un po’ quella sensazione di angoscia; però la scrittura è anche uno strumento di sfogo, è un modo per riuscire a riformularsi, a ridefinirsi attraverso personaggi che non hanno niente a che vedere con noi stessi. Non è una fuga e, per me, non è neanche un rifugio, ma è un modo per mettersi in contatto con la vita, per comprenderla meglio.
Come vedi il tuo futuro? Cosa ti piacerebbe realizzare e, se stai già lavorando a qualche altro progetto, puoi anticiparci qualcosa?
Sì, sto già lavorando a un nuovo progetto, questa volta sarà un romanzo. Al momento è solo una bozza, ma mi auguro che, stavolta, almeno un personaggio sia capace di compiere una scelta positiva e di riuscire un po’ a rompere questo mio vizio narrativo.
Un consiglio per chi condivide la tua stessa passione e vorrebbe concretizzarla?
Mi rifaccio a quello che è stato un consiglio di Claudio durante uno dei primi corsi di scrittura che ho seguito: «bisogna avere il coraggio di disobbedire». A questo, aggiungo che bisogna anche avere il coraggio di riuscire a vergognarsi, perché la scrittura è confronto, è vergogna e non bisogna temere di spingersi oltre, oltre i limiti, anche perché se non lo si fa in narrativa… almeno in narrativa si può sempre osare.