Continua la collaborazione tra l’Università di Catania, tramite il DIsfor, e la Soprintendenza per i beni culturali e ambientali per valorizzare il territorio prospiciente il fiume Alcantara
Ricerca archeologica e valorizzazione del territorio prospiciente il fiume Alcantara. Sono queste le finalità del progetto Akesines, frutto della collaborazione virtuosa tra l’ateneo catanese, tramite il Dipartimento di Scienze della formazione, e la Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Catania.
Anche quest’anno – nell’ambito della convenzione stipulata tra i due enti nel 2021 e rinnovata nel 2024 – si è “rinnovata” l’attività composita e integrata che, partendo dalla conduzione di ricerche archeologiche nel sito di Acquafredda/Imbischi a Castiglione di Sicilia, ha permesso di coinvolgere un ampio raggio di stakeholder orbitanti nella zona.
La ricerca si sviluppa, sin dall’inizio, grazie a diverse linee di finanziamento: il Pon-Aim erogato dalla Regione Siciliana nel 2022; il PiAno Incentivi per la Ricerca (PIACERI) dell’ateneo catanese; il Prin - Progetti di Rilevante Interesse Nazionale del 2022 – dal titolo Why did people settle in that place? An integrated and comparative approach to the study of environment history and settlement choices in the island highlands: the case study of Priniàs (Crete) and Alcantara valley (Sicily) – condotto in partenariato dall’Università di Catania (a coordinare l’unità di ricerca per Unict è la prof.ssa Eleonora Pappalardo) dal Cnr-Ispc (principal investigator la dott.ssa Antonella Pautasso).
La missione archeologica ad Acquafredda/Imbischi, già dal primo anno di attività, ha offerto l’opportunità agli studenti dei corsi di laurea dei dipartimenti di Scienze della formazione e di Scienze umanistiche di Unict di cimentarsi in attività di scavo archeologico, studio e documentazione dei materiali e rilievo tecnico sul campo. Le attività hanno rappresentato un vero e proprio laboratorio didattico per i giovani allievi dei dipartimenti che seguono il percorso formativo in archeologia e, inoltre, una esperienza di tirocinio formativo per quelli che, invece, desiderano intraprendere la strada della progettazione del turismo.
Il gruppo interdisciplinare si compone - oltre che delle coordinatrici - degli archeologi, dottorandi e assegnisti Livio Idà, Anna Maria De Luca e Myriam Vaccaro del Dipartimento di Scienze della formazione, della studentessa magistrale Oriana Modica del Dipartimento di Scienze umanistiche, di Letizia Biazzo (specializzanda della Scuola di Specializzazione in Beni archeologici del Disum dell’ateneo catanese), di Maria Grazia Di Vincenzo (specializzanda dell’Università di Bologna), di Valeria Guarnera (assegnista Cnr-Ispc), del prof. Michele Mangiameli del Dipartimento di Ingegneria civile e architettura di Unict e del dott. Sebastiano Barresi.

Un momento delle attività di scavo
Il 2025, in particolare, è stato caratterizzato dal raggiungimento di diversi obiettivi, tanto sul piano scientifico quanto su quello della promozione del sito.
Lo scavo archeologico, coordinato dalla prof.ssa Eleonora Pappalardo e dalla dott.ssa Angela Merendino, si è concentrato nell’area dell’officina di produzione della ceramica fornendo ulteriori dati fondamentali alla conoscenza delle dinamiche relative ai processi di funzionamento dell’officina stessa.
L’importanza del sito, nel generale contesto della Sicilia di metà IV sec. a.C., consiste proprio nella straordinaria integrità che ne caratterizza l’articolazione e ne consente una pressoché completa lettura del funzionamento.
“Focus dello scavo è una fornace circolare di circa due metri di diametro con pilastrino centrale, del tipo a diaframma, noto in Sicilia e non solo, connessa ad un ambiente rettangolare destinato allo stoccaggio dei manufatti – spiega la prof.ssa Eleonora Pappalardo -. A questo nucleo si aggiungono i vari ambienti emersi nelle campagne di scavo successive, anch’essi funzionali al sistema produttivo, che ci raccontano della complessa organizzazione dell’officina in cui, oltre a prodursi vasi di varia foggia e utilizzo, si procedeva alla riparazione di quei manufatti il cui valore ne rendeva complessa o costosa la riproduzione”.
“Le strutture si connotano per caratteristiche specifiche interne, essendo attrezzate con aree per la lavorazione dell’argilla, ripiani d’appoggio e zone di essiccaggio dei vasi, e compongono un quadro che, seppur ancora parziale, sembra parlare in favore di un centro indipendente, specializzato nella produzione di diverse classi ceramiche, anche fini e decorate, nonché di anfore vinarie, di tipo greco-italico, di cui un ambiente restituisce ben 22 esemplari”, aggiunge la docente del Disfor.

Alcuni componenti de team di ricerca
Proprio la produzione delle anfore da vino – continua la coordinatrice dell’unità di ricerca di Unict – costituisce il trait d’union tra archeologia e turismo. Da quest’anno, infatti, come abbiamo avuto già modo di raccontarvi, l’azienda Firriato è entrata a pieno titolo a far parte del nostro entourage, in un’ottica di collaborazione attiva, vero e proprio sistema, che punta da un lato ad accrescere la conoscenza del territorio sul piano storico e culturale, dall’altro a promuoverne la principale vocazione: il vino”.
“Lo scavo archeologico, infatti, ricadendo all’interno della proprietà Firriato, si configura come un’opportunità di crescita a lungo termine – spiega la prof.ssa Pappalardo -. Ed è diventato il perno attorno a cui “costruire” una narrazione complessa e integrata che definisca l’unicità del territorio etneo, terra del Mito e luogo di straordinario fascino e ricchezza naturalistica, in termini, non soltanto paesaggistici, ma anche culturali ed enogastronomici”.
“L’Etna è la casa di Polifemo – racconta la docente -. Lì giunse Ulisse coi suoi compagni di ritorno dalla guerra di Troia e Omero, nel raccontare quell’episodio, non tralascia di riferire indirettamente della ricchezza dei luoghi attraverso la meticolosa descrizione del gregge del ciclope, del latte e del formaggio che ne derivavano, dell’ulivo, presente nel palo appuntito che l’eroe utilizzò per accecare il gigante e, infine, del vino. Se, infatti, Ulisse offre a Polifemo il vino che aveva portato con sé in viaggio, col fine di ubriacarlo e, dunque, accecarlo, a lui risponde il ciclope che anche la sua terra ne produce, grazie a viti innaffiate generosamente dalla pioggia di Zeus”.
Etna e vino, dunque, popolano insieme il mito, e Omero, che ne è a conoscenza, non tralascia di farne menzione. “Dall’età di Omero, dunque, al IV sec. a.C., quando la Sicilia è percorsa da dinamiche socio-politiche che precedono il passaggio dal periodo greco a quello romano, fino ai nostri giorni, la produzione vinaria è intrinsecamente legata al paesaggio etneo il cui terreno lavico, aspro all’apparenza, ma generoso e variegato nella sostanza, è capace di restituire frutti straordinari e di custodire tesori antichi, fonte di conoscenza, che ci raccontano dell’abilità dell’uomo nel saper interagire con esso, adattandosi e riuscendo a carpirne le vocazioni più profonde”, conclude la prof.ssa Eleonora Pappalardo.










