In altre parole: lingue, identità e bisogno d’amore

Riflessioni sull’apprendimento linguistico a partire da "In altre parole" di Jhumpa Lahiri. Giuseppe Grasso, giovane laureato in Unict, citando Antonio Tabucchi: «Avevo bisogno di una lingua differente. Una lingua che fosse un luogo di affetto e di riflessione»

Giuseppe Grasso

«Avevo bisogno di una lingua differente. Una lingua che fosse un luogo di affetto e di riflessione». Riprendendo la citazione dello scrittore Antonio Tabucchi, si apre In altre parole, il libro di memorie scritto interamente in italiano dalla scrittrice bengalese-statunitense Jhumpa Lahiri dopo il suo trasferimento in Italia. L’opera racconta il rapporto dell’autrice con la lingua italiana e riflette sul legame profondo tra lingua, identità e scrittura.

Lahiri descrive il passaggio all’italiano non come un esercizio stilistico, ma come un atto necessario, quasi vitale: il tentativo di ricostruire un rapporto autentico con la scrittura attraverso una lingua altra. Abbandona temporaneamente l’inglese, lingua della sicurezza, per adottarne una inizialmente fragile ed imperfetta. 

L’italiano diventa così uno spazio sì di vulnerabilità, ma anche di libertà, in cui l’errore non è una colpa, bensì un’opportunità. Scrivere e parlare in italiano, per Lahiri, significa tornare ad essere principiante, accettare il silenzio e la lentezza del pensiero. A queste due lingue si aggiunge il bengalese, lingua d’origine impostale sin dall’infanzia per pregiudizio linguistico da parte dei genitori.

Questo triangolo linguistico offre una preziosa occasione di riflessione sull’apprendimento delle lingue come processo formativo. Paragonandolo alla traversata di un lago, Lahiri scrive: «Per conoscere una nuova lingua, per immergersi, si deve lasciare la sponda. Senza salvagente. Senza poter contare sulla terraferma». È, infatti, nel confronto con l’alterità che si costruisce l’identità.

L’apprendimento linguistico non si limita alla grammatica o al lessico, ma coinvolge dimensioni emotivo-cognitive profonde. Espressioni come “in inglese sono più spigliato” o “in italiano mi sento più impacciato” rimandano a ciò che la psicolinguistica definisce ego linguistico: ogni lingua appresa può risvegliare tratti identitari diversi. In questo processo giocano un ruolo decisivo le motivazioni personali e le prime impressioni suscitate dalla lingua. Lahiri stessa descrive il rapporto con l’italiano come un incontro quasi predestinato, diverso da quelli avuti con il bengalese e l’inglese. 

In foto Jhumpa Lahiri

In foto Jhumpa Lahiri

Questa esperienza la posso paragonare alla mia, seppur speculare e non predestinata, con al centro la lingua inglese. Riprendendo Antonio Tabucchi, autore, tra gli altri, di Sostiene Pereira, vi sono casi in cui l’apprendimento linguistico nasce da bisogni emotivi profondi. 

Un sostegno importante nella mia vita, in cui non sono mancano le difficoltà, è stata sempre la lingua inglese sviscerato in amore – in senso assolutamente non-romantico – e in comprensione, spesso negati al di fuori della famiglia. 

Così come Lahiri, che ha dovuto spesso giustificare il suo amore per l’italiano vivendo da madrelingua inglese in Italia, anch’io ho spesso ho dovuto “giustificare” – in ambito più extra-familiare che familiare – il mio per l’inglese in quanto parlante non-nativo. Giustificazioni che, a quanto ho avuto modo di vedere facendo un confronto con un mio amico italiano residente in paesi anglofoni, non sono affatto richieste a chi vive o ha vissuto per lungo tempo all’estero, ma anzi ritenute normalità.

La parola “amore”, seppur assolutamente in senso non-romantico, non è usata casualmente. Come scritto in una mia poesia intitolata Language of My Own, avevo bisogno di una lingua e di parole che parlassero al mio cuore e mi dessero un “alfabeto” per esprimere un amore nascosto e trattenuto per paura del giudizio e del rifiuto altrui. Parole che non solo parlassero al cuore, ma che non giudicassero.

Un ruolo fondamentale nel mio percorso d’apprendimento linguistico l’ha avuto anche il gruppo pop britannico The Beatles, le cui canzoni hanno sviluppato in me una sensibilità sempre più spiccata verso il tema dell’amore nelle sue molteplici forme (vai all’articolo). L’inglese, da lingua odiata ed impostami dalla scuola, è così diventato lingua d’emozioni e conforto emotivo, un rifugio sicuro in cui potermi sentire finalmente me stesso e a casa, quasi una ragione di vita e resilienza. 

Imparare una lingua non significa solo acquisire competenze comunicative, ma intraprendere un viaggio verso sé stessi. Un viaggio che può nascere da curiosità verso l’altro, come dimostra Lahiri nel suo libro. Perché, a volte, per potersi esprimere davvero e pienamente è necessario farlo in altre parole.

Giuseppe Grasso, laureato magistrale in Lingue e Letterature Moderne all’Università di Catania

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