Tre sguardi su Rosa Balistreri a riflettori spenti, in occasione del novantanovesimo anniversario della sua nascita
21 marzo. Primo giorno di primavera e anniversario della nascita di Rosa Balistreri. Negli anni, il Centro Universitario Teatrale ha ospitato numerose forme di rinascenza dedicate all’artista licatese: dalla presentazione del film L’amore che ho ‒ arricchita dagli interventi di Carmen Consoli, Donatella Finocchiaro, Lucia Sardo e del regista Salvo Licata ‒ alla reinterpretazione dei brani di Concerto di Natale (P.D.R., 1984). Alcune tracce dell'album, registrato a Catania negli studi di Pippo Russo con Franco Lazzaro, sono state riproposte dalle voci del Coro d’Ateneo.
Potrebbe apparire scontato affermare che, attraverso questi tributi, l'appello lanciato da Rosa nel brano Quannu moru (“fate che non muoia, cantate le mie canzoni”) sia stato esaudito. Eppure, nonostante la sua voce continui a risuonare, dietro la figura che abbiamo imparato a chiamare con appellativi diversi ‒ "Rusidda a Licatisa", la "Cantatrice del Sud", "l’attivista con la chitarra" ‒ continuiamo instancabilmente a cercare nuovi significati.
Negli ultimi decenni, la bibliografia e la filmografia su Rosa Balistreri si sono arricchite di nuovi tasselli: le biografie ufficiali di Giuseppe Cantavenere e Luca Torregrossa, il documentario di Fedora Sasso (Rosa Balistreri - un film senza autore), lo speciale de Il Provinciale, il cortometraggio di Isabella Ragonese (Rosa. Il canto delle sirene) e, infine, il film del 2025 L’amore che ho. Un quadro a cui si sommano concerti e spettacoli teatrali. Sembra quasi che tutto sia stato detto e che chiunque l’abbia incontrata, nella realtà o idealmente, confermando l'impressione che ne ebbe Ignazio Buttitta nella trasmissione Stasera Rrrosa (RAI, 1972): “Ho avuto l’impressione di averla conosciuta sempre; di averla vista nascere e di averla seguita per tutta la vita. Bambina, scalza, povera, moglie, madre…”.
Tuttavia, le lenti attraverso cui Rosa viene osservata restano appannate dal suo dramma personale, inevitabilmente intrecciato alla carriera. Sebbene il legame tra le vicende biografiche e il suo personaggio pubblico sia un tema denso di implicazioni, vorrei qui cambiare prospettiva attraverso le testimonianze di Tobia Vaccaro, Mario Modestini e Gianni Belfiore.
Tre racconti raccolti dal 2021 a oggi; tre diverse dimensioni dell’agire artistico ‒ il palco, il teatro e lo studio di registrazione ‒; tre sguardi a riflettori spenti che ci restituiscono una parte dell’identità artistica di Balistreri.
Il primo di questi sguardi appartiene a Tobia Vaccaro, polistrumentista e compositore che ha condiviso con l’artista licatese il palcoscenico. Insieme alla cantante Debora Troìa, Vaccaro ha curato e diffuso in tutta Italia il progetto Rosa, “La Cantatrice del Sud”, trasmesso da Rai Radio 3 e oggi disponibile su RaiPlay Sound. Nei documenti video su YouTube lo si scorge al fianco dell’artista, diviso tra la chitarra e il violino.
Affabile e aperto al dialogo, nel 2021 Vaccaro ha risposto ai miei interrogativi sul rapporto di Balistreri con il suo strumento. Sebbene le copertine dei primi vinili la presentassero come “Rosa Balistreri e la sua chitarra” ‒ un’immagine che la legava visivamente alla tradizione dei cantastorie ‒ la sua affermazione nel folk revival non dipendeva dalle sue capacità alla chitarra. Imparò infatti ad accompagnarsi solo in età adulta e, quando l’esecuzione richiedeva un accompagnamento più complesso, si affidava ad altri musicisti. Nelle parole di Vaccaro, emerge chiaramente come il successo di Balistreri non risiedesse negli accordi, ma in un senso di autenticità che la rendeva unica:
“Quando uno pensa a Rosa non sente gli accordi, sente la voce, sente il suo canto. Lei era la voce di ciò che cantava. Rosa era particolare perché non era una cantante come le altre, che si approcciano al repertorio siciliano come attrici e che interpretano una realtà mai vissuta. Rosa era la realtà. Ciò che cantava ‒ la spigolatura del grano, il sole, lo sfruttamento ‒ lo aveva vissuto sulla propria pelle. Era come Billie Holiday o Édith Piaf: donne che avevano sofferto violenze e soprusi, riscattandosi infine attraverso il canto".

Rosa Balistreri
Vaccaro ha condiviso con Balistreri il palco della Ballata del sale (1979), uno dei tre spettacoli ‒ insieme a Buela (1982) e Ohi Bambulè (1987) ‒ le cui musiche portano la firma di Mario Modestini. Compositore di formazione classica, capace di dialogare con Borges, Calvino e con la voce sovversiva di Giuni Russo, Modestini mi ha accolto nella sua casa di Palermo pochi mesi fa. Tra i molti ricordi, il profilo che ha delineato è quello di una personalità dal forte carisma capace di scardinare ogni schema precostituito.
Come una sera al Teatro General San Martin di Buenos Aires. Modestini ricorda l’adrenalina di fronte a una platea gremita, tra cui sedevano Lina Sastri e Mario Martone: “Prima entravo io con un preludio, poi sarebbe dovuta entrare lei. Rosa mi guarda e fa: ‘Dammi un sol minore’. Io le rispondo che non avevamo pezzi in quella tonalità, ma lei insistette. Dopo il primo accordo, intonò Buttana di to’ ma. In quell'occasione io mi interruppi prima e lei concluse a cappella. Il teatro è letteralmente caduto... io mi sono alzato e lei mi si è stretta vicina”.
Ma il rapporto con il teatro era caratterizzato anche da scambi di spiazzante schiettezza, come racconta Modestini rievocando una visita a casa di Salvo Licata: “Rosa voleva recitare, non voleva limitarsi a cantare. ‘Ma tu lo sai che recito!’, diceva a Salvo. Lui cercava di spiegarle che il testo non era in vernacolo, ma in lingua italiana. E Rosa, con quella onestà destabilizzante, ribatté: "E che cazzo è 'sto vernacolo?... Picchì, nuatri italiani semu?".
Come questo, numerosi sono gli aneddoti di Modestini, alcuni dei quali divertenti, altri più amari. Nel legame di Rosa Balistreri con il dialetto e con il repertorio di Lionardo Vigo, Giuseppe Pitrè ed Alberto Favara, Gianni Belfiore ha individuato una risorsa determinante. Paroliere, uomo di mare e autore di successi mondiali per Julio Iglesias, Belfiore ha condiviso con l’artista licatese un triennio produttivo tra il 1973 e il 1976. Un sodalizio nato da un corteggiamento artistico e dalla convinzione che la metrica del sonetto siciliano risalente a Jacopo da Lentini rappresentasse, ancora oggi, lo schema perfetto per la canzone moderna:
"Le canzoni che hanno avuto successo nel mondo hanno la metrica della canzone siciliana, del sonetto in musica che risale a Jacopo da Lentini. Sono due quartine e un ritornello con rime baciate. Perché è una metrica ideale? Perché la canzone non è poesia, è un insieme ideale di emozioni dove non devi perdere l’ascoltatore. La particolarità del sonetto in musica è che ogni verso è un pensiero finito. Non si era mai capito finché non sono arrivate la Balistreri e, in seguito, Iglesias. Passando da Rosa a Julio, ho capito che quella struttura permetteva una comprensione immediata. Colpiva subito."
Belfiore ricorda come la genesi di brani quali Rosa Rosa e Amuri senza amuri ‒ quest'ultimo ispirato a una novella di Luigi Pirandello ‒ fosse il frutto di una costante mediazione tra il siciliano di Licata dell'artista e quello orientale di Riposto dell'autore. Per convincere Rosa a interpretare testi nuovi, Belfiore attinse direttamente alla vita di lei, mescolandola ai ricordi della propria infanzia popolata da figure come Don Turiddu "Furria Tunnu":
"Ho scritto Rosa Rosa mentre ero in partenza sulla nave Augustus, dove lavoravo come commissario di bordo. Mi feci musicare il testo dal collega Edoardo Pelle. Quando lei ha sentito la canzone sulla sua vita mi ha detto: 'La canto'. In quel periodo il folk revival era quasi un territorio sacro e inserire brani nuovi era visto come un sacrilegio dai puristi, ma Rosa sentiva che quel modo di scrivere rispettava la sua maturità artistica."
L’album Amuri senza amuri, uscito nel 1974 per la Cetra con una copertina degna di nota curata da Angelo Nona, conferma la sua rilevanza nel panorama digitale contemporaneo con una media di circa 50mila ascolti su Spotify.
Lungo la sua carriera, Rosa Balistreri ha operato nel teatro ‒ celebre il suo esordio nel 1966 con lo spettacolo Ci ragiono e canto di Dario Fo; ha fatto la sua apparizione in diversi varietà della televisione italiana, come Tutto è pop di Vittorio Salvetti nel 1972; ha partecipato alle feste de l’Unità, prendendo parte a importanti lotte politiche; ha dedicato una parte della sua carriera alle musiche per film, collaborando nel 1973 con Luis Bacalov per La Seduzione e nel 1977 con Ennio Morricone per Il prefetto di ferro.
A distanza di trentasei anni dalla sua scomparsa, questi tre racconti hanno cercato di illuminare la complessità di un’artista che è stata molto più della sua biografia. Sebbene Rosa ci abbia lasciati nel 1990, la sua figura continua a sfuggire a ogni definizione univoca. Resta, intatta, l’immagine di una personalità eclettica: una voce che sembrava venire dal passato, ma che possedeva la forza necessaria per abitare, con estrema modernità, il nostro presente.