“Com’eri vestita?” L’urgenza di cambiare la cultura della violenza

Dalla mostra itinerante ospitata a Unict alla campagna nazionale di Rai Radio1 “Come un’Onda”. L’ideatrice Elena Paba: «Bisogna partire dai ragazzi, dalla formazione e dal linguaggio con cui raccontiamo la violenza sulle donne»

Alfio Russo

“La mia amica mi disse: forse, l’hai provocato tu?”. “In pigiama. Desideravo solo dormire e magari fare bei sogni”. “Era una serata come tante altre… lui era un amico di un amico… In Tribunale poi mi hanno detto: Il fatto non sussiste”.
Sono solo alcune delle frasi che accompagnano i diciassette abiti esposti nella mostra itinerante Com’eri vestita?, installazione nata nel 2018 e già approdata in oltre 30 città italiane e adesso ospitata nei locali del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania. 

Diciassette capi, alcune testimonianze, storie che smontano uno dei pregiudizi più radicati sulla violenza di genere: l’idea che una donna possa aver “provocato” chi la aggredisce.

Da qui prende avvio il confronto con Elena Paba, ideatrice e coordinatrice della campagna nazionale itinerante “Come un’Onda contro la violenza sulle donne” di Giornale Radio Rai, Rai Radio1 e Gr Parlamento, impegnata da anni nel costruire un ponte tra scuole, università, istituzioni e giovani per contrastare una violenza che, prima ancora che fisica, è culturale. La giornalista è intervenuta al convegno Com’eri vestita? Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale, ospitato nell’aula magna di Villa Cerami dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania. 

La giornalista Elena Paba mentre illustra la mostra

La giornalista Elena Paba mentre illustra la mostra

La campagna “Come un’Onda contro la violenza sulle donne” da diversi anni è in giro per smontare stereotipi ancora molto radicati sulla violenza di genere. Quali sono ancora oggi i pregiudizi più difficili da superare nel dibattito pubblico e mediatico? 

«C'è un problema culturale di base su cui noi stiamo lavorando tanto, organizzando eventi nelle università, facendo da ponte tra ragazze e ragazzi e le scuole superiori di primo e secondo grado e le università. Noi come Radio 1, come servizio pubblico, facciamo da ponte, cerchiamo di lanciare messaggi, quelli giusti, quelli che riguardano l'amore, quello vero, quello fatto di rispetto verso l'altro».

«Bisogna picconare ancora, se si vuol dire, proprio questi pregiudizi e andare avanti. Ovviamente noi lanciamo dei semi, nel senso che non possiamo cambiare il mondo, ma insieme all'università, alle scuole, all'associazionismo, cerchiamo di cambiare un po' l'approccio alla donna, che non è un oggetto ma una persona che va rispettata nella sua totalità. Questo è quello che facciamo da due anni e mezzo. Ed è la prima volta nella storia».

La mostra

Una parte della mostra allestita nei locali di Villa Cerami

Entrando a Villa Cerami gli abiti esposti, abiti di donne, e anche di bambine, sopravvissute a violenza, accompagnati da messaggi, creano un forte impatto emotivo e empatico. Tra i messaggi: “Eravamo al mare, cercavo l’amore, il primo amore… Ma tu mi hai giudicato per come ero vestita, e ti sei sentito autorizzato”; “In pigiama. Desideravo solo dormire e magari fare bei sogni”; “Mia mamma un giorno mi disse: Vestiti più da signorina! E io risposi: No, mi piacciono i vestiti larghi”.

«Sopravvissute fino a un certo punto, hanno subito delle violenze molto pesanti, anche in ambito familiare. E questo linguaggio visivo nella comunicazione incide molto, tanto, credo che sia di grandissimo impatto su chi visita la mostra, anche proprio leggendo le frasi che sono scritte vicino agli abiti. Sono dei pigiami e gli abiti che coprono molto, quindi non c'entra nulla sul come si è vestiti. In realtà il problema ovviamente è altrove, quella è una scusa di come si è vestita, è un problema profondamente culturale ancora oggi. Tocca molto perché ti ci riconosci in qualche modo, in qualche frase sicuramente tu ti sei trovata, e questo è terribile».

«Ti rendi conto di quanto è diffuso il problema, perché appunto è culturale, non è solo un problema italiano, ma mondiale, ed è trasversale. Tocca tutte le strade sociali, dai più poveri ai più ricchi, agli intellettuali, tutti, perché è la cultura su cui siamo cresciuti tutti, anche noi donne, ovvero quella di sentirsi un po' oggetto!»

Una delle frasi che accompagnano l'esposizione degli abiti

Una delle frasi che accompagnano l'esposizione degli abiti

C'è anche qualche abito di qualche bambina che fa ancora più male… 

«Questo è qualcosa che è quasi inaccettabile. Noi come Radio 1 abbiamo toccato, e anche oggi lo toccheremo in questa giornata, il tema dell'incesto, che è un tema che in Italia non si tocca perché è un tema che fa veramente tanto male, perché è impensabile che dentro casa un padre possa fare violenza su una figlia o su un figlio. Invece bisogna parlarne perché purtroppo è qualcosa che accade e che non emerge». 

«Noi siamo partiti nel parlarne dalla storia terribile di Giselle Pellicot, la donna che tutti noi sappiamo con grande coraggio ha denunciato, ha fatto un processo pubblico al marito che l'ha fatta violentare da 70 uomini in 10 anni, e lei oggi ha più di 70 anni. Io ho intervistato la figlia, in esclusiva, Caroline Darian, anche lei purtroppo vittima di questa situazione. In Francia, una volta emerso questo problema con Giselle Pellicot, si è creata un lavoro proprio a livello governativo, di un'equipe a livello governativo, e sono arrivate migliaia di segnalazioni. Ecco, questo bisognerebbe farlo anche qui. Però noi, secondo me, ci vorrà ancora qualche secolo, forse». 

Visitatori alla mostra

Visitatori presenti alla mostra, in fondo gli abiti delle bambine oggetto di abusi

Quanto è importante coinvolgere le istituzioni e il mondo della scuola e delle università? 

«Bisogna partire da lì, dai ragazzi, dai più piccoli. Noi lavoriamo sui ragazzi degli istituti superiori di primo grado e collaboriamo con le università, luoghi che diventano un contenitore e al tempo stesso organizzatori con noi della giornata di studio e di lavoro. Un contesto in cui i ragazzi non sono soltanto passivi ed ascoltano, ma partecipano in maniera attiva con musical, spettacoli teatrali e non solo, sono continuamente stimolati da noi».

«Quindi non è un parlare per strappare l’applauso, la nostra campagna è un pizzicare continuamente la platea in un vivacissimo dibattito, a volte anche molto forte. Tutto ciò è importante perché dobbiamo capire come questi ragazzi la pensano. Per cambiare li devi includere, se non li includi non lo capiranno mai». 

Il ruolo dei media in questo contesto in cui, purtroppo, si narrano queste vicende? 

«Quello che manca di base a tutti, non solo ai media, è la formazione. Qua non siamo formati, anche nell'ambito in cui lavoro io, spesso sento cose che mi fanno rabbrividire, mi fanno vedere la pelle d'oca. Si va a cercare se la donna fosse sposata o aveva un amante, che cosa faceva tutti i giorni. E questo non è possibile. Quindi anche noi dobbiamo formarci, anch'io mi formo continuamente, e parlo da donna vittima di violenza, anche se non è stata una cosa che mi ha spento, ma mi ha acceso, e mi ha anche dato lo stimolo a creare questa campagna».

«Quando tu le hai provate certe sensazioni e ne sei uscita, e quindi hai la possibilità di vederle da lontano, riesci a lavorarci meglio, cioè sai benissimo di che parliamo. E questa competenza aiuta molto, quindi formazione a tutti i livelli, perché ogni donna ha subito qualche tipo di violenza, non il 70% o l'80%, ogni donna ha subito un qualche tipo di violenza, dobbiamo accettarlo e combatterlo, insieme agli uomini, ovviamente, che ci sono tanti uomini, ovviamente, tantissimi uomini che la violenza assolutamente non agiscono».

Una delle frasi che accompagnano l'esposizione degli abiti

Una delle frasi che accompagnano l'esposizione degli abiti

A tal proposito, ultimamente nei Cuav - Centro per Uomini Autori di Violenza, compreso quello di Catania, sono stati attivati dei percorsi di riabilitazione per uomini autori di violenza…

«Anche questo è un passaggio importante. Ma io penso che bisogna fare tutto il necessario. Occorre però capire veramente se gli uomini autori di violenza intraprendono questi percorsi per evitare il carcere o perché hanno realmente capito di aver sbagliato e hanno bisogno di un supporto, di un aiuto. La maggior parte degli uomini non accetta lo sbaglio che hanno fatto, perché appunto è un fatto culturale, è difficile se radicare una cultura della violenza. E non è un qualcosa che si rivolve solo con un percorso, ma è già un primo passo e credo che alla fine qualsiasi cosa va bene. Però bisogna partire soprattutto dalla formazione a tutti i livelli».

«Quindi le autorità di pubblica sicurezza, i magistrati, l’associazionismo, le scuole e le università, tutti insieme, devono erogare corsi di formazione, anche per i giornalisti che devono utilizzare i termini giusti, devono capire il problema, devono capirlo in maniera profonda. E poi la cultura, quindi i ragazzi, i giovani. È un percorso lunghissimo, non è che finirà domani. Però è importante iniziare. Io penso che abbiamo iniziato da tanti anni, non soltanto noi, e il servizio pubblico è fondamentale».

La mostra itinerante “Com’eri vestita?” – promossa dalla docente Mariagrazia Militello nell’ambito dell’iniziativa inserita nel Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026 – è visitabile fino al 22 maggio nei locali del Dipartimento di Giurisprudenza (via Crociferi 91, Catania) 

Visitatrici presenti alla mostra

Visitatrici presenti alla mostra

Back to top