A Villa Cerami il convegno “Com’eri vestita?” promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza: dalla mostra sulle sopravvissute alla violenza sessuale agli interventi di accademici, magistrati, giornalisti e associazioni per decostruire stereotipi e vittimizzazione secondaria
«Quando si agisce con una violenza ci si interroga più sulla vita della donna, su come era vestita o su come si comportava, piuttosto che sulla condotta dell’uomo che quella violenza l’ha compiuta». Con queste parole la docente Mariagrazia Militello ha aperto il convegno Com’eri vestita? Rispondono le sopravvissute alla violenza sessuale, ospitato nell’aula magna di Villa Cerami dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania.
Una giornata di riflessione e sensibilizzazione che, attraverso la forza simbolica degli abiti esposti nella mostra Com’eri vestita? e il contributo di studiosi, magistrati, giornalisti e associazioni, ha posto al centro il contrasto alla violenza di genere e ai meccanismi culturali che ancora oggi tendono a colpevolizzare le vittime anziché chi commette la violenza.
Un vestito non giustifica una violenza. Eppure è spesso dalla domanda “Com’eri vestita?” che inizia la seconda sofferenza delle donne sopravvissute agli abusi: quella del giudizio sociale.
E proprio su questo aspetto la prof.ssa Mariagrazia Militello (docente di Diritto antidiscriminatorio e focal point per le pari opportunità del Dipartimento di Giurisprudenza) si è soffermata evidenziando, partendo dalla mostra, «fortemente voluta qui al Dipartimento di Giurisprudenza come attività di terza missione», l’importanza della «disseminazione, divulgazione e sensibilizzazione su un tema, quello della violenza di genere, che riguarda tutte e tutti noi, non soltanto le donne, ma la società, perché ha delle ripercussioni globali, gravi quando non riconosciuto e trascurato».
Un momento dell'intervento della docente Mariagrazia Militello
«L’iniziativa di oggi, partendo dalla mostra, è un’occasione per consentire alle donne che hanno subito violenza, di raccontare le condizioni della violenza stessa, attraverso anche le suggestioni che si possono leggere nei cartelli della mostra, raccontare esattamente quello che dobbiamo sapere, cioè sfatare miti e stereotipi che si condensano intorno ai fenomeni di violenza, come ad esempio la vittimizzazione secondaria», ha aggiunto la docente.
«Quando si parla di violenza sulla donna ci si interroga di più sulla vita, sul modo di vivere e come era vestita la vittima, sul suo comportamento e sul perchè ha agito in un certo modo, piuttosto che interrogarsi e mettere sotto osservazione la condotta maschile dell'uomo che agisce la violenza», – ha tenuto a precisare Mariagrazia Militello.
Un momento del convegno
Ad intervenire anche il prof. Salvatore Zappalà, direttore del Dipartimento di Giurisprudenza, che nel suo intervento ha evidenziato «l’importanza della forza degli individui per migliorare la società».
«Sabino Cassese, uno dei maestri del diritto di internazionale e diritti umani, in un suo libro, “Il sogno dei diritti umani”, utilizza la metafora delle onde di speranza che siete proprio voi giovani che con la propria azione individuale contribuite al miglioramento delle condizioni della nostra società – ha aggiunto -. La giornata di oggi rappresenta un legame tra la mostra e gli interventi degli ospiti in un percorso culturale in cui noi tutti dobbiamo essere una onda che possa fermare la violenza di genere».
Un momento dell'intervento del docente Salvatore Zappalà
La prof.ssa Liana Daher, delegata ai Processi sociologici del territorio e alle pari opportunità dell’Università di Catania, ha sottolineato l’importanza culturale e sociale dell’iniziativa, evidenziando «una riflessione sulle radici profonde della violenza contro le donne partendo proprio dalla domanda “Com’eri vestita?”».
Per la delegata del rettore la domanda va «interpretata come simbolo di un meccanismo culturale molto diffuso: la colpevolizzazione della vittima». «Dietro quella domanda, apparentemente innocua, si nasconde infatti l’idea che il comportamento, l’abbigliamento o l’atteggiamento di una donna possano in qualche modo spiegare o giustificare la violenza subita – ha aggiunto -. In questo modo, l’attenzione si sposta dall’aggressore alla vittima, alimentando giudizi e stereotipi che aggravano ulteriormente il trauma vissuto dalle donne».
La professoressa Daher ha attribuito alla mostra un forte valore simbolico. «Gli abiti esposti diventano testimonianze capaci di smontare pregiudizi ancora molto radicati, mostrando che la violenza può colpire qualsiasi donna, indipendentemente dall’età, dalla condizione sociale o dal modo di vestirsi – ha spiegato -. Il messaggio fondamentale è che nessun comportamento o scelta personale può mai giustificare una violenza».
Un momento dell'intervento della docente Liana Daher
Dal punto di vista sociologico, la docente ha evidenziato che «la violenza di genere non è un fenomeno isolato o emergenziale, ma una realtà strutturale, alimentata da relazioni di potere diseguali, culture del controllo e stereotipi di genere diffusi nella vita quotidiana». «Linguaggi sessisti, modelli educativi rigidi e rappresentazioni discriminatorie contribuiscono infatti a normalizzare le disuguaglianze», ha aggiunto.
«Per questo motivo, il contrasto alla violenza non può limitarsi all’intervento giudiziario o repressivo, pur necessario – ha tenuto a precisare -. Occorre soprattutto un lavoro costante di prevenzione culturale, educazione al rispetto, al consenso e alla reciprocità. In questo processo, l’università assume un ruolo centrale come luogo di formazione del pensiero critico e della cittadinanza democratica, con la responsabilità di promuovere inclusione, rispetto delle differenze e contrasto a ogni forma di discriminazione».
La docente ha sottolineato, inoltre, «l’importanza della collaborazione tra università, scuole, istituzioni, associazioni e territori per costruire una reale cultura della parità». «Quest’ultima non riguarda solo le donne, ma rappresenta una questione che investe la qualità democratica dell’intera società – ha detto -. La responsabilità della violenza appartiene sempre e soltanto a chi la compie e auspica che iniziative come questa possano continuare a promuovere consapevolezza, responsabilità collettiva e cambiamento culturale».
Pubblico presente a Villa Cerami
A seguire il prof. Giancarlo Ricci, delegato alla Terza Missione del Dipartimento di Giurisprudenza, ha sottolineato come «il seminario rappresenti non solo un impegno professionale del dipartimento, ma anche una forte responsabilità civile e sociale condivisa da docenti, studenti e studentesse». E ha evidenziato «l’importanza di aprire l’università al dialogo con realtà esterne al mondo accademico, coinvolgendo istituzioni, giornalismo e associazioni impegnate sui temi della violenza contro le donne».
I lavori sono proseguiti con le relazioni di Susanna Camusso (Senatrice della Repubblica) e di Enza De Pasquale (presidente della Seconda Sezione Penale del Tribunale di Catania) e con gli interventi di Anna Agosta (presidente del Centro Antiviolenza Thamaia di Catania) ed Elena Paba (giornalista Rai), ideatrice della campagna nazionale itinerante Come un’onda contro la violenza sulle donne, promossa da Giornale Radio Rai – Radio1 e GR Parlamento