Unict e Udepe insieme per un percorso di reinserimento sociale. Al Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane la divulgazione del patrimonio culturale diventa un'occasione di formazione, responsabilità e inclusione
«Sono molto emozionato, grazie per essere qui». Così ci accoglie N., nel cortile del Palazzo centrale, sulla soglia del Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane dell'Università di Catania. La voce trema un po’, poi si distende e trova il suo passo, accompagnandoci tra le sale espositive alla scoperta del patrimonio artistico, culturale e scientifico dell'ateneo.
N. non è una guida di professione, ma una delle dodici persone in esecuzione penale esterna che hanno preso parte al progetto Giustizia e Cultura in Dialogo, promosso dall'Università di Catania insieme all'Ufficio Distrettuale di Esecuzione Penale Esterna (Udepe), col patrocinio dei club Rotary Catania Europa Etica e Legalità e Catania Bellini e della Delegazione FAI di Catania.
Per tre mesi, da aprile a giugno, i partecipanti hanno studiato le collezioni dell'ateneo, imparando a raccontare reperti, tradizioni e storie del territorio. Oggi, guidando i visitatori tra le sale, restituiscono al pubblico il frutto di quel percorso di formazione.
La visita segue un itinerario ben definito, ma a colpire non è soltanto la ricchezza delle collezioni. È il modo in cui le guide affrontano questo compito. All'inizio prevale l'emozione: lo sguardo cerca il pubblico, i gesti accompagnano le parole, ogni dettaglio viene esposto con cura.
Poi, passo dopo passo, la tensione lascia spazio alla naturalezza. Le spiegazioni diventano dialogo, le domande dei visitatori trovano risposta. Il museo smette di essere soltanto un luogo da raccontare per diventare uno spazio in cui confrontarsi, condividere, essere “visti”, senza etichette né pregiudizi.
Lo scrittore americano Edward Bunker — che prima di diventare autore aveva vissuto lui stesso il carcere, tanto da essere considerato una delle voci più autentiche della letteratura "dal di dentro" — ha raccontato in più di un romanzo quanto sia difficile, per chi esce da una condanna, sottrarsi allo sguardo che la società continua a posargli addosso. Un'identità spesso fissata nell'etichetta di ex detenuto, che rende quasi impossibile essere percepiti diversamente, anche quando la persona ha già intrapreso un cambiamento reale.
Il progetto Giustizia e Cultura in Dialogo intende invece dimostrare che quel cambiamento è possibile, in linea con l’articolo 27 della nostra Costituzione, che punta al reinserimento sociale del condannato e alla sua riabilitazione.
Un momento della visita guidata
Dietro quella visita, infatti, c'è un cammino iniziato mesi prima, pensato per utilizzare il patrimonio culturale come strumento di crescita personale e inclusione. Le persone coinvolte hanno seguito incontri formativi con docenti e responsabili delle collezioni universitarie, approfondendo la storia del museo e dell'Ateneo, fino a mettersi alla prova nel ruolo di guide.
Guidare un gruppo di visitatori non significa semplicemente ripetere informazioni apprese. Significa assumersi una responsabilità pubblica, rappresentare un'istituzione culturale. Un'esperienza che richiede preparazione, attenzione e fiducia nelle proprie capacità.
Durante la visita questa trasformazione diventa tangibile. Ogni reperto raccontato è il risultato di settimane di studio; ogni spiegazione restituisce l'impegno con cui il percorso è stato affrontato. Non emerge soltanto il desiderio di trasmettere conoscenza, ma soprattutto la volontà di svolgere con serietà il ruolo che è stato affidato.
Come hanno sottolineato le promotrici del progetto — Maria Pia Fontana, direttrice dell'Udepe di Catania; Lina Scalisi, prorettrice dell'Università di Catania; Germana Barone, direttrice del Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane (vai all'articolo) — lo spazio museale non è stato vissuto come un semplice luogo da visitare, ma come uno spazio di appartenenza. Prendersi cura del patrimonio culturale significa anche imparare a prendersi cura della comunità e di sé stessi, costruendo un legame nuovo con il territorio e con la propria storia personale.
Anche il pubblico sembra cogliere il valore dell'esperienza. Al termine del percorso non mancano domande, complimenti e momenti di confronto. L'impressione è quella di una visita che va oltre la semplice divulgazione e diventa occasione di incontro tra persone che, almeno per un'ora, condividono lo stesso cammino.
Per l'Università di Catania il progetto rappresenta anche un esempio concreto di Terza Missione: mettere il proprio patrimonio culturale e le proprie competenze al servizio della società, creando occasioni di inclusione e partecipazione attraverso la cultura. Il Museo dei Saperi e delle Mirabilia Siciliane conferma così la propria vocazione a essere non soltanto luogo di conservazione, ma spazio aperto al territorio e alle sue esigenze.
Quando la visita si conclude, l’esitazione iniziale ha lasciato spazio a una sicurezza diversa. N. saluta il gruppo, risponde alle ultime curiosità e riceve gli applausi dei visitatori. Poi passa la parola a un altro dei dodici partecipanti al progetto, che prosegue il percorso accompagnando il gruppo nelle sale successive. È un passaggio semplice, quasi naturale, ma racchiude il senso dell'intero progetto.
Nel corso della visita queste persone non sono state definite dal loro passato, ma apprezzate per la capacità di raccontare un museo, condividere conoscenze e accompagnare altri alla scoperta di un patrimonio comune.
È forse questa l'immagine che restituisce meglio il significato di Giustizia e Cultura in Dialogo: la cultura non cancella gli errori, ma può offrire nuove possibilità di partecipazione, responsabilità e cittadinanza.