Al Parco Paternò del Toscano il confronto tra paesaggismo tropicale e mediterraneo rilancia il ruolo delle infrastrutture verdi come patrimonio culturale, ecologico e sociale
Esistono luoghi in cui il paesaggio diventa un progetto culturale prima ancora che botanico. Il Parco Paternò del Toscano, alle pendici dell'Etna, è uno di questi. Nato dalla visione di Ettore Paternò del Toscano e oggi restituito alla collettività attraverso un attento intervento di recupero, il giardino è stato il contesto ideale per il seminario Biodiversità e Arte – Paesaggistica tropicale e mediterranea a confronto.
Promosso dall'Etna Garden Club insieme con il Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente dell'Università di Catania, il CSEI Catania e il laborArch, l'incontro ha riunito studiosi, progettisti e paesaggisti per riflettere, in modo interdisciplinare, sul ruolo delle infrastrutture verdi nella rigenerazione urbana e sull'urgenza di progettare città più resilienti, nelle quali biodiversità, arte e innovazione ecologica diventino parti di un'unica visione.
L'evento, infatti, ha focalizzato l'attenzione sulla trasformazione di un patrimonio privato in risorsa collettiva, dove un parco storico torna a vivere, non soltanto come collezione botanica, ma quale laboratorio di rigenerazione urbana.
Il seminario si è aperto con i saluti istituzionali del prof. Giuseppe Cirelli, in rappresentanza del Di3A e del CSEI, della dott.ssa Teresa Gravina, presidente dell’Etna Garden Club, e della dott.ssa Stena Paternò, responsabile del Parco Paternò del Castello, che hanno sottolineato l'importanza dell'iniziativa e della collaborazione tra le istituzioni coinvolte.

Vista aerea di una parte del parco
A guidare i presenti lungo la visita tecnica del parco sono stati Barbara Paternò e Augusto Ortoleva, un’esperienza immersiva nell’ambito naturalistico e paesaggistico del territorio.
L’ing. Ortoleva - progettista dell’intervento di recupero del parco, socio fondatore dello studio associato Cantone-Ortoleva e specializzato in progetti che spaziano dall’edilizia residenziale alla rigenerazione urbana - ha illustrato in dettaglio il progetto di restauro e valorizzazione del parco: Il giardino sulla lava realizzato tra il 2023 e il 2025.
Il giardino nato negli anni Sessanta dalla visione pionieristica del suo fondatore, Ettore Paternò del Toscano, e tutelato da un vincolo della Soprintendenza a partire dagli anni Novanta, è oggi custodito dagli eredi che ne hanno promosso la rinascita in un’ottica di sostenibilità e fruizione pubblica. L’intervento, coordinato dallo Studio Cantone-Ortoleva, si è articolato su due fronti.
Da un lato il restauro filologico della parte storica, quella che gli autori chiamano la collezione Ettore Paternò del Toscano con il recupero dei percorsi in terra battuta, delle scale e dei muri in pietra lavica attraverso materiali della tradizione in sostituzione di elementi come il cemento.
Vi convivono il Giardino Roccioso, che sorge su antichi affioramenti lavici popolati da agavi, yucche e dasylirion; la Collezione di Palme, passione primaria di Ettore Paternò, con ben 42 varietà tra cui esemplari rari introdotti personalmente; e il Bosco Etneo, che conserva querce (Quercus pubescens e ilex), ulivi secolari e Pistacia terebinthus, testimoni della vocazione agricola originaria e del mito del velo di Sant’Agata che nel 1444 arrestò la lava alle porte della città.

Collezione di palme
Dall’altro, la ridefinizione di un'area a ovest, un tempo incolta e trasformata in spazio di servizio e per la didattica: un Teatro degli Aromi a gradoni coltivati a piante aromatiche, un orto-frutteto, un campo di fiori selvatici e due soli manufatti architettonici un Visitor Centre e una Serra Didattica alimentati da una pergola fotovoltaica per l’autonomia energetica, in conformità ai principi DNSH (Do No Significant Harm) ed un sistema di irrigazione smart garantisce il risparmio idrico.
«Il nostro intervento vuole dimostrare come la trasformazione della città possa avvenire non necessariamente attraverso la costruzione di nuovi oggetti architettonici, ma tramite l’attivazione di nuove relazioni tra gli elementi esistenti», ha spiegato Augusto Ortoleva. In questa prospettiva il parco «non è più soltanto uno spazio di attraversamento, ma un dispositivo percettivo e relazionale capace di modificare il modo in cui pensiamo».
Tale concezione è peraltro legata all'idea di opera aperta, secondo cui Roberto Burle Marx intese il verde non soltanto quale forma d'arte totale, ma come gesto di riconciliazione, mezzo per introdurre la natura estetizzata nell'architettura stessa.
Nell'ambito dell'incontro si è svolto il dialogo con Annibale Sicurella e Laura Maria de Moraes Mourão che si sono confrontati sulla paesaggistica tropicale e mediterranea da diverse prospettive interdisciplinari.

Il Visitor Centre
Annibale Sicurella, agronomo paesaggista e fondatore di laborArch e senior advisor della Fondazione Roberto Burle Marx ha tradotto quella visione nel contesto mediterraneo. Attraverso alcuni interventi di verde pensile, giardini e rinaturalizzazione urbana realizzati in Sicilia, ha mostrato come sia possibile restituire funzionalità ecologica al tessuto costruito.
L'aumento delle temperature, la riduzione della disponibilità idrica e la crescente frequenza di eventi meteorologici estremi impongono infatti una revisione dei criteri tradizionali di progettazione. La scelta delle specie vegetali, la gestione sostenibile delle risorse idriche, la qualità del suolo e la diversificazione degli impianti vegetazionali sono stati indicati come elementi essenziali per garantire la resilienza dei nuovi paesaggi.
Proprio per questa ragione è stato evidenziato come la progettazione paesaggistica contemporanea debba superare una concezione prevalentemente estetica del giardino per assumere una funzione ecologica, ambientale e sociale, orientata alla costruzione di paesaggi capaci di adattarsi alle trasformazioni climatiche e di contribuire alla rigenerazione dei sistemi naturali.
«Il paesaggio non è una decorazione, ma una struttura narrante. Restituire natura agli spazi urbani significa riconoscere che esiste una vegetazione resiliente, capace di rigenerarsi e il nostro compito è creare le condizioni perché questo accada», ha spiegato. Tale impostazione richiama la visione paesaggistica di Roberto Burle Marx, fondata sulla conoscenza scientifica degli ecosistemi e sull'impiego della vegetazione come elemento identitario del progetto.

Un momento degli interventi di Annibale Sicurella e Laura Maria de Moraes Mourão
Laura Maria Mourão, architetta paesaggista specializzata nel restauro dei giardini storici di Roberto Burle Marx in Brasile, come Complesso Architettonico e Paesaggistico della Pampulha, a Belo Horizonte, riconosciuto dall'UNESCO come Patrimonio dell'Umanità ed ha portato la prospettiva di chi custodisce e reinterpreta l’eredità del grande paesaggista brasiliano.
L'architetta Mourão ha proposto una riflessione sul significato del restauro dei paesaggi moderni, evidenziando come la conservazione di un giardino storico non possa limitarsi al recupero della configurazione originaria, ma debba necessariamente tradursi in un sistema permanente di gestione, la conservazione del paesaggio moderno è insieme una sfida tecnica e culturale: «Restaurare un paesaggio di Burle Marx non significa riportarlo a com’era, ma comprendere cosa volesse diventare e quale dialogo con il tempo intendesse instaurare», ha osservato.
Nel corso della relazione è stato illustrato il caso della Pampulha in cui i giardini progettati da Burle Marx sono in stretta relazione con le architetture di Oscar Niemeyer, rappresentando una delle più significative espressioni del paesaggismo moderno, caratterizzato dall'impiego della flora tropicale autoctona, dall'attenzione ai processi ecologici e dall'integrazione tra ricerca scientifica ed espressione artistica per la fragilità del patrimonio vegetale.
Mourão ha evidenziato come gli interventi di restauro eseguiti negli anni Novanta in assenza di una gestione continuativa, anche se rigorosi sono destinati a deteriorarsi rapidamente. Da tale esperienza è nata la realizzazione del Vivaio Burle Marx presso il Giardino Botanico di Belo Horizonte come organismo vivente, concepito come centro permanente per la conservazione delle specie vegetali originarie dei giardini della Pampulha permettendo allo stesso tempo la formazione di una squadra specializzata di giardinieri per la conservazione del paesaggio storico, capace di garantire la continuità genetica delle collezioni vegetali e di assicurare nel tempo la manutenzione dell'opere.

Un momento della visita guidata
A conclusione del seminario è intervenuto il prof. Giuseppe Cirelli, professore ordinario di Idraulica agraria e sistemazioni idraulico-forestali dell’Università di Catania, esperto di Nature-Based Solutions, che ha proposto una lettura del Parco non solo come patrimonio botanico, ma anche come infrastruttura verde.
Come ha sottolineato, è necessario «costruire spazi verdi che siano al tempo stesso luoghi di vita e dispositivi idrologici e sociali». Il Parco Paternò rappresenta un esempio concreto di come sia necessario ripensare profondamente il ruolo delle aree verdi, superando una visione che le considera esclusivamente spazi destinati alle attività ricreative e alla fruizione all’aperto. In un contesto segnato dagli effetti del cambiamento climatico, esse devono essere riconosciute come vere e proprie infrastrutture verdi, fondamentali per migliorare la resilienza, la vivibilità e la sostenibilità delle aree urbane e periurbane.
Un seminario che, muovendo da un giardino sulla lava, ha saputo intrecciare arte, botanica e ingegneria in un’unica visione: quella di una città mediterranea che non si difende dalla natura, ma torna a progettare con la natura. In continuità con il pensiero di Ettore Paternò, che immaginava un rapporto profondo e armonico tra uomo e ambiente.

Un momento dell'intervento del prof. Giuseppe Cirelli