A Sharper 2026 le ricerche dei dipartimenti di Scienze Chimiche e di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente
Liquidi che cambiano colore, materiali insoliti e piccoli strumenti capaci di attirare la curiosità. Il 25 settembre Piazza Università a Catania si è trasformata in un laboratorio a cielo aperto. Ricercatori e ricercatrici hanno invaso la piazza per la Sharper Night 2026 - La Notte Europea dei Ricercatori e delle Ricercatrici.
Quarantuno stand allestiti in piazza per mostrare al pubblico il lavoro concreto di ricercatori e ricercatrici. Riduzione degli sprechi, tutela ambientale e contrasto al deterioramento degli alimenti, tra i vari temi che hanno affascinato grandi e piccoli.
Dalla birra che diventa una nuova risorsa alla cenere dell’Etna trasformata in materiale per depurare l’acqua, dai foglietti che cambiano colore quando intercettano sostanze inquinanti alle antiche uve dell’Etna custodite come un patrimonio da riscoprire.
In piazza, la ricerca ha preso forme, colori e perfino profumi diversi, raccontando quanto possa essere concreta e vicina alla vita di tutti i giorni grazie a Sharper Night 2026 – La Notte dei Ricercatori.
Piazza Università si è trasformata in un grande laboratorio a cielo aperto, dove ricercatori e ricercatrici dell’ateneo, e di altri enti di ricerca, hanno portato fuori dai laboratori esperimenti, materiali e soluzioni nate dallo studio dei problemi più attuali: dagli sprechi alimentari alla tutela dell’ambiente, dalla qualità delle acque alla protezione delle colture, fino alla valorizzazione della biodiversità e delle produzioni del territorio.
Stand in Piazza Università
Quarantuno stand “offerti” al pubblico per osservare da vicino il lavoro concreto della ricerca, scoprendo come uno scarto possa diventare una risorsa, un materiale apparentemente comune possa trasformarsi in uno strumento tecnologico e una varietà di uva quasi dimenticata possa tornare a rappresentare una possibile risposta alle sfide del futuro.
Allo stand Trebbie: da scarto a risorsa del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente, il ricercatore Salvatore Bordonaro ha spiegato come è possibile ricavare nuove formulazioni alimentari a partire dagli scarti di produzione della birra. Durante la dimostrazione, il ricercatore ha raccontato anche altre strade per valorizzare gli scarti agroindustriali: dalle vinacce, da cui si cercano di estrarre composti con potenziale azione antimicrobica, alle prove per produrre birra con il pane raffermo. L'obiettivo di questi studi è ridurre gli sprechi dando una seconda possibilità a materiali che altrimenti verrebbero scartati.
Scarti agroalimentari
Anche nel laboratorio di Chimica Industriale gli scarti sono il nucleo delle nuove ricerche. Spicca il progetto dello stand Waste to catalysts: dai rifiuti all’energia. Al centro dell’attività vi è la trasformazione creativa di scarti agroindustriali e materiali di recupero — quali cenere vulcanica dell’Etna, bucce di mandorle, scorze d’arancia e persino residui chimici da creme solari — in catalizzatori d'avanguardia pronti ad accelerare reazioni pulite e ad abbattere l’impatto ambientale.
Uno dei risultati più sorprendenti riguarda la depurazione delle acque reflue: irradiando la cenere vulcanica etnea con la luce solare, i ricercatori sono in grado di attivare processi per l’assorbimento di inquinanti e la contestuale produzione di idrogeno verde. Inoltre, trattando i residui di solari per estrarre ossidi di zinco e titanio combinati con la cenere, si ottengono materiali compositi capaci di degradare sostanze contaminanti presenti nell’acqua.
Per evitare che la polvere catalitica dispersa contamini a sua volta l’acqua trattata, il team ha sviluppato catalizzatori dotati di proprietà magnetiche: al termine del processo di purificazione, è sufficiente l’ausilio di un semplice magnete per attrarre e rimuovere selettivamente il materiale dall'acqua, rendendolo immediatamente riutilizzabile.
Catalizzatori magnetici
Proseguendo lungo i banconi del Dipartimento di Scienze Chimiche, lo stand Occhio agli inquinanti con i chemosensori vapocromici risponde con un’innovazione semplice quanto rivoluzionaria per la vita quotidiana. I ricercatori sintetizzano speciali molecole organiche che, applicate su comune carta da filtro, trasformano dei semplicissimi foglietti in sensori chimici cromatici ad alta sensibilità per la rilevazione dei gas.
Il meccanismo si basa sul principio del vapocromismo: al contatto con determinate molecole gassose disperse nell’ambiente o rilasciate all'interno degli imballaggi alimentari durante le prime fasi di deperimento del cibo, i foglietti cambiano colore in modo visibile a occhio nudo.
Questa tecnologia offre un duplice vantaggio pratico: da un lato permette il monitoraggio istantaneo dell’inquinamento atmosferico in luoghi di lavoro o ambienti a rischio, dall’altro viene integrata nel packaging di carne e prodotti freschi per avvisare tempestivamente il consumatore che l’alimento sta cominciando ad andare a male, fornendo uno strumento fondamentale contro il food waste e prevenendo intossicazioni alimentari.
Chemosensori vapocromici
Dalla ricerca sui materiali, il percorso si sposta verso il settore vitivinicolo e lo studio di uve rare.
Allo stand del Dipartimento di Agricoltura, Alimentazione e Ambiente (Di3A), il viaggio tra le eccellenze e le sfide del territorio ha unito la memoria storica della viticoltura siciliana alle più avanzate strategie di tutela dell'ecosistema.
Sul fronte vinicolo, i riflettori si sono accesi sul recupero e la valorizzazione dei cosiddetti “vitigni reliquia”: antiche varietà di uve autoctone dell'Etna, distinte dai più famosi Nerello Mascalese, Carricante e Catarratto, reperite in pochi esemplari sul territorio e oggi conservate e studiate presso l'Azienda Agraria Sperimentale dell'Ateneo a Primosole.
Attraverso microvinificazioni, analisi genetiche e collaborazioni con importanti cantine locali e l'Istituto Regionale Vini e Oli di Sicilia (IRVO), il team di ricerca guidato dalla professoressa Elisabetta Nicolosi lavora per capire se queste varietà possano arricchire il patrimonio viticolo siciliano e aiutare le coltivazioni ad adattarsi ai cambiamenti climatici.
Lo stand del Di3A
Accanto al vino, lo spazio è stato dedicato alla protezione delle colture e alla gestione degli insetti dannosi. Ampio risalto è stato dato al Fire Team, l'unità scientifica dell'Università impegnata nel piano di eradicazione della formica di fuoco, una specie aliena individuata in Sicilia nel 2023 e oggi fortemente presente nel Siracusano. I ricercatori lavorano sul campo con attrattivi specifici per ridurre le colonie e limitare i danni a biodiversità e agricoltura.
I visitatori hanno inoltre potuto osservare dal vivo come la ricerca risponda ad altre minacce per le nostre campagne: dai parassiti che divorano le foglie di pomodoro e che vengono contrastati attraverso insetti predatori naturali, ai moscerini alieni che attaccano i piccoli frutti scavando nel frutto stesso.
Formiche e insetti
E ancora uno sguardo agli insetti delle farine ha spiegato come le infestazioni nei pacchi che compriamo a casa possano dipendere da uova piccolissime che superano persino i filtri di setacciatura durante la lavorazione industriale. Una panoramica concreta di come la ricerca universitaria protegga ogni giorno l'agricoltura e l'ambiente siciliano.
Dalle trebbie alle uve rare, gli esperimenti raccontati in piazza mostrano una ricerca ancora in corso, ma vicina ai problemi del territorio. Come ogni anno, Sharper Night si rivela un ponte tra ricerca, sviluppo e comunità, capace di portare la scienza fuori dai laboratori e renderla accessibile a tutti. Per l’Università di Catania, ridurre gli sprechi, tutelare l’ambiente e valorizzare il territorio significa lavorare a un futuro migliore e più sostenibile.