È la fotografia del procuratore Sebastiano Ardita che, nel video, evidenzia anche, insieme con il questore Giuseppe Bellassai, come senza scuola, servizi e lavoro legale, la mafia continuerà a reclutare giovani leve
La mafia permea da sempre ogni settore di Catania, da quello economico a quello istituzionale, da quello giuridico a quello sociale.
Ne abbiamo voluto parlare con uno degli uomini di legge più determinati sul fronte della lotta alle mafie: il procuratore aggiunto di Catania. Risponde al nome di Sebastiano Ardita, e ritiene che la criminalità organizzata non sia semplicemente un gruppo armato.
“Senza il tacito supporto o l’indifferenza dei grandi poteri della comunicazione e le complicità in alcuni esponenti delle istituzioni, nella vita di Catania non si sarebbe registrato lo stesso alto tasso di pervasività mafiosa”, racconta il procuratore aggiunto.
Quali sono i settori nei quali la mafia è più interessata ad investire, e quali sono i suoi principali proventi?
“Gli investimenti in attività commerciali servono, soprattutto, a riciclare il denaro sporco proveniente, nella maggior parte dei casi, dal traffico di stupefacenti, sin dagli anni ‘70. Alle varie attività di riciclaggio, si somma il denaro ricavato da quel settore diciamo borderline, più semplice da nascondere a controlli o indagini, e con regolamentazioni meno complesse”, spiega Sebastiano Ardita.
E quali sono le attività meno borderline?
“La storia economica locale lo documenta: negli anni ‘80 ci sono state grandi imprese che davano lavoro, ma entravano nel mercato con patti pregressi con Cosa nostra - spiega il procuratore -. E così hanno instaurato un oligopolio. Quel modello ha legittimato un’economia “drogata”, in cui l’accesso a lavori e appalti passava per canali criminali. Grazie al fenomeno della globalizzazione eventi politico-economici sembrano avere una sorta d’influenza nel rapporto tra mafia, politica e istituzioni”.
Procuratore Ardita, ci spieghi meglio il fenomeno.
“Nel mondo ci sono Narco-Stati, ovvero Stati in cui il PIL è costituito, in gran parte, dal traffico di droga e dalle varie società dedite al riciclaggio del denaro sporco, e quotate in borsa - con valori altissimi, la maggior parte delle volte”, sottolinea.

Un momento dell'intervista al procuratore Sebastiano Ardita
Insomma, dottor Ardita, lei racconta di una mafia che si fa società e condiziona la vita delle persone. È così?
“La mafia è quasi un bisogno di paternalismo e accoglienza da parte del più forte, il quale garantisce un equilibrio che noi non stabiliamo, perché non è democratico - spiega Ardita -. Ma ci piace, perché ci dà un po’ di comfort e ci mette in condizione di qualche piccolo privilegio, in un contesto in cui quel piccolo privilegio dovrebbe essere un diritto, ma non lo è, perché c’è qualcuno più forte e arrogante”.
Quali sono, a suo giudizio, i mezzi più efficaci per contrastare gli atteggiamenti mafiosi?
“Sono tre i pilastri dell’azione nei contrasti: l’investigazione scientifica, le misure ablative ed il 41 bis. Le indagini finanziarie permettono di seguire i soldi delle varie cosche mafiose, le confische consentono di “disarticolare le certezze della mafia”, mentre il 41 bis ed i collaboratori di giustizia garantiscono il controllo degli obiettivi raggiunti dalla legge, nella lotta alla mafia”, sottolinea il procuratore aggiunto.

Un momento dell'intervista al questore di Catania, Giuseppe Bellassai
Dottor Ardita, in questi giorni abbiamo parlato con molti ragazzini di Librino, quartiere ad alta intensità criminale e ad altissimo tasso di dispersione scolastica. Ha suggerimenti sul da farsi, a questo proposito?
“Questo dato della dispersione scolastica nei quartieri difficili è molto preoccupante, ed è legato all’assenza dello Stato - commenta il procuratore -. Lo Stato deve essere più presente, se no quel vuoto viene colmato dalla presenza della mafia, che garantisce stabilità laddove lo Stato mostra totale abbandono, e non interviene con continuità ed efficacia".
"In un contesto in cui la mafia è radicata in ogni ambito, da quello sociale a quello politico-economico, la risposta ad essa non può limitarsi alla sola repressione - aggiunge -. Occorre una ricostruzione culturale che rifiuti il paternalismo mafioso, un’informazione indipendente, una giustizia che non rincorra soltanto il consenso, ed occorrono istituzioni indipendenti".
"Allo stesso tempo è indispensabile rigenerare un’economia aperta, che offra lavoro senza condizionamenti criminali. Solo un impegno, coordinato, su questi fronti, può impedire a Catania di abituarsi a convivere con la mafia, e restituirle un futuro civile”, spiega in chiusura di intervista il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita.

Un momento della "lezione" del procuratore aggiunto Sebastiano Ardita agli allievi del corso
Hanno collaborato Rebecca Fagone, Mariachiara Gennaro, Annalisa Sara Gensabella, Andrea Maugeri, Lucia Midolo, Salvatore Pappalardo e Francesca Squillaci
Il video è stato realizzato nell’ambito dell'inchiesta realizzata dagli studenti e dalle studentesse del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Catania che hanno partecipato al seminario “Come nasce una notizia – Ragazzini di Librino", tenuto dal giornalista catanese Antonio Roccuzzo (vai all’articolo di presentazione).