Operatori del sociale, volontari e delegati dei territori si confrontano per trasformare i dati della Conta in nuove politiche di inclusione
Mettere a fuoco chi vive ai margini, uscendo dall'astrattezza delle cifre per fare spazio alle storie e ai diritti. Con questo spirito sono stati illustrati i dati della European Homelessness Count nell’aula magna del Palazzo Pedagaggi del Dipartimento di Scienze politiche e sociali.
A coordinare la conferenza è stata la prof.ssa Teresa Consoli, docente dell’ateneo catanese e referente del progetto per l’Italia, con al fianco il professor Francesco Mazzeo Rinaldi, direttore del Laposs, il Laboratorio di Politiche e Servizi Sociali dell'Università di Catania che si è occupato di coordinare la ricognizione sulle persone senza dimora condotta sul campo.
In base ai dati emersi dalla Conta europea delle persone senza dimora - European Homelessness Count (EHC) – il numero complessivo di persone censite sostanzialmente a Catania nel 2025 è stabile rispetto all'anno precedente: 139 casi nel 2025 a fronte dei 149 rilevati nel 2024 (vai all'articolo).
In foto Teresa Consoli e Francesco Mazzeo Rinaldi
La parola alle città
Un momento di particolare interesse, dopo la disamina dei dati, è stato lo spazio intitolato La parola alle città, un momento in cui operatori del sociale, volontari e delegati dei territori hanno preso la parola per confrontarsi sulle quotidiane fatiche relative alle attività di accoglienza.
A Catania la discussione si è accesa in particolare attorno alla tenuta del sistema socio-sanitario. Luciano Nigro, operatore di LILA – Diritti e Prevenzione, ha portato testimonianze dirette sui vuoti lasciati sul territorio dalla progressiva dismissione di presidi pubblici dedicati alla medicina di prossimità per cittadini stranieri e persone fragili.
Nel suo intervento ha evidenziato come «l'intreccio tra dipendenze, disagio psichico e patologie croniche finisca per tagliare fuori gli individui dai tradizionali dormitori gestiti dal privato sociale, vincolati a regole d'ingresso troppo selettive».
«Per intercettare chi è più esposto serve compiere scelte chiare occorre creare strutture a bassa soglia, rafforzare e coordinare le unità mobili di strada ed evitare che i giovani, compresi quanti escono dai percorsi di tutela al compimento del diciottesimo anno, scivolino inevitabilmente nella marginalità e nei circuiti dello sfruttamento», ha aggiunto.
Un momento dell'intervento di Luciano Nigro
Una visione ribadita da Cecilia Petrelli, anch'essa impegnata sul campo. Richiamando l'impegno degli oltre cento volontari mobilitati per la rilevazione etnea, la Petrelli ha esortato l'amministrazione cittadina a «non limitare la propria vocazione allo sviluppo economico o alla sola crescita turistica, investendo invece energie e fondi stabili in un coordinamento permanente tra servizi sociali, ASP e associazioni».
Il dibattito ha quindi allargato il perimetro grazie alle riflessioni arrivate dalle altre città della rete, a partire da Brescia, dove i referenti hanno valorizzato il clima di cooperazione maturato tra operatori e istituzioni durante le notti del censimento, ponendo però un quesito cruciale sul futuro: comprendere se l'applicazione delle nuove normative europee sull'asilo favorirà una presa in carico protetta o rischierà di spingere altre fasce di migranti nell'irregolarità e nella povertà estrema.
Un momento dell'intervento di Cecilia Pedrelli
Un nuovo sguardo sulla marginalità
Dai rappresentanti istituzionali il messaggio è stato chiaro: la rilevazione non è una fredda pratica burocratica, ma un atto di indirizzo politico e sociale.
L'assessora ai Servizi sociali del Comune di Catania, Serena Spoto, ha parlato apertamente di «un esercizio di responsabilità», sottolineando come l'adesione della città sia servita anzitutto a «imparare a guardare la nostra realtà con occhi diversi» per pianificare interventi mirati.
Da Brescia, collegata in rappresentanza dell'amministrazione locale, la consigliera Raisa Labaran ha tenuto a precisare quale debba essere il vero orizzonte di lungo termine: «L'obiettivo è arrivare a un punto in cui non ci sia più bisogno di raccogliere questi numeri», richiamando il dovere pubblico di garantire salute, percorsi di dignità e reale autonomia.
La necessità di un radicale cambio di sguardo è risuonata anche nelle parole dell'assessora al Sociale del Comune di Padova, Margherita Colonnello, che ha invitato la platea a «sconfiggere la retorica del degrado»: chi trascorre la notte sui marciapiedi resta prima di tutto una persona, a cui rispondere non con la leva dell'allontanamento, ma con servizi stabili e vicinanza comunitaria.
A tirare le fila di questo primo blocco è stato Alessandro Carta, presidente nazionale di fio.PSD ETS, che ha posto l'accento sulla sinergia creatasi tra università, uffici tecnici comunali, decisori politici e operatori di base: «Abbiamo sperimentato un metodo di lavoro a quattro livelli che ha funzionato, ricordandoci che non basta avere informazioni teoriche se poi non si è capaci di metterle a terra in modo adeguato».
A chiudere la giornata di confronto sono state le conclusioni affidate a Teresa Consoli e Elisabetta Sciotto dell'ateneo di Catania. I loro interventi hanno rimarcato come questa esperienza partecipata abbia confermato che «l'indagine empirica non si esaurisce nella quantificazione del disagio, ma trova senso solo se diventa leva negoziale per ripensare i modelli di welfare, collegando le realtà locali alle politiche comunitarie e restituendo a ogni persona il diritto a non rimanere invisibile».
Operatori sociali, volontari e rappresentanti delle associazioni locali