L’arte nell’era digitale tra memoria, ricerca e innovazione

Al Cut di Unict la giornata conclusiva della Summer School dell'Accademia di Belle Arti esplora il rapporto tra sperimentazione, produzione artistica e tecnologie digitali, interrogandosi su come archivi e dataset stiano trasformando il modo di creare, conservare e interpretare le arti visive

Maria Fusea, Loris La Spina, Isabella Spalletta

“Arti visive, produzione e ricerca, archivi e dataset, storie e prospettive” è il titolo della terza giornata della International Phd Summer School – Approcci interdisciplinari alle pratiche artistiche, progettuali e curatoriali: produzione, memoria, etica, ermeneutica che si è tenuta al Centro universitario teatrale dell’ateneo catanese.

Ad aprire la giornata, nell’ambito dell’iniziativa promossa dall’Accademia delle Belle arti di Catania nell’ambito delle attività del Dottorato di ricerca in Scienze della produzione artistica e del patrimonio, è stato Francesco Lucifora che ha ringraziato il direttore dell’Accademia Diego Latino, il coordinatore Vittorio Micari, lo staff e i colleghi coinvolti nella ricerca e nel lavoro condiviso.

La giornata – incentrata sulla riflessione sul presente e sul futuro dell’arte attraverso esperienze e progetti diversi – ha registrato gli interventi di Licia Calvi, Cecilia GuidaValentina ManchiaLucia MiodiniFlorian Weigl.

Francesco Lucifora

Un momento dell'intervento di Francesco Lucifora

Nel corso dell’incontro, Licia Calvi ha parlato di narrazione, patrimonio culturale e turismo, mostrando come raccontare storie non sia mai qualcosa di neutrale, ma uno strumento potente per avvicinare le persone ai luoghi.

Licia Calvi chiarisce fin dall’inizio il punto di partenza del suo intervento: non tutte le storie hanno lo stesso peso, “la storia non è solo quella con la S maiuscola, fatta di eventi e date, ma è anche quella delle persone e delle memorie quotidiane”. 

“Scegliere quale storia raccontare - spiega Licia Calvi -, non è mai una scelta innocente, ma è un atto politico. Chi decide cosa viene narrato sceglie anche quali comunità e quali memorie diventano visibili al pubblico”.

L’approccio che Licia Calvi descrive si basa su due principi, il primo è che l’esperienza del visitatore deve essere al centro: non si tratta di dare informazioni, ma di emozionare. Il secondo è che la storia deve parlare di persone, reali o verosimili, capaci di creare empatia attraverso sentimenti che appartengono a tutti. 

“La tecnologia è un mezzo, non un fine”, precisa la ricercatrice, evidenziando come debba essere sempre al servizio della narrazione. Gran parte dell’intervento è stato dedicato ai progetti sviluppati insieme agli enti turistici della regione olandese del Brabante

Il primo riguarda i 125 anni dalla morte di Vincent van Gogh, partendo dal fatto che la maggior parte dei turisti associava l’artista ad Amsterdam o alla Provenza, senza sapere che fosse nato proprio nel Brabante, il team ha costruito un percorso narrativo basato sul modello del viaggio dell’eroe. Il progetto, chiamato Become a Vincent, collega sei luoghi della regione alle diverse fasi della vita dell’artista, dando visibilità a un territorio che in molti non conoscevano.

Un secondo progetto riguarda i 75 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale in Olanda. In questo caso il team ha scelto di raccontare la storia di Karma e Belen, due giovani innamorati separati dalla guerra. “In questo modo non vengono citate cifre o battaglie, ma vengono toccati valori che appartengono a tutti noi”, spiegando come storie di perdita e separazione possano creare un legame emotivo tra il visitatore e luoghi altrimenti difficili da avvicinare.

Particolarmente interessante è il progetto legato al Museo Markiezenhof di Bergen op Zoom, un grande palazzo nobiliare olandese. Alla ricercatrice è stato chiesto di ripensare 4 sale raccontando la storia di Anna von Pfannheimen, ultima erede ufficiale del palazzo, il cui nome era stato cancellato dai documenti della famiglia per ragioni di potere. 

Il team ha trasformato le quattro sale in veri e propri set cinematografici, dove i visitatori scoprono la storia di Anna raccogliendo indizi e interagendo con i personaggi della sua vita.

L’ultimo progetto presentato è di dimensione europea, finanziato dal programma Interreg, e riguarda la valorizzazione del patrimonio ebraico di Anversa. Il team ha scelto di raccontare i preparativi per il Bar Mitzvah di Sammy, un bambino di tredici anni, attraverso gli occhi suoi, della madre e del padre, i tre personaggi sono inventati, ma costruiti con l’aiuto di storici e rappresentanti della comunità locale.

L’intervento di Licia Calvi si è concluso con una riflessione sull’importanza dello storytelling “la verità di una storia non è un fatto, ma una possibilità” ricordando come ciò che “conta non sia solo chi racconta, ma anche come chi ascolta la riceve”.

Licia Calvi

Un momento dell'intervento di Licia Calvi

L’evento è continuato con l’intervento di Cecilia Guida che ha proposto una riflessione che ha attraversato arte contemporanea, pratiche partecipative e spazio pubblico, mostrando come il ruolo del pubblico non sia mai quello di semplice spettatore, ma possa diventare parte attiva dell’opera stessa.

All’inizio dell’intervento ha spiegato come il suo approccio si basi sulle teorie di Claire Bishop, in particolare sul concetto di arte partecipativa, con questa espressione si intendono tutte quelle pratiche artistiche in cui le persone non sono solo spettatori, ma diventano parte attiva dell’opera “partecipare non significa solo essere parte di qualcosa, ma prendere parte a qualcosa”, tracciando una distinzione fondamentale tra chi assiste e chi agisce.

Altro concetto centrale è quello dello spazio pubblico, descritto come qualcosa di molto più complesso di un luogo fisico. È uno spazio relazionale, attraversato da comunità diverse, interessi diversi e memorie diverse. “La comunità è un concetto molto usato e spesso abusato”, sottolineando come non basti trovarsi nello stesso posto per costituire una comunità: occorre condividere un’esperienza, un progetto, una responsabilità comune.

Parte dell’intervento è dedicato ai progetti sviluppati nel corso della carriera curatoriale di Guida. Il primo riguarda la sua esperienza alla Fondazione Pistoletto, la Cittadellarte di Biella, dove nel corso del dottorato ha trascorso cinque mesi, “l’opera non era il risultato finale, ma il processo stesso di convivenza, confronto e sperimentazione”. Fu proprio quell’esperienza a definire la sua idea di pratica curatoriale: un lavoro che nasce dal confronto continuo con gli artisti, dalla frequentazione dei loro studi, alla condivisione quotidiana delle loro ricerche.

Nel 2012, La Fondazione Pistoletto la richiama per riprogettare il programma di residenza Unidee. Guida lo dirige dal 2014 al 2018, trasformandolo in una serie di moduli residenziali settimanali in cui artisti, filosofi, ricercatori e studiosi si incontravano per condividere le loro conoscenze, “la conoscenza non avveniva solo nei momenti formali, ma anche in quelli conviviali, nei momenti di relax”.

Un progetto di natura diversa è quello legato a CityLife, una delle aree più nuove di Milano. All’interno del parco, Guida si è occupata del programma di mediazione di Artline, occupandosi di tutte quelle attività pensate per mettere in relazione le opere con il pubblico.

A differenza dell’esperienza precedente, in questo caso non esisteva una vera e propria comunità già formata, ma pubblici diversi che attraversavano il parco per motivi differenti, “non c’è una comunità, ma ci sono dei pubblici”.

L’ultimo progetto presentato tratta di una residenza curata da Guida, Casa degli Artisti di Milano, costruita attorno a un ex cimitero abbandonato nel quartiere di Crescenzago. Il luogo era percepito dagli abitanti come un bosco selvatico, bello ma pericoloso, per questo Guida aveva deciso di collaborare con chi quel luogo lo conosce: anziani che ricordano quando vi seppellivano i propri cari, e bambini delle scuole elementari vicine che invece non ne hanno memoria, ma possono immaginarne il futuro.

In conclusione, Cecilia Guida ha mostrato come il suo lavoro curatoriale sia sempre legato alla ricerca e alla costruzione di relazioni. I suoi progetti non si limitano alla realizzazione di opere, ma cercano soprattutto di coinvolgere le persone e creare nuove forme di comunità attraverso l’arte.

Cecilia Guida

Un momento dell'intervento di Cecilia Guida

A seguire l’intervento di Valentina Manchia che ha proposto una riflessione che ha attraversato semiotica, storia dell’arte e cultura visuale, mostrando come le immagini non siano solo semplici rappresentazioni della realtà, ma dispositivi di significato complessi.

La semiotica visiva non si occupa soltanto di immagini classiche o pubblicitarie, ma può essere applicata a qualsiasi oggetto visivo, anche il più astratto e difficile da interpretare. Per dimostrarlo, ha scelto come esempio: The Lightning Field, un’installazione di Walter De Maria situata in un deserto del New Mexico. Si tratta di 400 pali d’acciaio disposti su uno spazio vastissimo. L’artista ha vietato ai visitatori di fotografarla “non è un’opera da guardare, ma un’esperienza di spazio che accade nel corso del tempo”.

Al centro dell’intervento si trova la distinzione tra due modi di guardare le immagini. Il primo è quello dell’iconografia, che cerca connessioni tra gli elementi rappresentati e i significati culturali che portano con sé. Il secondo è quello della semiotica visiva, che invece si chiede come un’immagine funziona: quali elementi visivi la compongono, come sono organizzati nello spazio, quali contrasti e relazioni che producono un effetto di senso.

“Prima dell’esperienza mi interessa l’opera come dispositivo di organizzazione di elementi che porta all’effetto che mi interessa”.

Questo approccio nasce con Roland Barthes e la sua analisi del manifesto pubblicitario della pasta Panzani, ma si è sviluppato nel tempo fino a includere qualsiasi tipo di immagine. La semiotica visiva lavora su due livelli: quello plastico, che riguarda linee, colori, forme e disposizione degli elementi nello spazio, e quello figurativo, che riguarda le figure riconoscibili e le storie che raccontano.

Gran parte dell’intervento è dedicata ad esempi. Il primo è una natura morta di Philippe de Champaigne, intitolata Vanitas, in cui un teschio, un fiore quasi appassito e una clessidra sono disposti su uno sfondo nero. Un iconografo, spiega Manchia, cercherebbe i collegamenti tra questi oggetti e il tema della caducità della vita. La semiotica visiva invece si chiede come funziona quell’effetto di illusione: come lo sfondo nero azzera lo spazio e trasforma gli oggetti in una messa in scena; come i riflessi sugli oggetti lucidi sembrano provenire dallo spazio dell’osservatore, rompendo il confine tra chi guarda e ciò che è guardato.

Un secondo esempio è la placca Pioneer, lanciata dalla Nasa nello spazio nel 1972 come messaggio per eventuali civiltà aliene. L’immagine contiene figure umane e diagrammi astronomici, ma la sua leggibilità è tutt’altro che universale. “Salutare è un gesto culturalmente connotato, non un segno immediatamente comprensibile per chi non condivide la nostra stessa cultura”, l’esempio serve a mostrare come anche le immagini più semplici nascondono una serie di sottotesti impliciti, legati al contesto culturale di chi le produce e di chi le guarda.

Particolarmente interessante è la parte finale dell’intervento, dedicata al rapporto tra semiotica visiva e intelligenza artificiale. Manchia richiama il lavoro del teorico Lev Manovich sulla visualizzazione di grandi quantità di immagini, e spiega che raccogliere immagini insieme non significa che esse parlino da sole. “Anche la forma di costruzione della connessione tra le immagini può essere ricondotta a un determinato punto di vista”, mostrandoci come questi sistemi di riconoscimento automatico delle immagini non siano così oggettivi e neutrali.

L’intervento di Manchia si è concluso con una spiegazione sul come la semiotica visiva, non sia solo uno strumento di analisi, ma anche un metodo di progetto: imparare a guardare come un’immagine è costruita significa anche saper costruire immagini in modo più consapevole. Concludendo con un invito a esercitare uno sguardo più attento e critico su ciò che vediamo, dalle opere d’arte ai social media, dalle pubblicità ai sistemi di intelligenza artificiale che ogni giorno classificano e interpretano le immagini al posto nostro.

Valentina Manchia

Un momento dell'intervento di Valentina Manchia

Nel pomeriggio i lavori sono proseguiti con l’incontro dedicato alle “Prospettive di genere nello spazio pubblico: approdi metodologici su patrimonio, archivi fotografici e arti performative”, la storica della fotografia Lucia Miodini ha proposto una riflessione che ha attraversato storia dell’arte, cultura visuale, fotografia e studi di genere, mostrando come il modo in cui osserviamo immagini e patrimoni culturali non sia mai neutrale.

Fin dalle prime battute, Miodini chiarisce il punto di partenza del suo intervento: “Prima di tutto bisogna capire che cosa significa assumere una prospettiva di genere”. Non si tratta, spiega, di aggiungere semplicemente nuove figure femminili alla narrazione storica, ma di interrogare i criteri stessi con cui quella storia è stata costruita. La prospettiva di genere diventa così uno strumento critico capace di mettere in discussione categorie che per molto tempo sono state considerate universali e oggettive.

Lo spazio pubblico, altro concetto centrale della conferenza, viene descritto come qualcosa di molto più ampio di una piazza o di una strada. È uno spazio fisico ma anche virtuale, fatto di immagini, archivi, musei, media e piattaforme digitali. Proprio in questi luoghi si costruiscono memoria collettiva, identità e relazioni di potere.

Gran parte dell’intervento si concentra sul concetto di politiche dello sguardo. “Ogni sguardo è situato»”, sottolinea la relatrice. Nessuno osserva il mondo da una posizione neutrale: ciascuno guarda attraverso la propria esperienza, il proprio contesto culturale, la propria storia. È un principio elaborato da studiose come Donna Haraway e che oggi rappresenta uno dei cardini degli studi di cultura visuale.

Da questa prospettiva, anche la fotografia cambia significato. Non è soltanto uno strumento che registra la realtà, ma un dispositivo capace di costruirla. Le immagini contribuiscono infatti a definire identità, ruoli sociali e rappresentazioni del corpo. “La fotografia non documenta soltanto il mondo: partecipa alla sua costruzione”, osserva Miodini, invitando il pubblico a riflettere sul ruolo che ogni immagine svolge nella formazione dell’immaginario collettivo.

Nel ripercorrere l’evoluzione dei gender studies, la docente richiama il pensiero di Judith Butler, che definisce il genere come una costruzione sociale e culturale. “Il genere non è qualcosa che siamo, ma qualcosa che facciamo”, ricorda Miodini, sintetizzando uno dei concetti più influenti della teoria della performatività. Gesti, linguaggio, posture e comportamenti diventano così pratiche che producono identità, più che semplici espressioni di una natura biologica.

A questa riflessione si affianca il tema dell’intersezionalità, introdotto dalla giurista Kimberlé Crenshaw. Genere, classe sociale, etnia, orientamento sessuale e altri fattori non possono essere analizzati separatamente, perché si intrecciano nel determinare privilegi e disuguaglianze. “Assumere il proprio posizionamento è il primo passo di qualsiasi ricerca critica”, afferma Miodini, ricordando come riconoscere i propri privilegi significhi anche comprendere i limiti del proprio sguardo.

Tra i riferimenti teorici emerge anche il pensiero di Bell Hoocks, per la quale il margine non rappresenta soltanto uno spazio di esclusione, ma può trasformarsi in un luogo privilegiato di osservazione e resistenza. “Dal margine si vede meglio”, ricorda la studiosa, spiegando come proprio le periferie culturali possano generare nuovi immaginari e nuove narrazioni.

Una parte particolarmente interessante della conferenza è dedicata al rapporto tra fotografia e performance artistica. Negli anni Settanta, osserva Miodini, la fotografia smette progressivamente di essere soltanto documentazione delle performance e diventa essa stessa linguaggio autonomo. Le immagini non registrano semplicemente un evento, ma lo trasformano e lo prolungano nel tempo, coinvolgendo chi guarda in un processo interpretativo.

Per spiegare questo passaggio sono state analizzate le opere di artiste come Cindy Sherman, che attraverso autoritratti costruiti mette in crisi gli stereotipi della rappresentazione femminile, e Valie Export, pioniera della performance art, che utilizza il proprio corpo come strumento di critica alle convenzioni sociali e ai ruoli di genere.

Secondo Miodini “queste esperienze hanno aperto la strada a una riflessione ancora oggi estremamente attuale”. Cinema, pubblicità, moda e social media sono infatti vere e proprie “tecnologie del genere”, per riprendere l’espressione della teorica Teresa de Lauretis. Le immagini che consumiamo ogni giorno influenzano il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. “I media detengono oggi una parte fondamentale del nostro immaginario sociale”, ha osservato la relatrice.

L’intervento si è spostato poi sul patrimonio culturale e sulla storia dell’arte. Citando gli studi di Griselda Pollock, Miodini ha evidenziato come non basti recuperare artiste dimenticate: occorre ripensare l’intero impianto della disciplina. “Non si tratta di aggiungere qualche nome femminile alla storia dell’arte - ha affermato -, ma di interrogare i criteri con cui quella storia è stata costruita”.

Lo stesso ragionamento viene applicato agli archivi fotografici e ai musei, che non sono semplici contenitori di documenti, ma luoghi in cui si producono significati. Ogni selezione, ogni esposizione, ogni catalogazione racconta una precisa visione del mondo. Per questo motivo, conclude Miodini, anche il lavoro su archivi e patrimonio deve essere affrontato con consapevolezza critica.

Nelle battute finali la relatrice torna sul concetto di posizionamento, ribadendo che nessuna narrazione storica può pretendere di essere assolutamente neutrale. Ogni racconto nasce da uno sguardo specifico e da un preciso contesto culturale. Riconoscerlo non significa rinunciare alla ricerca scientifica, ma renderla più rigorosa e trasparente.

Più che offrire risposte definitive, l’intervento di Lucia Miodini invita quindi a cambiare prospettiva. Guardare fotografie, opere d’arte, archivi e musei significa interrogarsi su chi produce le immagini, chi le osserva e quali relazioni di potere attraversano questo processo. Un invito a esercitare uno sguardo più consapevole, capace di leggere criticamente il patrimonio culturale e le rappresentazioni che continuano a modellare la nostra società.

Lucia Miodini

Un momento dell'intervento di Lucia Miodini

Dopo l’intervento di Lucia Miodini del Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma, dedicato alle prospettive di genere nello spazio pubblico e al ruolo degli archivi fotografici e delle arti performative nella costruzione del patrimonio culturale, il programma ha proposto un cambio di prospettiva. L’attenzione si è spostata dalla riflessione critica sul patrimonio e sulla memoria alla dimensione sperimentale della pratica artistica contemporanea, con l’intervento di Florian Weigl del V2. Lab for the Unstable Media di Rotterdam.

In occasione del suo intervento, Florian Weigl, curatore di V2_, Lab for the Unstable Media di Rotterdam, ha ripercorso la storia e l’evoluzione di una delle realtà europee più significative nel campo dell’arte, della tecnologia e della sperimentazione. Attraverso un percorso che ha intrecciato memoria, pratica e ricerca, Weigl ha raccontato come V2_ sia riuscito, in oltre quarantacinque anni di attività, a trasformarsi da collettivo di artisti a punto di riferimento internazionale per la produzione e lo sviluppo di progetti interdisciplinari.

Weigl ha riportato il pubblico agli inizi degli anni Ottanta, quando V2_ nacque come collettivo di nove artisti nei Paesi Bassi. “All’epoca molti artisti vivevano in edifici occupati, in maniera abusiva. Questo ha creato un ambiente unico, che oggi nei Paesi Bassi non esiste più - ha spiegato -. Proprio quella condizione permise agli artisti di investire nelle proprie ricerche e di condividere strumenti tecnologici ancora poco diffusi. “Nel nostro spazio c’erano i primi videoproiettori, i primi sistemi di montaggio video. Erano a disposizione di tutti: chiunque poteva sperimentare”.

Secondo il curatore, quell’esperienza diede vita a una comunità che andava ben oltre il semplice collettivo artistico. “Non stavamo costruendo soltanto uno spazio espositivo, ma un vero ecosistema - ha raccontato -. Da quella rete sarebbero nate collaborazioni internazionali che ancora oggi rappresentano uno dei punti di forza dell’istituzione.

Tra le immagini mostrate durante la conferenza compariva anche uno dei primi manifesti pubblicati da V2_, stampato su carta di giornale e distribuito porta a porta nei Paesi Bassi. Era un testo fortemente critico nei confronti del sistema dell’arte tradizionale, ma già proiettato verso il rapporto tra arte e tecnologia. “Amiamo l’instabilità e il caos, perché sono ciò che crea il progresso”, ha ricordato Weigl citando uno dei passaggi del manifesto. Un’affermazione che, a suo avviso, continua a descrivere perfettamente la filosofia di V2_.

Anche il nome dell’istituzione racconta qualcosa della sua identità. In origine il collettivo si definiva Institute for the Unstable Media, una scelta volutamente provocatoria. “Quando sei un gruppo di persone che vive in uno squat, chiamarti “istituto” è quasi uno scherzo rivolto alle istituzioni ufficiali”, ha osservato sorridendo. Con il tempo, però, la crescita dell’organizzazione ha portato a un cambiamento. “Oggi siamo un laboratorio, perché è questo che facciamo: sperimentiamo”, ha aggiunto.

Weigl ha poi illustrato quello che considera il cuore del proprio lavoro di curatore: “Non mi occupo soltanto di allestire mostre. Gran parte del mio lavoro consiste nell’incontrare gli artisti quando hanno ancora soltanto un’intuizione”. Un caffè, una conversazione informale o una visita in studio possono rappresentare il punto di partenza di progetti destinati a svilupparsi nell’arco di diversi anni. “A volte tutto nasce da un’idea ancora confusa. Il nostro compito è darle lo spazio necessario per crescere”, ha aggiunto.

La sperimentazione, ha sottolineato, continua a essere il principio guida di V2_. “Organizziamo molte esposizioni di una sola sera o di un weekend perché vogliamo osservare come il pubblico reagisce ai prototipi”, ha evidenziato. Per il curatore il momento espositivo non rappresenta la conclusione del processo creativo, ma una fase della ricerca. “Impariamo molto dalle persone che visitano le mostre. Il pubblico diventa parte dello sviluppo dell’opera”, ha aggiunto.

Accanto alla pratica artistica, V2_ continua a investire nella ricerca teorica. “Per noi teoria e pratica sono sempre andate di pari passo - ha spiegato -. Oltre alle esposizioni, il centro pubblica ogni anno volumi scientifici che raccolgono contributi di studiosi provenienti da discipline diverse. “È un modo per far entrare nuove voci nella discussione”.

Florian Weigl

Un momento dell'intervento di Florian Weigl

Per mostrare concretamente questo metodo di lavoro, Weigl ha raccontato alcuni progetti sviluppati negli ultimi anni. Tra questi quello di un giovane artista inviato in residenza in Cina. Pochi giorni dopo il suo arrivo, un incidente nella metropolitana gli provocò la frattura di entrambe le braccia. “Sono cose che possono succedere”, ha commentato con ironia. L’artista non riuscì a realizzare il progetto previsto, ma quell’esperienza divenne il punto di partenza di una nuova ricerca. Tornato in Europa trasformò la sensazione di costrizione vissuta durante l’incidente in una grande installazione gonfiabile all’interno della quale il pubblico veniva fisicamente compresso. L’opera fu poi presentata anche ad Ars Electronica.

“Con i giovani artisti cerchiamo sempre di ragionare per tappe - ha spiegato Weigl -. Una residenza non deve necessariamente produrre un’opera finita. Può rappresentare il primo passo di un percorso molto più lungo”.

Lo stesso approccio ha caratterizzato la collaborazione con Johannes Langkamp, artista interessato allo studio del movimento del Sole. Nato come semplice prototipo costruito durante una residenza, il progetto si è trasformato nel tempo in una serie di film e installazioni esposti anche in Cina. “Non ci interessa soltanto finanziare un progetto. Ci interessa accompagnarne la crescita”.

Un altro aspetto centrale dell’intervento ha riguardato il dialogo tra arte e scienza. Weigl ha raccontato come numerosi progetti nascano dalla collaborazione tra artisti, teorici e ricercatori. «Invitiamo spesso gli scienziati a partecipare direttamente al processo creativo», ha spiegato. È il caso dell’artista olandese Coraline de Chiara, che ha lavorato insieme a studiosi delle espressioni facciali universali, trasformando una ricerca scientifica in una performance e successivamente in un’installazione video.

Ampio spazio è stato dedicato anche alla dimensione internazionale. Weigl ha ricordato una mostra organizzata in Cina insieme alla curatrice Iris Long, nata per mettere in dialogo artisti cinesi e olandesi. “Non volevamo realizzare una mostra e basta - ha detto -. “Volevamo costruire dei ponti”. A distanza di anni, quella collaborazione continua attraverso simposi, nuove esposizioni e programmi di ricerca condivisi.

Nella parte conclusiva dell’intervento il curatore ha affrontato il tema dell’intelligenza artificiale, al centro di un ciclo di mostre curate negli ultimi anni. “Quando tutti parlavano dei bias dell’IA, io sentivo il bisogno di fare un passo indietro - ha spiegato -. Prima ancora dei bias tecnologici esistono le disuguaglianze della società”. Da questa riflessione sono nate mostre come Reasonable Doubt, Class e The Illusion of Thinking, quest’ultima ispirata anche all’omonimo studio pubblicato da Apple sui limiti dei grandi modelli linguistici.

“Mi sembrava sbagliato affrontare da solo un tema come la disuguaglianza - ha aggiunto -. Sono un uomo bianco olandese con tutti i privilegi che questo comporta. Per questo ho scelto di coinvolgere altri curatori, studiosi e artisti con esperienze diverse dalla mia”. Una scelta che, secondo Weigl, permette di costruire un confronto più aperto e rappresentativo.

Tra i lavori presentati ha suscitato particolare interesse il Rotterdam Risk Score Calculator di Sam Lavigne, installazione dedicata all’algoritmo utilizzato dall’amministrazione comunale di Rotterdam per individuare possibili frodi nel sistema di welfare. «Volevamo capire come ragiona davvero un algoritmo», ha spiegato Weigl. Attraverso il lavoro con giornalisti e analisti dei dati, il progetto ha reso visibile un sistema decisionale normalmente invisibile, evidenziando come criteri apparentemente neutrali potessero produrre effetti discriminatori.

La conferenza si è conclusa con una riflessione sul ruolo del curatore contemporaneo. “Non voglio essere il curatore chiuso nella sua torre d’avorio che si limita a scegliere gli artisti - ha affermato -. Credo che il nostro compito sia creare le condizioni perché la ricerca possa svilupparsi, assumendoci anche il rischio di sperimentare”. Una visione che sintetizza l’identità di V2_: un laboratorio in cui arte, tecnologia e ricerca non procedono su strade parallele, ma si alimentano reciprocamente attraverso il confronto continuo tra discipline, persone e culture diverse.

Nel suo intervento, Florian Weigl ha illustrato un approccio alla produzione artistica fondato sulla ricerca, sulla sperimentazione e sulla coprogettazione, evidenziando come il processo creativo possa diventare uno spazio di confronto interdisciplinare e partecipativo. Accostati nel programma, i due contributi hanno offerto uno sguardo complementare sulle sfide dell’arte contemporanea: da un lato la valorizzazione critica del patrimonio e delle questioni di genere, dall’altro la ricerca di nuove metodologie collaborative capaci di ridefinire il ruolo dell’artista e delle istituzioni culturali nel contesto attuale.

i partecipanti alla Summer School

I partecipanti alla Summer School

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