In occasione dell’inaugurazione del 591° anno accademico è stato conferito il premio “Alumnus/a – Siciliae Studium Generale” a Rosario Aitala, Lucio Blandini, Rossella Fiamingo e Riccardo Mulone
Quattro percorsi differenti, un’unica radice comune: l’Università di Catania. Con il premio Alumnus/a – Siciliae Studium Generale, l’ateneo – in occasione della solenne cerimonia di inaugurazione del 591° anno accademico – ha voluto celebrare non soltanto traguardi individuali, ma anche riaffermare il valore di una comunità capace di formare donne e uomini che incidono, ciascuno nel proprio ambito, sul destino della società contemporanea.
Istituito su iniziativa del rettore Enrico Foti per onorare ex studenti ed ex studentesse che si sono distinti per risultati professionali, imprenditoriali o sociali di eccezionale rilievo, il premio contribuisce a rafforzare il prestigio dell’ateneo in Italia e nel mondo.
Al tempo stesso il riconoscimento nasce con l’obiettivo di consolidare il legame con la comunità degli Alumni e delle Alumne, valorizzando percorsi che testimoniano la qualità della formazione catanese e la sua capacità di generare competenze, leadership e responsabilità civile.
«Un’attenzione particolare è rivolta alla comunità degli Alumni e delle Alumne dell’Università di Catania – ha dichiarato il rettore Enrico Foti nel corso della cerimonia –. Proprio oggi premiamo per la prima volta alcune figure di eccellenza che si sono distinte tutte a livello internazionale. La selezione non è stata semplice: la difficoltà è dipesa dalla ricchezza e dalla enorme qualità dei successi raggiunti dai nostri laureati e dalle nostre laureate. È un segnale forte del valore che questo Ateneo continua a generare nel tempo».
I quattro premiati – La schermitrice olimpica Rossella Fiamingo per il settore Life Sciences; il primo vicepresidente della Corte penale internazionale Rosario Aitala per il settore Social Sciences and Humanities; il prof. Lucio Blandini, ordinario all’Università di Stoccarda e Chairman Scientific Committee and partner della Werner Sobek AG per il settore Physical Sciences and Engineering e Riccardo Mulone, laureato in Economia e country manager di Ubs Italia, quest'ultimo designato dal rettore Enrico Foti - incarnano, in ambiti diversi, l’impatto globale del Siciliae Studium Generale: il diritto internazionale, l’ingegneria e l’innovazione sostenibile, lo sport olimpico, gli studi umanistici e la ricerca accademica internazionale.
In foto da sinistra Lina Scalisi, Riccardo Mulone, Rosario Aitala, Lucio Blandini e Enrico Foti
Tra passione e conoscenza: il ritorno a casa di Rossella Fiamingo, orgoglio di Unict
«Ho sorriso quando ho ricevuto la comunicazione da parte del rettore sull’assegnazione del premio. Al di là dei titoli e dei riconoscimenti, mi sono sentita semplicemente un’ex studentessa che torna a casa». Con queste parole la dott.ssa Rossella Fiamingo ha accolto il riconoscimento conferitole dall’Università di Catania, esprimendo un’emozione autentica e profonda. «In questi giorni sono a Livigno per seguire e sostenere i colleghi impegnati nella preparazione delle Olimpiadi invernali, ma idealmente sono con voi – ha detto in video collegamento -. Ricevo questo premio come un segno di appartenenza: è un onore essere considerata tra gli studenti che contribuiscono a valorizzare il prestigio dell’ateneo a livello nazionale e internazionale».
Nel suo intervento ha sottolineato il senso di responsabilità e di orgoglio che accompagna questo riconoscimento: «Mi sono laureata nel 2020 e sento forte la responsabilità che questo premio comporta. Unict non è solo un luogo di formazione, ma uno spazio di crescita, di metodo, di confronto. È un ambiente in cui si costruisce una visione».
Conciliare studio e carriera sportiva ad alto livello non è stato semplice. «Non è stato facile far convivere università e sport agonistico, ma ho sempre desiderato che entrambi camminassero insieme. Ho sempre pensato che sport e università non dividano, ma si completino. Ti insegnano a gestire il tempo quando sembra non bastare mai, a reggere la pressione, a comprendere che il talento, da solo, non è sufficiente. Servono metodo, disciplina, conoscenza per durare nel tempo».
La scelta di studiare Dietistica, mentre gareggiava ad altissimi livelli le ha offerto un ulteriore equilibrio: «Studiare dietistica mentre affrontavo le competizioni mi ha dato stabilità e consapevolezza. Mi ha fatto capire che dietro ogni performance c’è preparazione, studio, attenzione ai dettagli. Nulla è lasciato al caso».
In chiusura il messaggio rivolto alle nuove generazioni: «Ai ragazzi e alle ragazze dico di non scegliere tra ciò che amate e ciò che vi fa crescere. Abbiate il coraggio di portare avanti entrambe le strade, perché è dall’incontro tra la passione e la conoscenza che si costruisce qualcosa che dura nel tempo. Essere oggi qui per me è motivo di grande orgoglio e spero che anche voi, un giorno, possiate raccontare una bella storia fatta di impegno, sacrificio e soddisfazioni».
La dott.ssa Rossella Fiamingo ha conseguito la laurea in Dietistica all’Università di Catania il 21 maggio 2020, affiancando al percorso accademico una straordinaria carriera sportiva.
Schermitrice italiana specializzata nella spada, Fiamingo ha conquistato tre medaglie olimpiche, tra cui l’oro nella prova a squadre ai Giochi Olimpici di Parigi 2024. È stata inoltre campionessa del mondo nel 2014 e nel 2015, affermandosi come una delle atlete più titolate e rappresentative della scherma italiana contemporanea.
Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerosi riconoscimenti istituzionali, tra cui il Collare d’Oro al Merito Sportivo, massima onorificenza dello sport italiano, ed è stata nominata Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
Rossella Fiamingo in video collegamento
Dalla Sicilia al mondo, tra vetro e sostenibilità: il ritorno di Lucio Blandini a Unict
«Sono partito 25 anni fa da questa terra, e torno sempre molto volentieri – ci tengo a sottolinearlo – con un sogno». Lucio Blandini ha aperto così il suo intervento, tornando idealmente e fisicamente nei luoghi in cui tutto è iniziato. Brillante studente dell’Università di Catania sul finire degli anni Novanta, Blandini ha costruito negli anni un percorso scientifico e professionale di respiro internazionale, senza mai recidere il legame con la propria terra d’origine.
Dopo la laurea, la sua formazione è proseguita tra Bologna, gli Stati Uniti e la Germania, dando avvio a un cammino che lo ha portato a coniugare, come lui stesso ama ripetere, «la qualità architettonica e l’efficienza ingegneristica». Una sintesi che non è soltanto un obiettivo progettuale, ma una vera e propria visione culturale.
«Quello che vedete sullo schermo – ha raccontato mostrando alcune immagini del suo percorso – è il primo di una serie di progetti che hanno segnato questi 25 anni. Qui è iniziato il mio viaggio in Germania: la prima opera in vetro strutturale autoportante, realizzata a completamento del mio dottorato di ricerca». È proprio dal vetro, materiale insieme fragile e potente, che prende forma la sua cifra distintiva.
Su questa passione si è innestata un’attività professionale di altissimo livello. Blandini ha lavorato per committenti di rilievo internazionale come la Ferrari, per cui ha contribuito alla realizzazione della facciata che affaccia sulla casa natale di Enzo Ferrari: «Una possibilità che mi ha davvero emozionato», ha ricordato.
Tra le opere più significative figura anche la Casa della Storia Europea, progetto in cui tradizione e innovazione dialogano attraverso l’uso del vetro come simbolo di trasparenza: «Oggi più che mai – ha sottolineato – è importante ricordarci questa nostra casa comune».
E ancora, la realizzazione delle facciate affacciate sulle piramidi del Cairo, esperienza che ha definito «un momento di grande emozione», capace di mettere in relazione la contemporaneità tecnologica con la memoria millenaria.
Parallelamente, Blandini ha lavorato su grandi infrastrutture dove forma architettonica ed efficienza strutturale procedono di pari passo, come il progetto della Stuttgart 21 a Stoccarda, città in cui vive da diversi anni, e il nuovo terminal dell’Aeroporto Internazionale del Kuwait, sviluppato con lo studio Foster + Partners.
«Per oltre quattro anni – ha spiegato – ci siamo impegnati a realizzare una successione di volte composta da 37.000 pannelli curvi, prodotti con i sistemi più innovativi. È la dimostrazione di ciò che oggi la tecnica può fare, ma sempre con l’auspicio di creare qualità architettonica, spazio, esperienza».
Dopo anni di intensa attività professionale, è maturata la scelta di tornare pienamente al mondo accademico. Un passaggio naturale nel contesto tedesco, ma per lui anche profondamente sentito: «Era il momento giusto per condividere questa esperienza, la passione, ma anche la volontà di spingere le nuove generazioni verso i concetti di sostenibilità».
Oggi Blandini è ordinario e direttore dello Institute for Lightweight Structures and Conceptual Design (ILEK) presso la Universität Stuttgart, uno dei centri europei di eccellenza nel campo delle strutture leggere e della progettazione sostenibile. In precedenza ha ricoperto il ruolo di Project Manager e Direttore di Sezione presso Werner Sobek AG, azienda leader mondiale nelle facciate continue e nelle strutture innovative, di cui è tuttora membro del Comitato Scientifico.
La sua attività scientifica si concentra sull’innovazione delle tecnologie per involucri architettonici in vetro e sui sistemi costruttivi ad alta efficienza energetica, con un’attenzione costante alla riduzione dell’impatto ambientale. «Si è parlato oggi dei problemi ambientali e della fragilità dei nostri territori – ha osservato – ed è un tema che riguarda tutti. Nel settore dell’architettura e dell’ingegneria possiamo dare un contributo concreto, anche attraverso la ricerca».
Ne sono esempio i progetti sperimentali presentati alla Biennale di Venezia del 2023, incentrati sulla riduzione delle emissioni di CO₂, e la torre adattiva D1244 realizzata all’Università di Stoccarda: un laboratorio a cielo aperto che consente di dimezzare la quantità di materiale strutturale e di sperimentare facciate capaci di interagire con l’ambiente, ad esempio assorbendo acqua piovana. «Non si tratta solo di difenderci e proteggerci – ha spiegato – ma di creare edifici che dialoghino con ciò che li circonda».
A chiudere il suo intervento, un’immagine simbolica: lo spazio di ricerca dell’ILEK, luogo di confronto tra generazioni. «A giugno abbiamo riunito cinque generazioni di ricercatori nel campo delle strutture leggere, nello spazio ideato nel 1964 dal precursore di questo settore. Questa è la mia visione di Accademia: uno spazio di dialogo, di creatività, di scambio tra generazioni».
Nonostante la carriera all’estero, Blandini ha mantenuto un legame vivo con l’ateneo catanese, coltivando rapporti scientifici e personali con i docenti che ne hanno accompagnato la formazione. Il suo ritorno è dunque anche un gesto di riconoscenza. «Chiudo con un invito alle nuove generazioni – ha detto rivolgendosi agli studenti –: lottate per i vostri sogni. È possibile realizzarli, se li si persegue con coraggio».
Lucio Blandini mentre riceve il premio dal rettore Enrico Foti
“La libertà come responsabilità”: il ritorno di Rosario Aitala a Unict tra memoria, giustizia e impegno civile
«Sono grato per avermi riportato nella città che amo visceralmente e per riportarmi indietro di quattro decenni». Con emozione e lucidità, Rosario Aitala è tornato idealmente agli anni della sua formazione all’Università di Catania, dove si è laureato in Giurisprudenza nel 1991. Un ritorno che non è stato solo geografico, ma anche interiore: «Non voglio parlare di ciò che ho fatto, ma di ciò che vedo ogni giorno nella mia attività».
Magistrato italiano e oggi giudice della Corte Penale Internazionale, Aitala ha scelto di descrivere la realtà che si trova ad affrontare come se fosse «un chirurgo chiamato a operare un corpo malato», costretto a osservare «le degenerazioni più raccapriccianti della politica».
Atrocità che colpiscono milioni di persone: stermini, persecuzioni, stupri di massa, torture, separazioni. «Un mondo in cui – ha spiegato – si sta riaffermando la violenza come misura dei rapporti interpersonali, come mezzo primitivo e brutale di relazione fra gli Stati e di risoluzione delle controversie internazionali».
A tratti, ha aggiunto, sembra di rivivere l’atmosfera plumbea che avvolgeva l’Europa alla fine della Grande Guerra, quando un’ossessione paralizzante dominava le coscienze, come quella dei soldati in trincea nell’attesa del prossimo attacco.
«Il male che è chiamato a giudicare - ha sottolineato - esprime un regresso di un secolo», una sovversione dei valori che rappresentano «l’alfa e l’omega non solo dell’ordinamento giuridico internazionale, ma della civiltà umana». È una rinuncia politica, ma anche «una catastrofe intellettuale», perché troppi tacciono e pochi dicono la verità.
E proprio in questo contesto si inserisce il ruolo dell’università. «Le università, le biblioteche, i musei, i teatri, persino le librerie sono officine di umanità, sono luoghi della politica con la P maiuscola». L’università – ha ribadito – non deve limitarsi a trasmettere saperi, ma deve offrire strumenti di libertà.
«Libertà significa essere capaci di decifrare il mondo intorno a noi, decidere chi siamo e cosa vogliamo diventare sulla base del principio di realtà». Se ha potuto vivere da uomo libero e dedicare la propria vita alla libertà degli altri, Aitala lo deve «a mio padre, a mia madre e a questo Ateneo, che mi ha reso libero».
Con un ritardo di quarant’anni, ha quindi voluto ringraziare la sua università attraverso il rettore e l’intera comunità accademica.
Rivolgendosi agli studenti, il suo messaggio è stato chiaro e potente: «Voi siete i veri giudici dell’università. Noi insegniamo, organizziamo, amministriamo, ma i giudici siete voi». E ha aggiunto di avere «una fiducia enorme» nelle nuove generazioni, respingendo l’idea che siano peggiori di quelle precedenti. «Siamo noi responsabili di consegnare loro un mondo peggiore di quello che abbiamo ricevuto. È la nostra responsabilità».
Il percorso professionale di Rosario Aitala conferma la coerenza di queste parole. Nel 2017 è stato eletto giudice della Corte Penale Internazionale dall’Assemblea degli Stati Parte dello Statuto di Roma per un mandato di nove anni non rinnovabile; attualmente ricopre il ruolo di Vice Presidente della Corte.
La Corte Penale Internazionale, istituita nel 1998 sull’eredità dei processi di Norimberga e dei tribunali ad hoc per l’ex Jugoslavia e il Ruanda, è il primo tribunale penale internazionale permanente con competenza su crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e, dal 2010, crimine di aggressione. Il suo compito è contrastare l’impunità per i crimini più gravi che riguardano la comunità internazionale nel suo insieme.
Nel corso del suo mandato, Aitala si è occupato di procedimenti relativi alle situazioni in Darfur (Sudan), nella Repubblica Centrafricana e in Ucraina. Proprio in relazione al conflitto in Ucraina, è stato oggetto di una condanna da parte di un tribunale della Federazione Russa per atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni giurisdizionali nell’ambito del procedimento aperto dalla CPI nei confronti di Vladimir Putin e di altri soggetti per presunti crimini commessi nel territorio ucraino.
Il suo cammino professionale testimonia un impegno costante a tutela dei diritti umani e della legalità internazionale, incarnando una visione della giustizia come responsabilità globale.
Con la sua attività, Rosario Aitala rappresenta un esempio emblematico di come la formazione giuridica maturata a Catania possa tradursi in un servizio di altissimo profilo alla comunità internazionale: una giustizia che non è solo applicazione di norme, ma difesa concreta della dignità umana e della libertà.
Rosario Aitala mentre riceve il premio dal rettore Enrico Foti
“Radici e responsabilità”: Riccardo Mulone, il ritorno a Catania tra appartenenza, etica e visione globale
«È bello essere qui. Ho partecipato ad altre inaugurazioni di anni accademici in diverse università, ma devo dire che oggi sono stato arricchito da ogni nota, da ogni parola, e soprattutto dall’energia. C’è un’energia incredibile, e mi auguro che vi accompagni per tutto l’anno accademico, perché arricchirà tutti».
Con queste parole il prof. Riccardo Mulone ha salutato la comunità dell’Università di Catania, in un momento per lui carico di emozione. Dopo aver rivolto un pensiero alle autorità accademiche, ai docenti, agli studenti e un saluto affettuoso ai suoi genitori, ha sottolineato come il riconoscimento ricevuto non rappresenti soltanto una tappa del suo percorso, ma soprattutto un segno di appartenenza.
«È qui che mi sono formato. È qui che ho imparato che il sapere non serve a brillare, ma a contribuire. Che il rigore e il metodo non sono freddezza, ma dedizione. E che il pensiero critico è una responsabilità: verso le istituzioni, verso le persone, verso il pianeta che condividiamo».
Il banchiere d’affari Riccardo Mulone, laureato in Economia, da 25 anni è in UBS. Oggi ricopre il ruolo di Country Head di Ubs in Italia ed è anche direttamente responsabile dell'Investment banking. Nel corso della sua carriera Mulone ha avuto un ruolo primario nell'ideare, strutturare e negoziare alcune tra le operazioni più importanti nel contesto nazionale ed internazionale.
Viene definito da Forbes come un banchiere molto attento alle esigenze di natura industriale e che interpreta il suo ruolo con una missione: creare le migliori condizioni affinché le aziende italiane siano in grado di competere da campioni nel panorama internazionale. Nella sua carriera ha collaborato con Sergio Marchionne, con l'acquisizione di Chrysler da parte di Fca negli Stati Uniti e per la quotazione di Ferrari a Wall Street, e con Ermenegildo Zegna per l'acquisizione del gruppo del lusso di Biella del band statunitense Thorm Browne e con la quotazione alla Borsa di New York e con l'acquisto di Tom Ford Fashion.
Nel suo intervento, Mulone ha scelto di non soffermarsi sui traguardi, ma sulle esperienze: «La mia vita professionale mi ha portato in contesti internazionali complessi, in organizzazioni globali, in mercati sofisticati e altamente regolati. Ho lavorato spesso in momenti di trasformazione profonda, sotto pressione, lontano da casa. Sono state esperienze straordinarie, che mi hanno insegnato quanto contino la responsabilità e la solidità dei valori quando le decisioni sono difficili».
E proprio qui emerge il tema centrale del suo discorso: le radici. «Andare via per me è stata un’opzione, non una necessità. Ma non ho mai pensato che partire volesse dire recidere le proprie radici. Chi abbandona la propria terra senza farvi ritorno – non solo fisicamente, ma anche attraverso contributi, idee, relazioni – perde qualcosa. Senza linfa gli alberi non crescono».
Le radici, ha spiegato, non sono un limite alla mobilità, ma il fondamento che consente di sostenere il peso delle responsabilità. Anche durante gli anni trascorsi fuori dalla Sicilia, ha continuato a investire energie e passione in progetti culturali e formativi legati al territorio d’origine, non per nostalgia, ma per coerenza.
Nel corso degli anni ha mantenuto un rapporto costante con l’Università di Catania, collaborando a progetti di ricerca, partecipando a seminari e convegni, contribuendo alla crescita delle nuove generazioni di studiosi. Un legame mai interrotto, che oggi si rinnova con consapevolezza e orgoglio.
Rivolgendosi agli studenti, il suo messaggio è stato diretto: «Siate curiosi, senza paura. Vivete questo momento di cambiamento epocale con passione. Il mondo è vostro ed è globale: confrontatevi, cercate l’eccellenza, uscite dalle zone di comfort che ci atrofizzano. Non abbiate timore di misurarvi con contesti che vi sembrano più grandi di voi».
Ha invitato a lavorare ogni giorno su sé stessi, a informarsi con rigore in un’epoca in cui l’informazione è spesso fragile e non autentica, ma anche ad ascoltare il proprio istinto. E soprattutto ha richiamato l’importanza dell’etica: «Non perdete mai la bussola morale. L’etica deve essere scolpita in ogni decisione, dalle più grandi alle più piccole».
In chiusura una riflessione che supera ogni retorica: «Partire non è necessario per realizzarsi. Ognuno ha il proprio talento e può esprimerlo in modi diversi. C’è chi resta, chi parte, chi costruisce altrove. Tutte le scelte sono legittime, se vissute con consapevolezza e responsabilità. Ma se si parte, il senso del viaggio è il ritorno, in qualunque forma. È ciò che chiude il cerchio e mantiene viva la linfa delle nostre radici».
Riccardo Mulone mentre riceve il premio dal rettore Enrico Foti