Sacrificio e perdono al centro del dibattito filosofico, religioso e storico

Numerosi studiosi si sono incontrati a Catania per il convegno Aifr. Un confronto sulle radici cristiane dell’esperienza morale in Pascal è stato offerto dalla docente Maria Vita Romeo

Gabriele Cristiano Crisci

In una società attraversata da conflitti, fragilità e nuove forme di responsabilità collettiva, cosa significano davvero le parole “sacrificio” e “perdono” nella vita di ogni giorno? 

A questa domanda – tutt’altro che astratta – ha provato a rispondere Catania che, nelle settimane scorse, ha ospitato il XVIII Convegno annuale dell’Associazione Italiana di Filosofia della Religione (AIFR). Tra il fascino del Monastero dei Benedettini, oggi sede del Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania, e dell’Istituto Teologico San Paolo, studiosi e studiose da tutta Europa si sono confrontati su due categorie antiche, ma sorprendentemente attuali, capaci di illuminare tanto la vita sociale quanto le dinamiche intime dell’esperienza umana (vai all’articolo di approfondimento).

Ad aprire i lavori è stata Maria Vita Romeo, docente di Filosofia morale ad Unict e direttrice del CESPES, che ha sottolineato come il convegno di studi rappresenti «la testimonianza di una collaborazione di istituzioni molto attive nel territorio: un segnale della vitalità culturale catanese e della capacità delle realtà accademiche e teologiche locali di dialogare in modo sinergico».

Il respiro interdisciplinare dell’iniziativa è stato messo in luce anche da Francesco Ghia, presidente dell’AIFR. La prof.ssa Lina Scalisi, prorettrice dell’ateneo catanese, nel suo intervento, ha richiamato la presenza dei temi del sacrificio e del perdono, «in un percorso fecondo tra filosofia, religione e storia», nei carteggi tra lo storico Giuseppe Giarrizzo e papa Wojtyła. La docente ha ricordato, infatti, come Giarrizzo fosse «molto attento al ruolo dei cattolici all’interno della società italiana».

In foto un momento dell'intervento della prof.ssa Lina Scalisi, prorettrice dell'Università di Catania

In foto un momento dell'intervento della prof.ssa Lina Scalisi, prorettrice dell'Università di Catania

A insistere sulla necessità di superare approcci troppo settoriali è stato Antonio Sapuppo, direttore dello Studio Teologico San Paolo, che ha parlato di una «cultura non settoriale, ma olistica, capace di guardare a orizzonti più ampi». Da qui l’invito ad «aprirsi alla dimensione antropologica», imprescindibile per comprendere come sacrificio e perdono operino nelle culture e nelle società, oltre che nelle tradizioni religiose. Nel riportare i saluti dell'arcivescovo metropolita di Catania,mons. Luigi Renna, Sapuppo ha inoltre posto l’accento sulla rilevanza ecclesiale e comunitaria dei due concetti al centro dell’incontro.

La moderazione della prima sessione – ospitata all’interno del Coro di Notte “Giancarlo Magnano di San Lio” e intitolata Le radici moderne – è stata affidata ad Arianna Rotondo, docente di Storia del cristianesimo e delle Chiese all'Università di Catania, che ha evidenziato quanto sacrificio e perdono non siano due binari paralleli, bensì «elementi cruciali di due strade che si incrociano»: categorie che si interpellano reciprocamente e aprono nuove riflessioni su responsabilità e riconciliazione.

Un momento dell’intervento di Arianna Rotondo, docente di Storia del cristianesimo

Un momento dell’intervento di Arianna Rotondo, docente di Storia del cristianesimo

Nel suo intervento dedicato alla teologia del sacrificio in Pascal, Maria Vita Romeo ha messo in luce come, all’interno della soteriologia, «il tema del sacrificio conosca nel XVII secolo una riformulazione decisiva, perdendo il carattere rituale dei sacrifici animali tipico dell’Antico Testamento per assumere un significato profondamente spirituale».

La docente Romeo individua un momento fondativo di questa rilettura nella celebre Lettre sur la mort de son père, che Pascal invia il 17 ottobre 1651 alla sorella Gilberte e al cognato Florin Périer. La lunga lettera, di impianto agostiniano, è presentata come una vera dichiarazione di fede. Qui Pascal afferma: «Sappiamo che la vita dei cristiani è un continuo sacrificio che può avere compimento soltanto con la morte. Consideriamo dunque la vita come un sacrificio». Dunque, non un gesto esteriore, ma una conditio sine qua non dell’esistenza cristiana.

Di qui la necessità di ricorrere alla figura salvifica di Cristo «perché – scrive ancora Pascal – tutto ciò che è degli uomini è abominevole». Questa mediazione universale del Cristo, che diventa l’unico tramite nei rapporti tra gli uomini, mostra indubbiamente l’influenza del pensiero del teologo Jean-François Senault.

Come ha più volte sottolineato la professoressa Romeo, il vero cristiano, per Pascal, è chiamato a mettere in pratica un’imitatio Christi, ovvero conformarsi a Cristo non solo nella fede, bensì nella sua funzione sacerdotale e sacrificale. 

«Egli è insieme sacerdote e vittima, perché il sacrificio di Cristo – modello per antonomasia di ogni sacrificio – è anzitutto interiore», ha chiarito la docente. Da qui l’importanza decisiva attribuita alla redenzione, alla grazia che orienta l’uomo verso Dio e al distacco dalle cose materiali, condizione imprescindibile per unirsi al divino.

La prof.ssa Romeo ha, inoltre, richiamato un tratto tipico della spiritualità pascaliana: la malattia come occasione privilegiata per rivolgersi a Dio. La salute, osserva Pascal, rischia di rendere l’uomo insensibile alla sua precarietà; la sofferenza, invece, apre alla consapevolezza della dipendenza dalla grazia. In questo quadro si comprende anche la forte rivalutazione del corpo: non più oggetto di disprezzo, ma «tempio inviolabile dello Spirito Santo», spazio sacro nel quale si compie il sacrificio interiore del cristiano.

Un momento dell’intervento di Maria Vita Romeo, docente di Filosofia morale

Un momento dell’intervento di Maria Vita Romeo, docente di Filosofia morale

Back to top