Una storia intrecciata che si evolve dal rapporto dal Tempio di Gerusalemme alla croce di Cristo

I temi del sacrificio e del perdono al centro degli studi degli esperti intervenuti da tutta Europa al convegno AIFR di Catania

Gabriele Cristiano Crisci

Il rapporto tra sacrificio e perdono, temi centrali nella spiritualità biblica, conosce una lunga evoluzione che attraversa la storia del giudaismo e giunge fino al cuore del messaggio cristiano.  Questo è stato il fulcro di alcuni interventi da parte di studiose e studiosi provenienti da tutta Europa all’interno del XVIII Convegno annuale dell’Associazione Italiana di Filosofia della Religione(vai all’articolo di presentazione)

Dalla funzione cultuale del Tempio alle reinterpretazioni successive alla diaspora, fino al compimento teologico offerto da Cristo, sacrificio e perdono si rivelano come elementi intrecciati di una medesima tensione verso la riconciliazione con Dio.

Emilio Lopez Navas del Centro Superior de Estudios Teológicos “San Pablo” di Málaga ha aperto lo sguardo sulla letteratura del Secondo Tempio, in particolare sul libro di Tobia, che «ha come obiettivo insegnare a vivere da giudei dopo la diaspora». Il testo ribadisce l’importanza del culto: il sistema sacrificale «non deve essere sostituito, ma trasfigurato e ricostruito, come ci ricorda Tb 13,16-18». Si tratta quindi di un modello in cui la memoria del Tempio continua a fare da polo identitario; il sistema di culto è così radicato che la sua terminologia permea il linguaggio religioso.

Un momento dell’intervento di don Emilio Lopez Navas

Un momento dell’intervento di don Emilio Lopez Navas

È evidente come un cambio di paradigma si ebbe con la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. da parte dell’esercito romano guidato dal futuro imperatore Tito: tale evento impose un mutamento teologico profondo nel giudaismo. 

Di questo ha discusso Claudia Milani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, evidenziando come «nel giudaismo, il sacrificio stricto sensu non è presente, ma ne rimane sicuramente la narrazione». I testi riguardanti la legatura (‘Aqedah) di Isacco assumono un ruolo centrale: durante il Capodanno ebraico (Rosh Ha-shanah) si leggono le pericopi della nascita di Isacco e della sua immolazione. «Nel giudaismo rabbinico - spiega Milani -, la figura di Isacco diventa mediatore del perdono attraverso il ricordo del suo sacrificio, mentre l’esegesi biblica del midrash amplifica il dialogo tra Abramo e Yahweh, trasformando la memoria rituale in teologia vivente».

Il perdono diventa così un’esperienza comunitaria, dovuto al pentimento dell’intera collettività, che si esprime pubblicamente affinché ne sia consapevole. Questo processo trova il suo vertice liturgico nello Yom Kippur, quando – secondo la tradizione – Mosè ricevette le seconde tavole: una festa inserita in una «dinamica penitenziale universale», ha concluso la professoressa Milani.

Andrea Di Leonardo dell’Università Ca’ Foscari di Venezia ha mostrato che non tutte le comunità giudaiche e protocristiane hanno mantenuto la stessa concezione cultuale. Ci sono gruppi che rifiutano esplicitamente il sacrificio: gli ebioniti, ad esempio, erano vegetariani e respingevano l’idea stessa di sacrificio (si vedano, a titolo d’esempio: Epifanio di Salamina, Panarion 30,16,7; Pseudo-Clemente, Recognitiones I,37). 

«In alcuni rotoli ritrovati a Qumran possiamo vedere come siano prescritti i sacrifici animali e vegetali – ha spiegato Di Leonardo –, ma la comunità si sostituisce al Tempio come “casa di santità” (1QS 5:6,21) o simili». Qui, non è l’immolazione ad essere abolita, ma il luogo in cui essa si realizza. Per gli ebioniti, invece, «alternativa al sacrificio sono le abluzioni»: un segno di purificazione personale che prende il posto dell’offerta cruenta.

Nel Nuovo Testamento, il Vangelo di Luca pone in relazione organica i due poli: «il perdono e il sacrificio compongono un fil rouge nell’evangelo lucano”, come ha rilevato Isaac Manero Sanz dell’Instituto Teológico “San Leandro” di Huelva. 

Un momento dell’intervento di don Isaac Manero Sanz

Un momento dell’intervento di don Isaac Manero Sanz

Manero Sanz ha evidenziato che nel Vangelo di Luca episodi come il perdono della peccatrice (Lc 7,36-50) e le parabole evangeliche si accompagnano a riferimenti cultuali inerenti alla temperie del Secondo Tempio (Lc 2,21-24; 24,50-53). Al centro della dissertazione dell’evangelista sta la croce: Gesù «mette in relazione le persone con Dio», mentre la risurrezione – «cerniera dell’opera lucana» – inaugura la piena riconciliazione. 

Per Manero Sanz, «nel Vangelo di Luca, il rapporto tra sacrificio e perdono non è di ossimorico all’interno della trama narrativa»: il Tempio diventa simbolo di continuità tra Israele e la missione di Cristo culminando nel passaggio alla croce, dalla risurrezione al perdono e alla benedizione.

Da qui nasce un nuovo modello: dal culto rituale all’impegno personale ed esistenziale, dove il perdono è gesto rigenerante, rivolto a Dio e a tutto l’ecumene. Dalla necessità dell’offerta sacrificale fino alla centralità del perdono come dono divino che ristabilisce l’alleanza: se nel giudaismo il sacrificio sopravvive come racconto fondativo e come memoria comunitaria, nel cristianesimo il sacrificio del Cristo si traduce in una pratica del perdono che unisce, riconcilia e apre alla comunione universale.

Sacrificio e perdono non si contrappongono: rimangono, in forme diverse, le due vie attraverso cui l’uomo ritorna a Dio.

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