Teatri Riflessi, l'eredità che guarda al futuro

L'arte come spazio di comunità e responsabilità e quella sfida di trasformare Zafferana Etnea in un laboratorio di partecipazione culturale. I direttori artistici Dario D'Agata e Valerio Verzin raccontano l'undicesima edizione del Festival 

Mary Bua (foto di Valeria Buta)

Può un festival di arti performative diventare un esercizio di cittadinanza? È questa la sfida che attraversa l'undicesima edizione di Teatri Riflessi, in programma dal 12 al 19 luglio a Zafferana Etnea. Il tema scelto per il 2026, Eredità, non invita a rivolgere lo sguardo al passato con nostalgia, ma a interrogarsi su ciò che ciascuno lascia al futuro: agli artisti, alle comunità, ai territori e alle nuove generazioni. 

Un percorso che intreccia spettacoli, danza, teatro, incontri e partecipazione attiva del pubblico, trasformando la città etnea in un palcoscenico diffuso dove l'arte entra nella quotidianità e dialoga con chi la abita. 

Ne parlano i direttori artistici Dario D'Agata e Valerio Verzin, che raccontano le scelte curatoriali, le sfide di un programma internazionale e la convinzione che la cultura possa ancora essere uno spazio di confronto, ascolto e costruzione di comunità oltre che di responsabilità civica.

E proprio i due direttori artistici, in apertura dell’intervista, spiegano che hanno «cercato di riflettere sul concetto di “eredità” non tanto come un modo per guardare al passato, ma piuttosto come spinta per pensare al futuro». 

Un momento del Forum di Teatri Riflessi

Un momento del Forum di Teatri Riflessi

«Le scelte che compiamo permettono di plasmare quello che ci aspettiamo dal futuro e questo ci ha portato ad accostare grandi nomi della scena coreografica come Silvia Gribaudi e Aristide Rontini a sguardi emergenti, ma promettenti, come Elisa Sbaragli – spiegano -. L’eredità che abbiamo cercato è soprattutto in come questi lavori entrano in dialogo con i luoghi, senza trattarli da fondali ornamentali, ma creando impatti e connessioni con il territorio e chi ci vive». 

«Accanto a queste opere, il centro del festival è costituito dal confronto che si apre su culture e contesti geografici diversissimi - dalla Corea del Sud all'Iran, dal Marocco a Cipro - attraverso la rosa di lavori inseriti nella cornice del Concorso Internazionale di Corti Performativi», una selezione che si è interrogata sull’eredità dei linguaggi sottolineano D’Agata e Verzin.

I direttori artistici spiegano che «in queste creazioni, di 15 minuti massimi, non c’è spazio per altro che per l’urgenza: quello che muovono sono immagini e suggestioni direttamente mirate a riflettere sul presente, immaginando futuri possibili o scavando alla ricerca di origini passate». 

Precisano, inoltre, che anche la sezione pomeridiana, TestiRiflessi per giovani sguardi, non vuole intrattenere bambini e bambine, ma dar loro testi teatrali e letterari che portino all’attivazione di un pensiero critico, ed esempio ne è Monumentale, un laboratorio per una nuova produzione teatrale a cura di La Piccionaia SCS e dei Fratelli Dalla Via. «Questo è il nostro passaggio di testimone» aggiungono.

Il pubblico presente allo spettacolo finale di Teatri Riflessi

Il pubblico presente allo spettacolo finale di Teatri Riflessi

Ed è proprio il pensiero critico ad essere necessario nel mondo in cui viviamo oggi, segnato da conflitti e crisi, e sembra che il Festival si interroghi sul ruolo dell’arte come spazio di resistenza e comunità, per cui sorge spontaneo chiedersi quale sia stata la sfida più complessa nel tradurre questa visione in un programma così ampio e internazionale.

A tal proposito, Dario D’Agata e Valerio Verzin, spiegano che spesso si sono chiesti dove trovare la forza per restare concentrati sul lavoro, perché con ciò che accade ogni giorno nel mondo, tutto sembra perdere significato, ma nonostante lo sconforto, forte è stata la volontà di «cercare e creare uno spazio aperto e di ascolto, in cui chiunque potesse sentirsi accolto». «Gli ultimi anni ci hanno aiutato a capire quanto sia fondamentale offrire delle occasioni per non sentirsi soli, anzi, quanto fosse importante per il pubblico l’essere spettatore, il vivere un’esperienza corale», precisano.

E questo è proprio ciò che fa Teatri Riflessi, riunisce una pluralità di persone, diversissime tra di loro (compagnie, professionisti, appassionati, passanti e nuovi fruitori), non limitandosi ad offrire spettacoli da vedere da soli, immersi nel buio di una sala, ma, come raccontano Verzin e D’Agata, dà l’opportunità di «entrare in contatto con il settore delle arti performative e con chi lo muove, dagli artisti ai direttori di festival, rassegne, circuiti e centri di tutta Italia e fuori Europa, evitando che il festival diventi una bolla anestetizzante, un'isola felice di mera evasione estiva». 

«Il rischio, quando si selezionano solo 11 opere di danza e teatro contemporanee tra oltre 530 candidature da tutto il mondo, è di creare una Wunderkammer, un gabinetto di meraviglie esotiche. La sfida è stata invece quella di far dialogare queste istanze con il territorio etneo», aggiungono. 

In foto da sinistra Valerio Verzin e Dario D'Agata

In foto da sinistra Valerio Verzin e Dario D'Agata

«Anche le opere video ospitate delle registe iraniane Tanin Torabi e Sara Shahroodian – proseguono - non servono a pulirsi la coscienza, ma a creare un corto circuito con chi guarda. Tra l’altro, l’opera di Shahroodian avrebbe dovuto essere in concorso, ma per ovvi motivi la compagnia non ha potuto lasciare l’Iran. La complessità sta nel gestire il contrasto tra la bellezza del paesaggio di Zafferana Etnea e la durezza e il dolore del mondo contemporaneo, trasformando ciò che si vede in food for thought».

Ma un’ulteriore complessità sta nel rendere il Festival ancora più partecipativo, obiettivo che si è concretizzato con l’edizione 2026, in cui sono state introdotte la Giuria Giovani e la Giuria Comizi. Ma quale “eredità culturale” si spera di attivare attraverso queste forme di coinvolgimento del pubblico?

I due direttori artistici spiegano che la speranza è quella di creare delle prassi, cioè «l'abitudine a non essere spettatori passivi, a non consumare l'arte come si consuma un prodotto su una piattaforma streaming, e soprattutto a non fruire di spettacoli recandosi a teatro e poi scappando». 

«Comizi – proseguono - è un'assemblea volutamente "storta" e inclusiva. Riunisce chi a teatro non ci va mai e chi ne è affamato, e dà loro un potere reale, politico. Il gruppo non si limita ad assegnare un premio, ma compie un atto di curatela condivisa: sceglie una compagnia e decide di riportarla sul territorio in autunno per una residenza artistica aperta alla cittadinanza». 

Il Forum di Teatri Riflessi

Il Forum di Teatri Riflessi

«Inizia da lì un itinerario a più tappe che guida a percorsi di curatela partecipata – spiegano -. Vogliamo che la comunità capisca che il festival non è qualcosa che "piove dall'alto" per una settimana, ma un processo vivo e continuativo di cui essere parte attiva, e non il pubblico passivo di un autoreferenziale esercizio di programmazione». 

Ma se c’è qualcosa che aiuta a rendere Teatri Riflessi un’esperienza partecipata è proprio il suo “palcoscenico”, Zafferana Etnea, una città che ospita tra i suoi spazi le diverse performance, anche fuori dai tradizionali luoghi teatrali. Ma come incide questo nel rapporto tra artisti, cittadini e territorio?

Dario D’Agata e Valerio Verzin spiegano come “l’incontro” tra artisti e territorio sia importante, perché «le opere nascono in relazione diretta con il paesaggio». «Quello che si vede è irripetibile e sfonda la quarta parete tirando in causa l'ambiente circostante: il piccione sprovveduto, la famiglia seduta a cena in piazza Umberto I finiscono per entrare nell'opera stessa», spiegano. 

«L'arte invade la quotidianità delle persone – proseguono - e l’osservatore deve rinegoziare il modo in cui vive il proprio paese. Per artisti e artiste questo significa rinunciare al controllo totale e farsi attraversare dallo sguardo anche diffidente di chi non aveva programmato di incontrare la danza contemporanea uscendo di casa».

Il Forum di Teatri Riflessi

Il Forum di Teatri Riflessi

Arti performative e città si fondono in un tutt’uno, portando ad una diffusione culturale che abbatte le barriere dell’accessibilità, ma quest’edizione 2026 propone una riflessione sulla sostenibilità economica della cultura, che ha portato alla nascita della “tariffa responsabile”, una sperimentazione non legata necessariamente al contesto del Festival, e che può essere replicata e adottata anche da altre industrie culturali e creative.

D’Agata e Verzin, spiegano, infatti, che è una sperimentazione necessaria, adottata solamente per la serata di sabato 18 luglio (l’unico momento a pagamento di tutto il cartellone), che ospita Lampyris Noctiluca di Aristide Rontini e Suspended Chorus di Silvia Gribaudi, e questo perché «non è detto che un venticinquenne abbia maggiore disponibilità economica di una persona in pensione». 

«Per questo abbiamo introdotto una tariffa responsabile – spiegano -. Lo spettatore sceglie autonomamente se pagare il biglietto intero a 16 euro o quello ridotto a 12 euro semplicemente in base alle proprie possibilità e desideri».

«Crediamo che l'accessibilità non sia solo abbattere le barriere architettoniche, ma anche eliminare l'idea che la cultura debba essere d'élite – aggiungono -. Il costo è spesso un ostacolo all’ingresso per chi non conosce i linguaggi contemporanei, ma quando crei un patto di fiducia la risposta c'è, e le oltre 5.000 presenze delle scorse edizioni dimostrano che questa è la direzione giusta da percorrere». 

E questa è la direzione che dovrebbero intraprendere molte altre istituzioni culturali, perché l’accessibilità non deve essere solo fisica e cognitiva, ma anche economica.

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