Il regista Carlo Antonio De Lucia racconta la sua visione dell’ultimo capolavoro pucciniano: una regia classica che scava nella psicologia dei personaggi senza tradire la natura narrativa dell’opera italiana
In dialogo con il regista Carlo Antonio De Lucia per approfondire le scelte drammaturgiche che hanno plasmato questa nuova lettura della “principessa di gelo” della Turandot di Giacomo Puccini in scena al Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Al centro del progetto emerge una visione che privilegia la narrazione classica, la coerenza interna del racconto e l’indagine psicologica dei personaggi, evitando forzature concettuali o riletture ideologiche estranee al testo.
Il regista De Lucia mette in luce un lavoro attento sulla costruzione dei rapporti tra i protagonisti, sulla progressiva trasformazione emotiva di Turandot e sul percorso di Calaf, restituendo centralità al conflitto interiore più che all’apparato spettacolare. Anche le scelte visive – pur suggestive – sono subordinate alla drammaturgia, concepite come strumenti funzionali alla tensione narrativa e alla chiarezza simbolica.
Particolare attenzione è riservata al finale completato da Franco Alfano, affrontato non come semplice chiusura convenzionale, ma come nodo drammatico da rendere credibile attraverso un preciso lavoro sui tempi teatrali, sulle dinamiche relazionali e sulla maturazione psicologica della protagonista.
In questa intervista, il regista svela dunque i meccanismi della sua messinscena: dalla concezione estetica all’architettura delle scene, fino ai dettagli più intimi del finale “Alfano”, offrendo uno sguardo approfondito su una produzione che fa della coerenza drammaturgica il proprio asse portante.
Maestro, la sua regia abbraccia un orientalismo tradizionale o cerca una dimensione più psicologica e astratta?
«Psicologico proprio per niente: io voglio dare una favola. Utilizzo un’espressione classica, nel senso del totale rispetto della scrittura pucciniana e del libretto. Grazie a video e immagini proiettate, creiamo un’ambientazione che evolve: terrorizzante e da incubo nella prima parte, con morti e fantasmi, per poi muoversi verso immagini più rassicuranti e serene legate al lieto fine. È come se un nonno raccontasse una storia ai nipotini davanti al camino. Una piccola ‘irruzione’ nel teatro di regia che vedrete sono i bambini del coro delle voci bianche con in mano bambolotti senza testa: rappresentano i capitani giustiziati e segnano l’uscita di Turandot dalla dimensione adolescenziale verso la maturità dei sentimenti».

Un momento dello spettacolo
Questo passaggio alla maturità avviene attraverso un bacio. Cosa rappresenta per la sua Turandot? Una vittoria di Calaf o una violenza?
«Non rappresenta né una vittoria, né una violenza: rappresenta una conoscenza. Turandot ignora cosa sia l’amore, sia metafisico che fisico. Il bacio è la semplice banalità della vita che entra e travolge le sue difese. Lei ha vissuto nel rifiuto della fisicità, costruendo una serie di ostacoli e pregiudizi per proteggersi da traumi e racconti che l’hanno spaventata. Con quel contatto, la statua marmorea si sgretola e rivela una donna come tutte le altre».
In questo contesto, come ha lavorato sulla figura di Liù per rendere il suo sacrificio un motore emotivo?
«Liù è un personaggio in cui i sentimenti sembrano pietrificati in una statua devozionale. Puccini ha avuto bisogno di lei perché era vicina alla sua sensibilità, alla capacità di amare disinteressatamente; gli mancava la sua "Mimi". Tuttavia, Liù è funzionale allo svolgimento del dramma: il vero punto di scioglimento dell'opera, dove Puccini si è ‘inchiodato’, non è la sua morte ma il bacio finale».
Per concludere, la scelta del finale. Perché ha deciso di mettere in scena la versione tradizionale di Alfano?
«È una scelta concordata con la direzione artistica e musicale. L’opera italiana nasce legata a una finalità narrativa e comunicativa, e la necessità teatrale voleva un lieto fine affinché il pubblico non uscisse con una sensazione amara. Il finale di Alfano resta il più logico: tra i vari scritti, è quello meno distante dal pensiero di Puccini, data la contiguità storica e il coinvolgimento di Toscanini, che era stato vicinissimo al Maestro fino ai suoi ultimi giorni a Bruxelles».
L'Arte dell'Esecuzione
L’opera, per De Lucia, vive nel momento presente grazie alla ‘prestazione atletica’ e alla tenuta dei cantanti. Il regista sottolinea che «l’innovazione dell’opera risiede proprio nella diversità degli interpreti e nelle loro sensibilità sempre nuove» e afferma di non voler imporre ‘camicie di forza’ interpretative, lasciando che ogni artista porti la propria sensibilità. Che si tratti della Turandot di Daniela Schillaci o della Liù di Desirée Rancatore, la novità risiede proprio nell’incontro tra nuove psicologie e la partitura eterna.
Questa produzione del Vittorio Emanuele non intende risucchiare lo spettatore nelle visioni personali del regista, ma offrire suggestioni universali affinché ognuno possa esplorare il proprio mondo interiore. La regia di De Lucia si mette, dunque, al servizio di Puccini per garantire che il teatro d'opera rimanga un'esperienza di vita autentica e travolgente.