Il maestro Carlo Palleschi svela i segreti di un capolavoro senza tempo tra sfide acustiche, tecnologia e fedeltà alla partitura
Il sipario del Teatro Vittorio Emanuele di Messina si alza su uno dei titoli più iconici e complessi del repertorio operistico: Turandot di Giacomo Puccini. Nei giorni scorsi il pubblico messinese è stato trasportato in una Cina leggendaria e ‘favolosa’, grazie a una produzione che ha saputo coniugare rigore filologico e moderna sensibilità interpretativa (vai all'articolo). A guidare l’orchestra è stato il maestro Carlo Palleschi, raffinato conoscitore della partitura pucciniana, chiamato a districare le fitte trame sonore di un’opera che, a cent’anni dalla sua nascita, non smette di interrogare interpreti e ascoltatori.
In questa conversazione, il maestro ci conduce dietro le quinte del suo studio, svelando come la tecnologia, l’acustica e l’intuizione artistica si fondano per dare vita all’ultimo, incompiuto sogno del compositore lucchese.
Maestro, il suo metodo di concertazione punta molto sulla chiarezza del fraseggio. In un’opera come Turandot, dove l’organico orchestrale è imponente, come lavora per far emergere i dettagli più raffinati senza che vengano coperti dalla massa sonora?
«Spesso durante le letture ho ‘scomposto’ la partitura. Ho fatto sentire certi dettagli suonati da una sezione e poi come Puccini ha organizzato la stessa cosa con un’altra sezione complementare, spiegando come dovevano amalgamarsi. È stato quasi un lavoro cameristico: ho chiesto ai musicisti di ascoltarsi fra loro e suonare insieme. In questa produzione abbiamo una sfida in più: l’organico degli archi è ridotto rispetto ai trenta violini previsti da Puccini; quindi, ho chiesto a ottoni e percussioni uno sforzo particolare per suonare più piano e non sovrastare il palcoscenico».

La presentazione de Turandot al Teatro Vittorio Emanuele di Messina
A proposito di spazi, la struttura del teatro pone delle sfide acustiche non indifferenti, specialmente per la banda e il coro interni. Come gestisce la coordinazione ritmica con esecutori posti a grande distanza?
«È un problema complesso. Banda e coro sono lontanissimi, a circa trenta metri, e questo crea difficoltà sia di acustica che di sincronia. Il suono che arriva da lontano deve essere anticipato per giungere in sala insieme all’orchestra, altrimenti si percepirebbero due ritmi diversi. Fortunatamente oggi la tecnologia ci aiuta: mentre un tempo i direttori facevano un buco nelle tele per guardare dietro il palcoscenico, oggi usiamo telecamere e monitor che rendono tutto più gestibile».
Puccini in Turandot usa motivi ricorrenti e cellule tematiche brevi. Nel suo studio, come identifica il ‘fil rouge’ che collega i tre atti, considerando anche che l’opera è rimasta incompiuta?
«Puccini cerca di dare una dimensione orientale alla musica per creare un linguaggio nuovo, con armonie ricercate che ricordano quasi il jazz o Ravel. Il filo conduttore è dato da temi che ritornano, come la celebre melodia cinese Moli Wa (“il Gelsomino”), che appare prima nei bambini e poi nelle grandi apoteosi. Si vede chiaramente che Puccini aveva un progetto strutturale preciso: l’aria di Calaf, ad esempio, è già anticipata nel finale del secondo atto. Il vero punto critico è dalla morte di Liù in poi; lì si sente che stava ancora riflettendo su come procedere, nonostante avesse già bozzato degli schizzi per il finale».

In foto il maestro Carlo Palleschi
Quanto spazio lascia all’intuizione personale e quanto si impone di restare fedele ai segni di espressione originali, sapendo che Puccini era estremamente preciso in partitura?
«Bisogna rispettare il testo, ma l’esecuzione viene inevitabilmente filtrata dall’interprete. È come per un attore che recita l’Amleto: il testo è lo stesso per tutti, ma ogni interprete gli dà un ritmo, una faccia e un’emozione diversa. Andando avanti con l’età, un direttore matura una propria idea precisa che diventa quasi necessaria. Anche piccoli cambiamenti di tempo possono cambiare completamente il senso di una frase musicale. L’ispirazione poi è un mistero: a volte hai le condizioni perfette e non arriva, altre volte sei stanco o indisposto e ‘suoni come un dio’».
Un’ultima curiosità: tra i finali completati da altri autori, quale preferisce dirigere?
«Preferisco quello di Franco Alfano. Nonostante si senta che non è Puccini, Alfano ha fatto uno sforzo di imitazione stilistica lavorando sugli schizzi originali e conoscendo bene il modo di lavorare del maestro. Luciano Berio ha fatto un’operazione diversa, quasi un commento esterno, ma per lo spirito dell’opera trovo che la soluzione di Alfano sia quella che meglio serve il progetto iniziale di Puccini».
L’incontro con il maestro Palleschi ci restituisce l’immagine di un’opera che, pur nella sua incompiutezza, mantiene una coerenza architettonica formidabile. La sfida di Messina non è dunque solo tecnica, legata agli spazi o al bilanciamento sonoro, ma profondamente umana e artistica: quella di trasformare una partitura storica in un’esperienza viva e pulsante. «Ogni volta è un'esperienza nuova», ci ricorda il Maestro, così il fascino senza tempo di una Turandot filtrata dalla sua bacchetta, ha fatto parlare, ancora una volta, al cuore di chi ascolta.