Dal basolato di via Etnea al buio del Portico dell’Atleta: viaggio in una città dove passato e presente convivono come carte scoperte sul tavolo
Il tempo, a Catania, è un mazzo di carte mescolate a caso.
C’è un “prima”: prima della lava, prima del terremoto, prima che Giuseppe Lanza, Duca di Camastra, tracciasse nuove linee e dividesse la città, prima che Giovan Battista Vaccarini la arricchisse col suo estro.
C'è un "dopo": dopo la distruzione, la rinascita. Dopo la rinascita, il declino, e la rinascita ancora.
I disastri di quel secolo – il Seicento – stravolsero la città.
Il “prima” è un affresco in Cattedrale, ultima istantanea di un mondo cancellato.
Il “dopo” è quello che vedo: via Etnea, i turisti, le chiese, i palazzi, spremute d’arancia e ristoranti, monopattini e ciclisti, un brulicare continuo sul basolato scuro di pietra lavica, su cui il sole tiepido di marzo scrive un nuovo giorno del 2026.
Percorro la strada verso la scalinata Alessi. Il centro storico è come un fiume di persone e cose, rumoroso e frenetico. Sotto di noi, nel buio, un altro fiume continua a scorrere, silenzioso, lento, indifferente a tutto.
La pietra lavica è dura e ruvida sotto i miei piedi, come se qualcosa premesse da sotto. In quelle pietre nere il passato sembra ancora spingere, in cerca di una fessura da cui riaffiorare.
Raggiungo la scalinata. Il sole non ci arriva. Salgo i gradini all’ombra, lontano dal rumore. Salgo, e il volume si abbassa. Ora Catania parla a bassa voce: sembra che stia per rivelarmi un segreto.
Sotto la scala, sulla destra, c’è una porta, come una carta che spunta dal mazzo. La prendo: apro la porta, ed entro.
La luce cambia subito. Si fa più fredda, più tenue. Il rumore della città si spegne. Entro in un’altra città: una bolla di passato rimasta intatta nei secoli.
L’aria è fresca, immobile. Anche i passi sembrano fare meno rumore.
Eccolo, il Portico dell'Atleta. Al di là di quella porta, Catania ha rivelato il suo segreto.
Un criptoportico romano — un corridoio coperto, seminterrato, costruito nel I secolo d.C. sul declivio della collina. Rimasto in uso per cinque secoli, poi frazionato, murato, dimenticato. Ritrovato per caso, quarant’anni fa, durante i lavori per una rete fognaria.
Inizio a scendere.
Un muro di età arcaica.
Resti di ambienti di età greca.
Una nicchia con scale in marmo bianco.
Pavimenti in opus scutulatum: inserti marmorei irregolari, chiari e scuri, incastrati come frammenti di pietra sparsi su un fondo uniforme.
Più avanti il pavimento cambia, diventa mosaico. Tessere piccole, ordinate, nere, rosse, gialle e bianche. Disegnano un tappeto geometrico a spina di pesce, chiuso da una treccia continua che corre lungo il bordo. Le tessere sono minute, posate con pazienza: chi le ha posate, voleva che durassero. E sono durate.
Una colonna in marmo dell'Eubea, rimasta qui mentre tutto intorno cambiava e crollava.
Colonna in marmo cipollino dell'Eubea
I resti di una strada medievale — e sembra di sentirli ancora, i passi, le voci, il cigolio dei carri sul selciato. Un rumore antico, trattenuto nella pietra.
Qui il prima e il dopo si sovrappongono, senza più confini. Le carte sono sul tavolo: aperte, disordinate e bellissime.
Continuo a camminare, come se nuotassi all’interno di una civiltà sommersa.
Percorro ancora qualche metro e lo intravedo. In fondo al corridoio, c'è lui: è una statua di marmo, sembra un giovane atleta.
Il torso è bianco, liscio, senza testa, senza braccia. Eppure è lì, fermo, come se mi aspettasse. Come se mi avesse sempre aspettato.
«Com’è, fuori?» chiede.
«Rumoroso» dico. «E qui com’era?»
«Un portico. Colonne, luce, gente che passava. Ero parte di qualcosa di grande — non so più cosa. Mi hanno tolto la testa, e con la testa, il nome».
«Anche questa città ha cambiato nome molte volte».
Una pausa.
«È ancora bella?»
Penso al sole di marzo sul basolato, alle chiese barocche, all’Etna sullo sfondo.
«Sì».
«Allora non è cambiato tutto.»
«E le persone?» chiede. «Come sono?»
«Vanno di fretta. Guardano sempre piccoli schermi luminosi».
«Non capisco.»
«Neanch’io, a volte.»
Il corridoio resta in silenzio.
«E tu?», gli chiedo. «Cosa fai qui da duemila anni?»
«Aspetto».
«Cosa?»
«Che qualcuno scenda».
Vani settentrionali con pavimento a mosaico e in lastre di marmo
Il Portico dell’Atleta è stato oggetto di importanti lavori di ricerca, recupero e valorizzazione condotti negli ultimi anni dall’Università di Catania tramite il progetto Pnrr Changes, con il coordinamento di Daniele Malfitana, direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici di Unict, e in collaborazione con l’ente gestore del sito, il Parco archeologico di Catania e della Valle dell’Aci della Regione Siciliana, diretto da Giuseppe D’Urso.
È possibile visitare il “Portico dell’Atleta” nei giorni di martedì e giovedì pomeriggio, dalle 15 alle 18 (massimo 10 visitatori a turno), oltre all’eventuale guida turistica. Per prenotare la visita (di 15/20 minuti) occorre prenotare tramite email urp.parco.archeo.catania@regione.sicilia.it (info 334.6001822)