Un percorso per accendere un “faro” dentro di sé al Dipartimento di Scienze umanistiche. Protagonisti gli studenti e il mondo del benessere mentale grazie al progetto UniSt-Health Pro-Ben
“Accendiamo un faro dentro noi stessi”. È con questa immagine che Daniela Conti, docente di Psicologia generale all’Università di Catania, ha aperto il seminario Dallo stress alla consapevolezza, trasformando subito la riflessione in un invito a guardarsi dentro, a riconoscere le proprie fragilità e a dare loro un nome. Non un semplice evento accademico, ma un percorso condiviso tra studenti e docenti per interrogare da vicino quel confine sottile tra pressione quotidiana, rendimento universitario e benessere psicologico.
Dentro l’aula A1 del Monastero dei Benedettini, il tema dello stress è diventato così una lente attraverso cui leggere l’esperienza universitaria contemporanea: una condizione che non si limita ai libri o agli esami, ma che attraversa il corpo, le emozioni e le relazioni. È qui che l’Università di Catania, insieme al progetto UniSt-Health Pro-Ben, ha provato a costruire uno spazio diverso: più consapevole, più attento, più umano.
"L'evento di oggi prende vita dalla richiesta dei giovani studenti di disporre delle risorse necessarie, soprattutto mentali ed emotive, per far fronte al grosso carico di stress, cosicché possano vivere questo periodo della vita con la massima serenità, preservando non solo le proprie energie ma anche la qualità degli studi che hanno deciso di intraprendere, e che noi come docenti dobbiamo sostenere in maniera funzionale. Per questo motivo, da Garante degli studenti Disum, insieme con altri colleghi, ho dato la mia disponibilità per portare avanti idee e iniziative che coinvolgessero quanti più ragazzi e professionisti del settore, come psicoterapeuti, psicologi, ma anche scienziati e accademici", ha spiegato la docente Daniela Conti.

Studentesse insieme con le docenti Maria Quattropani e Concetta De Pasquale
"L'Università di Catania ci ha permesso oggi di ospitare i membri e i rappresentanti del progetto UniSt-Health Pro-Ben, a cui dal 2023, su iniziativa del Mur, aderiscono cinque atenei italiani che lavorano in sinergia per il suo sviluppo e miglioramento – ha aggiunto la prof.ssa Daniela Conti -. L'attenzione sarà dunque volta a "mettere l'accento" su quelle problematiche psicologiche e corporee che spesso sono strettamente legate allo stato di stress che accompagna costantemente chi studia all'Università. Lo scopo è, infatti, raggiungere la consapevolezza della propria soglia di sopportazione. Quello che si vede, di solito, è solo la punta dell'iceberg rispetto a ciò che c'è davvero sotto; io, in qualità di docente e psicologa, posso confermarlo, avendo riscontrato una forte crescita di richieste d'aiuto in questo ambito".
A seguire Maria Quattropani, professoressa di Psicologia clinica all’ateneo catanese e responsabile del progetto Pro-Ben. "Il successo che questo progetto ha ottenuto negli ultimi anni sul piano nazionale è strettamente legato alle attività e al duro lavoro dei suoi membri, dei docenti e degli health ambassadors – ha spiegato -. Grazie a tutto questo, la nostra organizzazione ha ricevuto fondi importanti che hanno reso possibile istituire un centro di Psicologia Clinica e Psicoterapia, a cui tutti gli studenti universitari possono rivolgersi per una valutazione psicologica e per intraprendere un eventuale percorso”.
“Ciò che cerchiamo di contrastare in particolare sono le dipendenze, legate allo stress e all'uso non moderato delle nuove tecnologie, di cui spesso in molti cadono vittime: tra i soggetti più inclini ci sono diversi fuorisede che vivono l'adattamento all'università e alla nuova città con maggiore difficoltà – ha aggiunto -. Spesso gli studenti non riescono a tirar fuori i problemi che hanno dentro, quindi incarichiamo altri giovani studenti volontari, gli Health Ambassadors, di incontrarli di persona e organizzare attività che li coinvolgano – psicoaperitivi, cineforum, incontri all'aperto, workshop – così che possano avvicinarsi al progetto e approfondire il benessere psicofisico”.

Un momento dell'intervento della prof.ssa Maria Quattropani
“Il proposito principale di quest'anno è raggiungere tutti i dipartimenti dell'Università di Catania, comprese le sedi distaccate di Ragusa e Siracusa, promuovendo attività itineranti come lo yoga, il pilates, la camminata metabolica e la mindfulness. È in questo modo che il progetto collabora con l'ateneo per stare vicino ai suoi studenti", ha evidenziato la docente Maria Quattropani.
Di particolare rilevanza la testimonianza di Maria Grazia Papa, studentessa di Psicologia e Health Ambassador. "Noi operatori siamo responsabili di mettere in pratica la peer education, ovvero l'educazione tra pari, perché miriamo ad agevolare il dialogo coi nostri coetanei, avvalendoci della capacità di immedesimazione in preoccupazioni simili alle nostre – ha raccontato -. Siamo stati formati da professionisti, seguendo corsi che permettono di sviluppare competenze tecniche utili; per esempio, in questo periodo stiamo imparando a controllare il nostro respiro per spostare l'attenzione sul momento presente. Partecipare al progetto, sotto la guida della docente Maria Quattropani, mi ha permesso di aprire gli occhi su un panorama di sofferenza più reale rispetto a quanto divulgato solo teoricamente dai manuali".
L’incontro, in precedenza, era stato aperto con saluti istituzionali di Stefania Rimini, direttrice del Dipartimento di Scienze Umanistiche. "Inauguriamo la giornata per tante ragioni, la più importante delle quali è imparare ad abituarci all'idea di un'Università più rasserenante, che trasformi la fatica in un'esperienza emotiva gestita con consapevolezza e apertura, garantendo un confronto scientifico con esperti e un appoggio attento agli studenti. Confido dunque nella realizzazione di spazi didattici abitati da maggiore felicità, spensieratezza e curiosità, ma anche da concentrazione e sensibilità, allontanando, per quanto possibile, l'ottica distorta dello stress e del malessere diffuso".

Un momento dell'intervento della prof.ssa Stefania Rimini
Una problematica, quello dello stress, che è stato approfondito da Santo Di Nuovo, professore emerito di Psicologia generale dell’Università di Catania.
"È essenziale distinguere lo stress dall'ansia, componenti fondamentali dell'esperienza di vita dei giovani di oggi. La prima è spesso legata alla prestazione, quindi alla previsione di qualcosa che accadrà in futuro, in ambito accademico può manifestarsi nella tendenza perfezionistica a non presentarsi agli esami per paura di non ottenere il voto sperato. Ciò non significa che l'ansia non sia normale: esiste un livello ottimale di attivazione che permette di essere più motivati. Questa attivazione, tuttavia, è influenzata dalla vulnerabilità emotiva e dal temperamento, che interferiscono pesantemente sulla capacità interpretativa del mondo”, ha spiegato il docente (vai all'intervista).
“Se lo stato ansioso raggiunge un livello elevato, il soggetto percepirà ogni problema come una possibile minaccia e metterà in atto valutazioni che comprometteranno la sua serenità e capacità di apprendimento – ha aggiunto -. Per questo lo studente, davanti al libro, tenderà a pensare ad altro, faticando a memorizzare. Ed è da qui che prende avvio la spirale dei pensieri intrusivi, che inevitabilmente intaccano l'autostima. Un sovraccarico costante può portare l'organismo a una condizione di prevenzione che permane oltre l'ostacolo, fino a produrre effetti dannosi: logoramento, squilibrio e malfunzionamento".
Per affrontare al meglio lo stress il prof. Santo Di Nuovo ha anche evidenziato una possibile “linea” da seguire: "È preferibile gestirlo poco alla volta, con autocoscienza, servendosi di strumenti disponibili o richiedendo un supporto esterno. Alle volte è proprio il contesto a determinare certe problematiche, per cui non possiamo fare sempre tutto da soli".

Un momento dell'intervento del prof. Santo Di Nuovo
Ma quali sono le conseguenze mediche sullo stato di salute? A rispondere è Concetta De Pasquale, ricercatrice del Dipartimento di Medicina. "È importante prendere coscienza del fatto che l'esposizione costante allo stress può sfociare in disagi cronici, poiché il corpo, sotto pressione, interpreta come minacce anche normali situazioni di difficoltà. Occorre distinguere lo stress fisiologico dallo stress cronico, perché da quest'ultimo possono derivare malattie psichiatriche”, ha detto.
“Nella risposta fisiologica hanno un ruolo fondamentale il sistema nervoso simpatico e parasimpatico, ma in particolare l'amigdala, parte del sistema limbico, che ha il compito di riconoscere emozioni come la paura o la rabbia – ha aggiunto -. Se l'amigdala non riesce a contestualizzare correttamente le emozioni, può influenzare il comportamento, predisponendo a uno stato di allerta: non a caso è considerata la centrale di allarme del cervello. Altre due strutture fondamentali sono la corteccia prefrontale, responsabile del controllo esecutivo, e l'ippocampo, che se sottoposto a sforzo continuo può subire una riduzione della plasticità sinaptica. Da una situazione del genere si innesca una risposta sistemica che porta alla produzione costante di cortisolo”.
“Nel lungo periodo, questa iperattivazione provoca la desensibilizzazione dei recettori del cortisolo, compromettendo la capacità dell'organismo di regolare l'infiammazione e portando a un progressivo logoramento dei sistemi di adattamento – ha tenuto a precisare -. Come conseguenze si possono sviluppare disagi clinici, psicologici e fisici: dal disturbo depressivo e d'ansia a tensioni muscolari, cefalee, disturbi del sonno e disturbi alimentari. È fondamentale prendersi cura di sé consultando figure professionali; condizioni complesse, come l'anoressia o la bulimia, richiedono un intervento specialistico".
Esiste un legame profondo tra fame e ansia, noto come fame emotiva. Spesso essa nasconde bisogni affettivi che, se taciuti attraverso gesti compensativi, si trasformano in abitudini dolorose. Le emozioni cambiano forma, diventano irriconoscibili. Solo la lente dell'introspezione e dell'autoconsapevolezza può aiutarci a leggerle; per farlo, dobbiamo avvalerci di strumenti adatti, come i testi letterari, per la loro intrinseca funzione catartica.

Un momento dell'intervento della prof.ssa Concetta De Pasquale
A riflettere su questo punto è stata Arianna Rotondo, docente di Storia del Cristianesimo e delle Chiese dell’Università di Catania. "Quando ci si trova in balia di certe emozioni, riconoscerle ed esprimerle può essere molto complicato. Spesso pensiamo siano qualcosa di puramente personale, quando in realtà non è così: esse derivano anche da fattori culturali e storici. Il danno legato alla sofferenza emotiva nasce talvolta da pregiudizi radicati, che spaziano dalla sfera culturale a quella dei generi", ha spiegato.
"Comunemente – ha continuato la docente – si pensa che il maschio non debba piangere e la femmina sia debole; o ancora, citando Giovanni Crisostomo, che l'uomo debba pregare evitando le contese e la donna in maniera decorosa. Lo stereotipo più diffuso tra gli studenti oggi è l'imperativo di essere vincenti, mettendo a tacere ogni incertezza".
Tuttavia, molte pagine scritte in passato conservano un'universalità che ci interpella ha evidenziato la docente Arianna Rotondo: "Senza che ce ne rendiamo conto, esse hanno determinato gran parte delle convenzioni odierne a cui ci affidiamo. Si forma così dentro di noi un termometro morale che ci tormenta se non rispondiamo all'idea che ci siamo fatti di noi stessi".

Un momento dell'intervento della prof.ssa Arianna Rotondo
"Ho imparato dai testi cosa sono le emozioni e come devono essere lette – ha aggiunto -. Uno in particolare mi ha colpito: i diari di Etty Hillesum, un'ebrea olandese deportata e uccisa ad Auschwitz, divisi in undici meravigliosi quaderni. La sua scrittura è ispirata dalle conversazioni con il suo psicoterapeuta, Julius Spier, dagli autori russi – Dostoevskij e Tolstoj – e dalle poesie. Lei utilizza la letteratura per leggere le proprie emozioni, dimostrando come possa diventare uno strumento di auto-riflessione efficace. I quaderni che compongono i diari sono davvero una testimonianza straordinaria di un percorso di crescita ed emancipazione emotiva in un momento di follia della storia europea”.
"Un'immagine potente per rendere il suo bisogno disperato di amore è il cibo: parla di voracità, quasi volesse 'mangiare' l'altra persona – ha evidenziato -. La fame può significare molte cose: ambizione e aspirazione alla perfezione; è quella che realisticamente ci porta a voler divorare l'Università, inseguendo voti elevati anche a costo della serenità. Ma il vero punto di partenza rimangono l'autenticità e l'onestà verso se stessi, che ci permettono di sentire e godere pienamente della passione per ciò che facciamo".
Un ringraziamento speciale va anche a Ludovica Blangiforti, Chiara Caruso, Gaia Castro e Giulio Traina dell'associazione 'La Finestra', insieme a tutti gli altri membri del gruppo.
Grazie al loro impegno nell'organizzare le attività pomeridiane – dalla tavola rotonda con gli studenti al laboratorio esperienziale di pilates, fino alla pratica guidata di mindfulness – e alla collaborazione con il progetto UniSt-Health Pro-Ben, è stato possibile dare vita a questo importante momento di confronto per tutti noi studenti.

Studentesse e studenti impegnati in attività del progetto Pro-Ben