Dalle 3R alle New Approach Methodologies, la giornata di studi del Disum ha messo al centro il rapporto tra progresso scientifico, responsabilità e nuove prospettive di ricerca
Dove si colloca il confine tra progresso scientifico e responsabilità etica? Ci si interroga spesso sui limiti etici della ricerca scientifica significa ripensare il rapporto tra uomo, conoscenza e animali non umani.
È in questo scenario che si inserisce la giornata di studi Approcci etici in ambiti di ricerca: la continuità ontologica nelle scienze empiriche(vai all’articolo di presentazione). Un'occasione di confronto interdisciplinare svoltasi all’interno dell’Auditorium “Giancarlo De Carlo” del Dipartimento di Scienze Umanistiche e dedicata al tema della continuità ontologica e al suo impatto sul modo in cui la ricerca interpreta e utilizza gli animali non umani, mettendo in dialogo scienze empiriche, filosofia ed etica.
La giornata si è aperta con i saluti istituzionali di Emanuela Campisi, delegata al coordinamento della ricerca del Dipartimento di Scienze umanistiche, la quale ha introdotto i lavori evidenziando la stringente attualità «di una prospettiva che vede le scienze umane al centro della discussione sulla sperimentazione animale», contrariamente a chi la voglia demandare o lasciare ad appannaggio esclusivo delle cosiddette “scienze dure”. In questo senso, si deve agire affinché «anche il Dipartimento di Scienze Umanistiche si faccia promotore e portavoce attivo di un’istanza che è principalmente filosofica, ponendosi l’obiettivo strategico di rimettere la prospettiva e lo statuto epistemologico al centro esatto di questa cruciale discussione transdisciplinare».

Un momento dell'intervento della prof.ssa Emanuela Campisi
L’introduzione, affidata a Maria Anna Messina dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico “Gaspare Rodolico-San Marco” di Catania, ha posto l’accento sulla necessità di individuare valide alternative all’impiego degli animali nella ricerca sperimentale, «mettendo in discussione il paradigma metodologico finora prevalente», ha ammesso la studiosa. Un cambiamento di prospettiva che consentirebbe di «riconoscere negli altri individui una soggettività di cui sono possessori».
Promotore e coordinatore del convegno è stato Salvatore Petralia(vai all’intervista), chimico e professore del Dipartimento di Scienze del Farmaco e della Salute, che ha illustrato le finalità del Centro Interuniversitario 3R, nato nel 2017 dalla collaborazione tra l’Università di Pisa e del Piemonte Orientale, e al quale oggi aderisce anche il nostro Ateneo. Nomen omen, il Centro si ispira ai principî delle 3R (Reduction, Refinement e Replacement), che trovano una prima formulazione sistematica nel volume The Principles of Humane Experimental Technique, edito da William M. S. Russell e Rex L. Burch nel 1959.
Queste linee d’azione, che promuovono rispettivamente la riduzione del numero di animali impiegati nella ricerca, il perfezionamento delle procedure sperimentali e la loro sostituzione con metodi alternativi quando possibile, «costituiscono - ha ricordato Petralia - il fondamento della direttiva 2010/63/UE dell’Unione Europea sulla protezione degli animali utilizzati a fini scientifici, recepita in Italia con il decreto legislativo 4 marzo 2014, n. 26».
Come ha evidenziato il prof. Petralia, «tali principî cardine che muovono le azioni del Centro devono essere promossi e anche nei percorsi universitari e nelle attività scientifiche». Tra i suoi obiettivi rientrano lo sviluppo e l'adozione di metodi alternativi alla sperimentazione animale, il sostegno alla ricerca interdisciplinare con la promozione del dibattito scientifico e della divulgazione.
Il docente ha infine aggiunto come, accanto alle tradizionali 3R, proporrebbe anche «una quarta R, quella della Responsabilità intraspecifica, intesa come riconoscimento degli animali quali portatori di diritti, mettendo di lato la visione antropocentrica della ricerca in favore di una prospettiva biocentrica, che vede il decentramento dell’uomo dalla sua posizione apicale per una alla pari con le altri esseri viventi».
In collegamento da remoto vi è stato anche l’intervento di Eleonora Evi, oggi europarlamentare, la quale ha richiamato il valore della riforma costituzionale che ha modificato l'articolo 9 della Costituzione, «inserendo tra i principî fondamentali la tutela dell'ambiente, della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali».
Un passaggio di grande rilievo culturale e giuridico, che segna il superamento di una visione esclusivamente antropocentrica del rapporto tra essere umano e natura. «Non si tratta - ha concluso Eleonora Evi - di una semplice scelta etica individuale, bensì di una politica, quindi collettiva, che richiede norme capaci di disciplinare in modo chiaro il rapporto con gli animali», tanto nella ricerca scientifica quanto nella tutela della fauna selvatica.
Lo stato dell’opera per quanto concerne la sperimentazione animale in Italia è stato illustrato da Valeria Albanese, responsabile dell’area di ricerca senza animali della Lega Anti Vivisezione, ricordando che il decreto legislativo 4 marzo 2014 numero 26 «disciplina la materia tramite specifiche restrizioni, alcune delle quali, come il divieto dei test sulle sostanze d'abuso e degli xenotrapianti, non sono mai entrate in vigore e sono state successivamente abrogate».
Richiamando i dati più recenti, ha osservato che, nonostante una riduzione complessiva dell'impiego di animali nell'ultimo decennio di circa il 46%, oltre la metà delle procedure sperimentali continua a essere classificata come di gravità moderata o severa.
Un cambio di status quo potrebbe avvenire sin da subito tramite le New Approach Methodologies (NAMs), un insieme di tecnologie innovative che puntano «ad accelerare e migliorare i processi farmacologici, orientate verso modelli alternativi alla sperimentazione animale».
Così Valentina Di Salvatore, docente di informatica al Dipartimento di Scienze del Farmaco e della Salute, ha presentato il fondamentale ruolo delle NAMs, che, pur non essendo nate con questo specifico obiettivo, favoriscono la progressiva sostituzione dei modelli animali attraverso approcci basati su dati e materiali di origine umana, come organoidi, sistemi organ-on-chip, modelli in silico, intelligenza artificiale e tessuti ex vivo.
Secondo la docente, «questi strumenti consentono di sviluppare modelli di ricerca più rappresentativi della biologia umana: alcune complessità biologiche dell’essere umano non possono essere sostituite dal modello animale, soprattutto nello studio di patologie complesse come quelle multifattoriali».

Un momento dell’intervento della prof.ssa Valentina Di Salvatore
Una riflessione sul rapporto tra etica, ricerca scientifica e tutela degli animali è stata proposta da Maria Vita Romeo, docente di Filosofia morale al Dipartimento di Scienze umanistiche: dalla svolta segnata dalla pubblicazione di Animal Liberation di P. Singer negli anni Settanta del Novecento, con le successive riflessioni di T. Regan, che hanno contribuito a mettere in discussione la tradizionale visione antropocentrica, la docente ha evidenziato come «l’etica non può girarsi dall’altra parte quando si parla di specismo».
Con quest’ultimo termine si fa riferimento a quella concezione che attribuisce alla specie umana una posizione di superiorità rispetto alle altre, da cui derivano pratiche quali gli allevamenti intensivi, l’impiego degli animali nella ricerca scientifica, il loro utilizzo nei circhi e il fenomeno dell’abbandono.
La docente ha illustrato due principali orientamenti della bioetica animale: l’etica dei doveri, che attribuisce all’uomo la responsabilità di rispettare la natura, e l’etica dei diritti, che riconosce agli animali dignità morale e diritti. Pur riconoscendo il valore di quest’ultima prospettiva, ne ha evidenziato alcuni limiti teorici, sostenendo che il concetto di persona non possa essere esteso a tutti gli esseri viventi.
Come possibile superamento di queste posizioni, la prof.ssa Romeo ha proposto «un'etica del riconoscimento», fondata sulla responsabilità dell’essere umano nei confronti degli altri esseri viventi: «ridefinire la posizione dell’uomo, non più da considerarsi al centro dell’universo, bensì parte di una più ampia comunità di vita», riconoscendo nell’animale un essere dotato di una propria individualità e identità.
Richiamando il pensiero di J. Oswald e Plutarco, ha infine ribadito come il vero progresso non possa limitarsi allo sviluppo scientifico e tecnologico, ma debba tradursi anche in un progresso morale, fondato sul recupero di un rapporto autentico e responsabile tra l’uomo, gli animali e la natura.

Un momento dell'intervento della prof. Maria Vita Romeo
A concludere il ciclo degli interventi è stato Francesco De Giorgio, etologo e studioso del rapporto tra esseri umani e animali in prospettiva antispecista, il quale ha proposto una riflessione sul concetto di animalità.
Quest’ultima, secondo De Giorgio, rappresenta una dimensione comune a tutte le specie viventi, compresa quella umana: per tale motivo, ogni animale impiegato nella ricerca dovrebbe essere considerato come un individuo dotato di una propria storia e identità, evidenziando come «il modello animale tende alla standardizzazione di qualcosa che non si può standardizzare», ha spiegato De Giorgio.
Emerge così una consapevolezza condivisa: il dibattito in corso sulla sperimentazione animale non riguarda esclusivamente l’efficacia o l’efficienza dei metodi scientifici messi in atto, ma chiama in causa la prospettiva stessa tramite cui l’essere umano concepisce sé stesso e il proprio rapporto con le altre forme di vita.